Ilva - Foto di Antonio Seprano

Morire di lavoro: succede ancora, succede sempre, tanto a Taranto quanto a Rovigo

di Claudio Cossu

Dicevo, qualche giorno addietro, in occasione di un incidente mortale sul lavoro, all’Ilva di Taranto, di non trovare le parole, quelle giuste e appropriate locuzioni che servono a esprimere sentimenti di amarezza, di dolore ma anche di rabbia, quali reazione giustificata a situazioni di iniquità e sfruttamento. Le cercavo nel labirinto della mia mente, del mio essere più intimo e profondo, come un grido urlato nella notte, inutilmente, senza trovarle. Ma ora, dopo sole due settimane, apprendo di ben ulteriori quattro morti, vittime del lavoro a Rovigo, presso una ditta che si occupa del trattamento dei rifiuti speciali, la Co. Im. Po. di Adria, in provincia, appunto, di Rovigo.

E rimango fulminato dalla notizia, muoio anch’io con le mie speranze, il mio credo in un mondo migliore e senza più queste orribili tragedie nei luoghi di lavoro, tragedie che un Paese che si ritiene civile non dovrebbe ammettere, non dovrebbe neppure contemplare nel suo bilancio quotidiano, nel suo iter che solo tutela e sicurezza dovrebbe assicurare a chi vive di lavoro e sudore. Ma forse le parole non servono, divengono inutili, rischiano di precipitare nella più squallida banalità, di fronte a questo ennesimo dramma di morti che si accumulano, morti operaie, nell’infinitesimo incidente mortale sul luogo di lavoro, prima all’Ilva di Taranto, avvenuto il 5 settembre 2014, e ora a Rovigo con altre, sopraggiunte quattro morti di gente che voleva solo lavorare, procurarsi il giusto sostentamento e di diritto, per la vita propria e dei loro familiari.
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