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L’anticapitalismo di Rossana Rossanda

Rossana Rossanda

di Gianmarco Martignoni

Seguendo il puntuale suggerimento di un compagno, mi sono precipitato in edicola per acquistare l’ultimo numero di «MicroMega» con una lunga intervista di Marco D’Eramo a Rossana Rossanda.

E sono stati 15 euro ben spesi. Nonostante la mia viscerale antipatia per Paolo Flores D’Arcais, l’intellettuale liberal che magistralmente – fra le tante perle dettate dall’assoluta mancanza di una bussola – qualche giorno fa ha scoperto che i 5stelle sono invotabili. Tornando all’intervista, nel disorientamento intellettuale che contraddistingue l’ex (nuova) sinistra, «la ragazza del secolo scorso» dimostra a quasi 93 anni di essere arzilla e lucida, non solo perché ribadisce di sentirsi ancora «una vecchia bolscevica» ma in quanto rimbrotta D’Eramo per il suo generico anticapitalismo.

La carrellata dei temi affrontati nell’intervista è più che esauriente, così come – soprattutto per le nuove generazioni – è buona l’idea di fornire un “Dizionario” delle persone citate dalla Rossanda, un centinaio circa: dalla A di Gianni Agnelli alla Z del regista cinese Zhang Yimou. Infine, liquidato Matteo Renzi come un «politico abile», non poteva mancare una stilettata al quotidiano comunista da cui se ne è andata quatto anni fa: «oggi il manifesto è il solo quotidiano autonomo che resta, ma dubito che riesca a dare un contributo politico e teorico che conti» avendo smarrito una solida analisi marxista.

Il Settantasette e poi… secondo Oreste Scalzone

di Giovanni Iozzoli

’77, e poi… è uno dei libri di riflessione sul movimento del Settantasette che riscuoterà più attenzioni, anche in ragione della grana umana e politica dell’autore: a Oreste Scalzone non piace la memorialistica autocelebrativa e si porta dentro, a differenza di altri protagonisti di quell’epoca, un’inquietudine irrisolta che lo colloca fuori dalla schiera paludata dei “testimoni” o dei tromboni da commemorazione.

La scrittura di Scalzone non è sempre agevole: procede rapsodica, tra rimandi, domande, parentesi che non si chiudono mai – come se l’autore cercasse continuamente di forzare il linguaggio editoriale tradizionale, troppo povero (rispetto alla ricchezza della narrazione orale) e inadeguato a raccontare quell’esplosione di vita e potenza che fu il ’77 italiano.

La biografia dell’autore è il filo d’Arianna che attraversa un’intera stagione della nostra storia. Scalzone compie giovanissimo il viaggio che fu di molti, dalla sinistra tradizionale verso nuovi sconosciuti approdi: dalla Fgci ternana a Valle Giulia lo spazio geografico è poco ma il salto è epocale e generazionale. Il suo imprinting “ortodosso” non lascia molto spazio alle suggestioni dell’epoca: poco Foucault, poco Lacan, poco Reich, molta attenzione alla scoperta del comunismo critico, del consiliarismo tedesco e olandese, di tutti i marxismi eretici, così minoritari nella togliattiana provincia italiana – fino all’incontro decisivo con lo straordinario laboratorio operaista, nel pieno del suo fulgore teorico.

Montalbano, la mediana perfetta di Umberto Eco

di Vincenzo Vita

Il successo strepitoso del “Commissario Montalbano”, con un inedito 44,1% di share e 11 milioni 268mila telespettatori, è un omaggio postumo ad Umberto Eco. Nel notissimo “Apocalittici e integrati” (1964) il compianto pensatore criticava la suddivisione tradizionale tra i tre livelli culturali – alto, medio, basso – sottolineando intrecci e contaminazioni costanti. Un pubblico così vasto come quello toccato dalla serie tratta dai romanzi di Andrea Camilleri significa che è stata raggiunta la “mediana perfetta” tra i diversi protagonisti della fruizione: nord, centro, sud, donne, uomini, giovani, anziani,con i differenti gradi di scolarizzazione.

La sintesi tra gli apocalittici e gli integrati. Si può analizzare da vari punti vista il caso Montalbano, l’essere diventato un evento mediale figlio di una fortunata commistione tra il testo e la sua rappresentazione. Rimane il fatto che l’accorta miscela tra produzione e consumo è una lezione davvero interessante, che ci racconta molto anche dell’Italia televisiva, vogliosa in tanta parte di avere offerte né omologate né trash. Tuttavia, il tema ha origini lontane.

La poliedrica personalità di Eco è stata approfondita da un angolo di visuale piuttosto inedito dal bel volume di Claudio e Giandomenico Crapis (Umberto Eco e il Pci, Reggio Emilia, 2016, ed. Imprimatur), vale a dire il rapporto “dialettico” tra il semiologo e il maggior partito della sinistra. Il libro, presentato qualche sera fa a Roma insieme ad Alberto Abruzzese e Furio Colombo, mette il dito nella piaga.

La signora del Manifesto: il documentario su Rossana Rossanda

di Ella Baffoni

“Non ero nata per combattere”. Parla così di sé Rossana Rossanda nel documentario girato da Mara Chiaretti, proiettato al Nuovo Sacher di Roma davanti a una platea di amici, intellettuali e compagni di lotta. Come Valentino Parlato, come Peter Kammerer, come Filippo Maone, come Aldo Garzia, come moltissimi altri. Ci sono le amiche femministe, ci sono i giornalisti del manifesto, che è sopravvissuto alla frattura tra chi è stato lasciato fuori dalla nuova cooperativa e gli altri, come la direttrice Norma Rangeri. E che ha lasciato fuori la fondatrice: “L’assemblea mi ha votato contro”. Tornerebbe a lavorarci? S’illumina: “Mi piacerebbe, non me l’hanno mai chiesto”. Ma poi “credo sia impossibile”.

Un lungo applauso ha celebrato il concludersi commosso di “Essere Rossana Rossanda”, che mischia alle testimonianze antiche – interviste o interventi alla Rai, e le dense giornate di incontro a Montegiove, doveper anni dom Benedetto Calati riuniva laici e credenti per parlare di libertà e coscienza – cinque faccia a faccia d’oggi tra la “signora del manifesto”, Fabrizio Barca, Philippe Daverio, Carlo Freccero, Nadia Fusini, Sandro Lombardi. Cinque sguardi “esterni”, forse estranei, che hanno il pregio però di render chiaro un percorso intellettuale straordinario.

Ne esce un ritratto potente, vivo, forte. Non sarà nata per combattere, Rossana: ero nata per vivere tra i libri, dice “La ragazza del secolo scorso”, come si definisce nel titolo di un suo bellissimo libro. Ma ha combattuto tutta la vita. Con coraggio, controcorrente. Tanto da farsi radiare per frazionismo dal Pci con il suo gruppo eretico – Aldo Natoli, Luigi Pintor, Lucio Magri, e poi con tutti i loro compagni di strada. “Quando ho visto i miei compagni impiccati per strada – dice con voce piana parlando dei partigiani della Resistenza – non ho più potuto consentire che la politica si occupasse di me”.

Rossana Rossanda: “Oriana Fallaci non aveva ragione su niente”

Rossana Rossanda

Dal sito della trasmissione di Rai3 Ballarò, si ripropone l’intervista a Rossana Rossanda a proposito degli attentati di Parigi e delle interpretazioni che ne sono state date. “A forza di pensare l’odio, l’odio si crea”. Così la giornalista ed ex dirigente del Pci su Oriana Fallaci in un’intervista rilasciata a Eva Giovannini.

Sull’Europa e sui nazionalismi la fondatrice del Manifesto, a Parigi da molti anni, spiega: “Raramente è stata così disunita. I nazionalismi sono il risultato di questa divisione. Come risponde Matteo Salvini a metà di un enorme continente che dice ‘io sono in guerra con voi’? Con quali iniziative? Dice: ‘Vi distruggo’. Io sarei per metterlo in galera per istigazione a delinquere, per istigazione alla rivolta”.

Sui bombardamenti in Siria: “Sono contro tutti i bombardamenti. Non è possibile bloccare un gruppo terroristico con la guerra. Colpirlo significa aumentare la rabbia e l’odio”. Alla domanda se i jihadisti fanno parte dello stesso ‘album di famiglia ‘ dei musulmani, Rossana Rossanda replica che “in linea teorica non sarebbe possibile fare una netta distinzione, ma in pratica i terroristi usano il Corano in modo diverso da come lo usano milioni di musulmani”.

Guarda l’intervista integrale della durata di 7 minuti.

Lettera aperta a Rossana Rossanda

di Mauro Antonio Miglieruolo

Questa è una lettera di chi ha ben poco da dirle, ma molto su cui recriminare: su di me e gli altri che sono incorsi nel mio medesimo errore. L’errore di aver accettato di alimentare riserve contro la sua persona che non avevano alcuna ragione di essere. Ché non tenevamo sufficiente conto di ciò che lei aveva efficacemente rappresentato, e rappresenta: l’anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo, riuscendo a essere in tutti e due, con coerenza (dote rara in Italia) e dignità (altra dote rara, specialmente in chi si occupa di politica).

Me ne sono reso conto dopo troppi anni ed è con rammarico, riconoscendo il grave ritardo, che ne faccio ammenda. Anche perché ho accettato di fondarle prevalentemente “su chiacchiere di movimento”, cioè su quel chiacchiericcio che ha avuto corso in quel vertiginoso momento, nonostante quel vertiginoso momento, che è stato il ’68 (non era a lei forse che ci si riferiva ironicamente con il termine “contessa”?) Ma nel ’68 c’è stato un po’ di tutto. Quel che più vale e tutti ricordiamo sono gli effetti sui costumi e sulla combattività delle masse, che hanno prodotto una espansione senza precedenti dei diritti e del reddito dei lavoratori.

Il 20 settembre 1913 nasceva Aldo Natoli, uno dei fondatori del Manifesto

Aldo Natoli e Rossana Rossanda

Aldo Natoli e Rossana Rossanda

di Michele Fumagallo

Ogni occasione è buona per ritornare sulla nostra storia, intendo la storia del Manifesto. Ma quella di Aldo Natoli non è stata storia di poco conto nella vita tormentata del Manifesto a dispetto della fuoriuscita dal gruppo e dal giornale già pochi anni dopo la sua fondazione. Aldo Natoli è stato un uomo della Resistenza romana, un dirigente del Partito Comunista ai più alti livelli, un conduttore di battaglie memorabili (la speculazione edilizia romana in anni decisivi del progresso italiano), un eretico fondatore di un gruppo di comunismo radicale qual’era quello del Manifesto delle origini, uno studioso attento di Gramsci.

Ricordarlo ora, in un periodo in cui la sinistra di classe deve reinventarsi un futuro innanzitutto nella società, ha più senso che mai. E che peccato che tutti quelli che hanno attraversato la storia del Manifesto, questo curioso e libero pezzo di movimento comunista, tendano a smarrire ogni barlume di memoria del passato, come se fosse possibile costruire un futuro degno senza il concime del passato.

Come per Luigi Pintor, in un precedente post, annoto che la storia complessiva di Aldo Natoli va fatta in altro articolo, limitandomi a ricordare qui i lucidi scritti di Rossana Rossanda sul suo “amico comunista” (che bella espressione, carica di significato politico, cioè umano!). A me preme invece in questa sede parlare del suo passaggio “manifestista” e del suo polemico ma dignitoso distacco dal gruppo. E soffermarmi sul punto decisivo del dissenso di Natoli dal Manifesto che aveva contribuito a formare.

Rossanda, ragazza di questo secolo

di Loris Campetti

Per fare un regalo gradito a Rossana per i suoi novant’anni, meglio sarebbe parlare della ragazza di questo secolo, e non del secolo scorso. Perché le sue domande, incalzanti, persino imbarazzanti per chi non si sente all’altezza o è troppo pigro o sfiduciato per rispondere, sono domande che riguardano il futuro non meno del passato.

Chi siamo, da dove veniamo: parliamone, ma soprattutto parliamo di dove vogliamo andare. E quando Rossana ci interroga su come sia possibile cambiare lo stato di cose presente, non è pensabile cavarsela con Montale: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Rossana Rossanda è una ragazza di questo secolo con un’esperienza lunga novant’anni. Il Novecento l’ha attraversato da protagonista e oggi si chiede, ancora, come si possa rovesciare un mondo edificato sulla diseguaglianza, sull’ingiustizia, in parole povere sul capitalismo.

Comunista eretica, Rossanda, perché come diceva Aldo Natoli al momento della radiazione dal Pci, “si può essere comunisti anche senza tessera”. Il paradosso è che gli eretici del manifesto, nell’arco di un paio di decenni, resteranno gli unici comunisti disposti a rivendicare la loro scelta mentre l’ortodossia comunista si è sciolta come neve al sole, sommersa dai mattoni di un muro che non aveva voluto scavalcare a tempo debito, quando almeno il fallimento del socialismo reale era evidente.

Quando Gabo mi chiedeva una rosa gialla

Gabriel García Márquez - Foto di Ver en vivo En Directo

di Kelly Velásquez [*]. Traduzione di Maurizio Matteuzzi

Avevo appena compiuto 19 anni, sembravo una hippy di buona famiglia e alla mitica Universidad Nacional a Bogotá, dove studiavo, era stata imposta una chiusura di due anni per ragioni politiche dopo un’ondata di manifestazioni di strada, lasciandomi improvvisamente sperduta nel mondo degli adulti.

Con la febbre della politica che nella decade dei ’70 divorava le nostre vite, finii per una di quelle casualità frequenti della società bogotana a lavorare per la rivista di sinistra Alternativa, che era stata fondata pochi mesi prima, nel 1975, da Gabriel García Márquez. Insieme a un piccolo ma prestigioso gruppo di giornalisti: Enrique Santos Calderón, Antonio Caballero, Jorge Restrepo, Hernando Corral.

Un’avventura dovuta probabilmente, per una ragazza giovane, unica donna del gruppo, per di più a fare la segretaria di redazione, alla mia ingenuità: avevo la convinzione di essere lì in quanto rappresentante del movimento studentesco nel giornale più diffuso della sinistra colombiana, che formò un’intera generazione nella difesa dei diritti umani, dei detenuti politici, dei poveri, contro le torture e le atrocità commesse dalle dittature e dai militari in America latina.

Gabo, come lo chiamavamo tutti, aveva già scritto “Cent’anni di solitudine” ed era considerato uno di più grandi scrittori del continente. Viveva in Messico, però, come nei suoi romanzi quasi per magia sapeva tutto di tutti. Anche se probabilmente quello che più gli piaceva erano “gli intrighi amorosi”, o meglio, come diceva lui stesso, “le storie di amori contrastati”.

“Quando si pensava in grande”: i video della presentazione del libro di Rossana Rossanda / 3


“Quando si pensava in grande”, il dibattito: l’intervento di Stefano Bonaga


“Quando si pensava in grande”, il dibattito


“Quando si pensava in grande”, il dibattito: l’intervento di Maria Di Cecco

Concludiamo con questo post, dopo aver pubblicato i primi tre interventi e i successivi quattro, la pubblicazione dei video registrati lo scorso 13 gennaio nel corso della presentazione del libro Quando si pensava in grande di Rossana Rossanda. L’evento è stato organizzato dall’Associazione il manifesto in rete e ospitato a Bologna dalla libreria Feltrinelli di piazza Ravegnana.