Perché Saluzzo è diventata la “Rosarno del Nord”?

di Antonello Mangano I frutteti della provincia di Cuneo producono oltre 450mila tonnellate l’anno. Sul bancone del fresco di un supermercato, tuttavia, trovo pesche dalla Spagna, kiwi dal Cile, pere da Sudafrica e Argentina. Siamo nel cuore del Piemonte agricolo, l’antico marchesato di Saluzzo: secondo alcuni la “Rosarno del Nord”, per altri un distretto in […]

Gli scioperi dei migranti: da nord a sud le lotte degli stranieri salvano l’Italia

Mohamed Arafat, leader dei lavoratori al polo logistico di Piacenza - Foto di TerreLibere.org
Mohamed Arafat, leader dei lavoratori al polo logistico di Piacenza - Foto di TerreLibere.org
di Iside Gjergji

Quando si tratta di gettare uno sguardo pietistico sugli immigrati, gli articoli sui giornali non mancano. Finché restano vittime, finché accettano di essere gli ‘ultimi’ e aspettare buoni buoni che qualcuno ‘doni’ loro qualche diritto – come quando si getta l’osso al cane da una macchina in corsa – suscitano sentimenti di carità popolare e istituzionale, sono simpatici: ‘poveretti, ce l’abbiamo un euro da dare?’, ‘hai visto che carino? Sta lì seduto al freddo a chiedere l’elemosina’. Appena però gli immigrati si alzano in piedi, guardano senza paura tutti negli occhi e pretendono i loro diritti, scompaiono dai giornali. E vengono guardati in cagnesco da molti: ‘Ma come osano? Chi si credono d’essere? Non basta che diamo loro un lavoro, ma vogliono anche avere dei diritti. Non vedono che crisi c’è?’

E’ stato questo il sentimento più diffuso durante le rivolte dei braccianti africani a Castel Volturno, Rosarno e Nardò contro criminalità organizzata e, dietro di essa, i proprietari terrieri e multinazionali dell’agribusiness e della distribuzione; durante lo sciopero dei braccianti africani a Caserta per una paga giornaliera, dignitosa, di 50 euro; durante le lotte degli operai maghrebini (e non solo) nella logistica, da Origgio a Piacenza, contro il super-sfruttamento delle ‘cooperative’ e delle grandi imprese.

Il loro protagonismo irrita molti, tutti coloro che sono disposti ad accettare come forme di protesta soltanto il gesto di testimonianza (pietistica), come lo stare in bilico sulla gru e all’addiaccio, ciò che sostanzialmente riproduce il messaggio caritatevole sugli ‘ultimi’. Le loro lotte auto-organizzate fanno storcere il naso anche ai sindacati confederali che, spesso, senza fiatare, firmano qualsiasi contratto nazionale.
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Le arance di Rosarno arrivano anche a Bologna: un percorso di agricoltura di qualità che trasforma gli stranieri in risorsa

Le arance di Rosarnodi Alice Fachini

In arrivo a Bologna ogni mese c’è un tir che trasporta arance diverse da quelle del supermercato: si tratta di frutti biologici, provenienti dalla piana di Gioia Tauro, in particolare da Rosarno, prodotti nel rispetto del territorio e dei diritti dei braccianti immigrati che lavorano nei campi. Ogni secondo mercoledì del mese, al Crash, arrivano le casse di arance. Il prezzo è trasparente: per ogni chilo di frutta, sono esplicitati quanti centesimi vanno alla raccolta, quanti alla lavorazione, al trasporto, alla promozione, e quanti al produttore.

L’iniziativa è gestita da GasBo (Gruppo Acquisto Solidale di Bologna), associazione che organizza acquisti collettivi, non solo alimentari, praticando il consumo critico, e da Campi Aperti, rete di contadini e consumatori – o meglio coproduttori, come li chiamano loro, per sottolineare il legame tra produzione e consumo – che in città gestisce vari mercati di vendita diretta.

Racconta Luisa De Ianoaris di GasBo: “Grazie a Mimmo Perrotta, esperto di immigrazione ed esponente di GasBo, nel dicembre 2011 siamo venuti a conoscenza dell’iniziativa di SOS Rosarno, e così abbiamo deciso di aderire”. La campagna SOS Rosarno ha inizio nel febbraio 2011, ed è stata organizzata dalle associazioni Equosud e AfriCalabia, con lo scopo di testimoniare una strada diversa: quella di un’agricoltura di qualità, biologica, inserita in un percorso di integrazione che vede nei lavoratori immigrati una risorsa del territorio, e non semplice manodopera da sfruttare.
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