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Roma e la strategia dei rami sporgenti: analisi del primo anno di governo dei 5 stelle

Virginia Raggi

di Sandro Medici

Come successe con Marino e, prima di lui, anche con Alemanno, il consenso ricevuto da Virginia Raggi va molto al di là dell’adesione politica o del riconoscersi in un programma elettorale: contiene soprattutto una speranza. La speranza che questa nuova amministrazione possa risollevare Roma dalle sue dolenti pene. Che poi il movimento cinquestelle riesca davvero a schiodare questa città afflitta ed esanime, è ancora da vedere; anzi, i risultati di questo primo anno di governo non appaiono particolarmente incoraggianti, come evidenziano sondaggi in verità un tantino sospetti. E del resto un po’ tutti se ne stanno rendendo conto, anche tra gli stessi elettori della Raggi. Ma quell’aspettativa non sembra tuttavia appannarsi. Malgrado un cammino pericolante e incertezze d’ogni genere, nonostante pasticci, capricci, dispetti e ripetute turbolenze, a prevalere in città è tuttora un diffuso sentimento di indulgenza politica.

Nessuno poteva ragionevolmente pensare che con l’avvento delle cinque stelle, gli innumerevoli problemi di Roma si sarebbero d’incanto risolti. Ma solo per stabilizzare l’intelaiatura politico-amministrativa c’è voluto un anno intero, peraltro ancora non del tutto. E durante questo prolungato assestamento, il ponte di comando del Campidoglio è stato tempestato da conflitti, crisi, dimissioni, contorsioni, avvicendamenti, ripensamenti, nomine incaute e revoche precipitose, forse congiure e di certo raggiri, oltreché da denunce, esposti, sentenze e inchieste ancora in corso.

La sindaca Raggi ha barcollato a più riprese, coinvolta anche direttamente tra avventatezze istituzionali e trame politiche. Si è perfino profilato il suo addio. Ma è riuscita a sopravvivere, provata ma tenacemente convinta ad andare avanti, soprattutto dopo aver ricevuto il sostegno, inizialmente sofferto ma alla fine risoluto, di Beppe Grillo in persona. E ora, superati inciampi e squilibri, con un assetto relativamente consolidato, si potrà forse comprendere meglio l’azione politica della giunta romana, la sua impronta culturale, i suoi intenti e i suoi metodi, le strategie, le pratiche, gli strumenti. Cosa che finora è apparsa sfuggente e contraddittoria, e per lo più manchevole.

Il Movimento 5 Stelle pencola a destra: “svolta” o continuità?

di Annamaria Rivera

Non sempre è vero che repetita iuvant. E’ da più di un decennio, cioè dagli esordi degli Amici di Beppe Grillo, che andiamo analizzando gli enunciati razzisti del meta-comico e di non pochi suoi sodali, nonché le loro conseguenti prese di posizione politica. Almeno da quando (11 febbraio 2006) Grillo riportava nel proprio blog un ampio passo dal Mein Kampf contro “i giullari del parlamentarismo”, corredato da un ritratto del Führer.

Sei mesi dopo (20 agosto 2006), com’è ben noto, accusava di demagogia l’allora ministro Paolo Ferrero, usando lessico e argomentazioni grossolane di puro stampo leghista, compresa una parafrasi del tipico “Se gli piacciono tanto gli immigrati, se li porti a casa sua”.

Per fare un esempio più recente, il 20 ottobre 2014, parlando a casaccio di Ebola, Isis, “clandestini” e “buonismo”, Beppe Grillo -subito sostenuto dal vice-presidente della Camera, il fine pensatore Luigi Di Maio – tratteggiava il suo programma sull’immigrazione: a tal punto rozzo e reazionario che Francesco Storace, in un tweet, avrebbe commentato che “Grillo sta saccheggiando tutte le proposte de La Destra”.

Roma e i migranti, demagogia senza ritorno

di Grazia Naletto

I raggi non sempre brillano, ma i Raggi romani stanno consegnando la città all’oscurantismo puro, inteso come opposizione sistematica al cambiamento sociale. E che ciò avvenga grazie a un movimento che si è proposto di rivoluzionare totalmente le forme e i contenuti della politica e di non voler far altro che rappresentare i bisogni e le esigenze dei cittadini, dice molto del punto in cui siamo.

La richiesta ufficiale della Sindaca al Prefetto di fermare gli arrivi dei migranti a Roma e di evitare l’apertura di nuove strutture di accoglienza fa del resto pendant con le analoghe urla del leader del movimento, che utilizza la chiusura di due campi rom nella capitale (finanziata con fondi europei stanziati ben prima che le stelle brillassero su Roma) soprattutto per dire ai suoi competitori di destra che da oggi in poi “chi ruba o chiede soldi nella metropolitana sarà fuori”.

La scelta di mettere in bocca alla Sindaca di Roma il primo messaggio destinato a colmare lo scarso risultato elettorale della settimana scorsa non è stata quella migliore. Chi vive nella capitale tutti i giorni stenta infatti a vedere segnali di miglioramento della propria qualità della vita, a prescindere dalla presenza di richiedenti asilo e rifugiati. Non pensiamo alla cultura e alla valorizzazione dello straordinario patrimonio storico e artistico di cui la città è dotata, non alle iniziative culturali, non al sostegno alle forme di autorganizzazione sociale o alle realtà che hanno inventato percorsi molto concreti di altraeconomia: quest’orizzonte, tra le fila di chi governa a qualsiasi livello, sembra purtroppo scomparso. E l’unica cosa che si è vista a Roma è la carrellata di sgomberi che hanno colpito decine di spazi sociali e culturali, alla faccia della partecipazione.

Tre giorni a Roma per un’Europa unita e solidale

di Sbilanciamoci.info

In occasione dei sessanta anni dalla firma dei trattati di Roma ci riuniamo, consapevoli che, per salvare l’Europa dalla disintegrazione, dal disastro sociale ed ambientale, dalla regressione autoritaria, bisogna cambiarla.

Un grande patrimonio comune, fatto di conquiste e avanzamenti sul terreno dei diritti e della democrazia, si sta disperdendo insieme allo stato sociale, a speranze e ad aspettative. Negli ultimi anni, con trattati ingiusti, austerità, dominio della finanza, respingimenti, precarizzazione del lavoro, discriminazione di donne e giovani, anche in Europa sono cresciute a dismisura diseguaglianza e povertà.

Oggi siamo al bivio: fra la salvezza delle vite umane o quella della finanza e delle banche, la piena garanzia o la progressiva riduzione dei diritti universali, la pacifica convivenza o le guerre, la democrazia o le dittature. Crescono sfiducia, paure ed insicurezza sociale. Si moltiplicano razzismi, nazionalismi reazionari, muri, frontiere e fili spinati.

Un’altra Europa è necessaria, urgente e possibile e per costruirla dobbiamo agire. Denunciare le politiche che mettono a rischio la sua esistenza, esigere istituzioni democratiche sovranazionali effettivamente espressione di un mandato popolare e dotate di risorse adeguate, il rispetto dei diritti sanciti dalla Carta dei Diritti Fondamentali, difendere ciò che di buono si è costruito, proporre alternative, batterci per realizzarle, anche nel Mediterraneo e oltre i confini dell’Unione.

A Cinecittà il privato ha fallito, ora torni il pubblico

a-cinecitta

di Vincenzo Vita

Ribaltone in vista a Cinecittà. Gli “Studios”, privatizzati con la legge n. 346 dell’ottobre 1997, verranno presto “ripubblicizzati”. Non solo e non tanto per un doveroso ripensamento politico o culturale. Si tratta, piuttosto, di un repentino salvataggio dalla china fallimentare della componente commerciale del gruppo, cui la sintassi liberista guardava come al faro dell’intera industria culturale italiana. Intendiamoci. L’Istituto luce, che ha l’onere di rimettere un po’ d’ordine in una vicenda non commendevole, fa bene a intervenire.

La gestione della cordata che prese possesso della gloriosa struttura di via Tuscolana si è rivelata assai inadeguata. Persino l’affitto ha visto un arretrato consistente. Nel 2012 fu operata una ristrutturazione pesante, dagli effetti nefasti sull’occupazione: ricorso ai contratti di solidarietà e la cessione all’esterno di rami societari. Con un approccio finalmente depurato di fardelli del passato – urlavano i capitani coraggiosi – ecco che si sarebbe dischiuso un futuro luminoso.

Venne ipotizzata una parziale edificazione della vasta area (antico oggetto del desiderio), con la proposta di costruire un mega albergo all’interno delle mura. Era forse l’inizio di una vera e propria strategia di trasformazione del gioiello del cinema in un’altra cosa. Del resto, sulla via Pontina – una delle zone di maggior traffico del paese – nasceva con luccichio mediatico il parco giochi di “Cinecittà world”, rivelatosi un ulteriore flop. E tutto questo, naturalmente, veniva accompagnato da lezioni di capitalismo e dal rifiuto di confrontarsi con le maestranze.

Cari 5 Stelle, con la Raggi ora ci vuole coraggio

di Tomaso Montanari

Esattamente sei mesi fa, il 14 giugno scorso, ho spiegato perché non potevo accettare la proposta di entrare nella giunta di Virginia Raggi come assessore alla Cultura, e perché l’avrei votata al ballottaggio se fossi stato un cittadino romano.

Allora, tra l’altro, scrivevo: «Se la sinistra radicale non riesce, con ogni evidenza, a rispondere a tutto questo, è impossibile non riconoscere che i Cinque Stelle (occupando di fatto lo spazio che in Spagna è stato conquistato da Podemos) stanno invece aprendo nuovi spazi di cittadinanza: suscitando partecipazione almeno quanto questo Pd sembra invece puntare, irresponsabilmente, sull’astensione. Se votassi a Roma, al secondo turno sceglierei dunque la Raggi, anche perché (nonostante l’evidente probità di Roberto Giachetti) è vitale – dopo l’impressionante disastro consociativo – che sul Campidoglio tiri un’aria radicalmente nuova. Se poi quest’aria riuscirà a costruire una alternativa nazionale ispirata ad un riformismo radicale, e se lo farà aprendosi a valori e personalità della sinistra, il Paese non avrà che da guadagnarci».

Ebbene, a distanza di sei mesi quelle promesse, quelle possibilità, quelle aperture si chiudono nel peggiore dei modi. Personalmente ero già rimasto interdetto dalla fiducia continuamente rinnovata alla Muraro contro ogni ragionevolezza, e poi dalla palese insopportazione per il rigore di Paolo Berdini, ben deciso a far rispettare il piano regolatore e dunque a non far affogare il futuro stadio nel cemento e nella corruzione.

Laddove esiste ancora un’editoria libera: la bibliodiversità del settore va tutelata

a-piulibri

di Vincenzo Vita

“L’isola che non c’è”, il noto brano di Edoardo Bennato, ben si presta a raffigurare la Fiera nazionale della piccola e media editoria – “Più libri più liberi” – che si è conclusa domenica scorsa al Palazzo dei congressi di Roma. E sono in corso trattative per tenere la prossima edizione alla “Nuvola” di Fuksas. In effetti, lo spazio attuale non è sufficiente, se è vero che è stata rifiutata una settantina di espositori.

Una bellissima manifestazione, dove si vedono stand di case editrici che il mercato penalizza e dove si incontra un universo appassionato alla lettura. Un punto di osservazione privilegiato per capire che esiste un mondo affascinante e rimosso. Lì fuori già se ne perdono le tracce, perché incombe il Grande Fratello omologante, con il pensiero unico indotto dalla televisione generalista a dominanza commerciale. Quella che, stando al Censis, invade a larghissima maggioranza l’immaginario italiano.

Eppure, l’editoria meno influenzata dai grandi gruppi, “Mondazzoli” in testa, resiste. Si coglie un lieve ma significativo incremento del fatturato e, pur continuando il calo delle copie vendute nell’intero comparto, piccoli e medi salgono: +7,6% a valore e +5,9% a copie. I generi in crescita sono la fiction italiana e quella straniera, mentre oscilla la letteratura per bambini o ragazzi. Le percentuali generali cambierebbero in meglio se le librerie non fossero travolte dai “colossi” della distribuzione, cui la legge sul libro in vigore (n.128 del luglio 2011) si contrappone debolmente.

Roma: il Movimento 5 Stelle corre verso il disastro

Virginia Raggi

Virginia Raggi

di Pierfranco Pellizzetti

Nonostante la faccina simpatica da elfo del Signore degli anelli, Virginia Raggi non sembra in grado di reggere lo scontro con le forze di Mordor – l’orda di orchi guidati dall’urukhai da Circolo Canottieri Roma Giovanni Malagò, creata con la melma del generone capitolino da Sauron Caltagirone – perché non c’è nessuna compagnia dell’anello a farle da scorta, bensì una canea di militanti-Gollum usciti da vari anfratti, e l’amato Daniele Frongia più che il principe guerriero Aragorn si direbbe un cavalier servente da tè delle cinque. Il raggio magico ha già le pile scariche.

Nel frattempo il promesso alleato Alessandro Di Battista, destinato al ruolo di re Théoden, abbandona Rohan per passare a un altro romanzo: “i diari della motocicletta”, in cui recita la parte di Che Guevara alla vaccinara. Scherzi a parte, potremo pur prendere per buona la narrazione delle vicende che vanno consumandosi negli anfratti del Monte Fato dietro piazza del Campidoglio, secondo cui oscure congiure tessute dalle forze del male insidiano i nostri eroi ed eroine. Indubbiamente. Fermo restando che gli eroi e le eroine si stanno rivelando ben poco eroici, bensì maldestri e di una perfino insospettata fragilità.

Amministrative 2016: quando un voto parla chiaro

Virginia Raggi e Chiara Appendino

di Ida Dominijanni

Due giovani donne moderate e determinate, trasversali e discrete, hanno rottamato senza spocchia e senza urla il rottamatore Renzi, il suo inguaribile bullismo politico e il suo partito tutt’intero, che d’un tratto appare invecchiato d’un secolo. Il dato è tanto netto che nemmeno lo stesso Pd ha provato a offuscarlo nella nota ufficiale emessa in piena notte, anche se Renzi, attraverso i suoi giornalisti di fiducia (chiamiamoli così), fa sapere che non ha perso per un eccesso ma per un difetto di nuovismo, rottamazione e sicumera, e che dunque insisterà.

Contro ogni evidenza, perché il messaggio è omogeneo e parla chiaro. Parla Roma, dove la fine del credito al Pd passato e presente è stata più travolgente di quanto chiunque si aspettasse. Parla Torino, dove gli effetti della crisi economica e sociale sono stati più forti del riformismo à la Marchionne del partito che vide la luce – non dimentichiamolo – al Lingotto. Parla perfino Milano, dove vince (di misura) una coalizione erede del centrosinistra più che il manager dell’Expo targato Renzi. Parlano, più di tutto, i 19 ballottaggi su 20 persi dal Pd contro il M5s, nonché i comuni persi a tappeto in Toscana, culla e già tomba del renzismo, evidentemente investita dopo la vicenda di Banca Etruria da una crisi di credito non solo finanziario.