La poesia di Roberto Roversi: un “falò di lotte e di speranze”

La redazione di Officina. Da sinistra: Roberto Roversi, Angelo Romano, Pier Paolo Pasolini, Gianni Scalia e, in piedi, Francesco Leonetti e Franco Fortini. Foto di Patria Indipendente
La redazione di Officina. Da sinistra: Roberto Roversi, Angelo Romano, Pier Paolo Pasolini, Gianni Scalia e, in piedi, Francesco Leonetti e Franco Fortini. Foto di Patria Indipendente
di Roberto Dall’Olio, presidente dell’Anpi Bentivoglio e coordinatore dell’Anpi Reno-Galliera

«La poesia di Roberto Roversi tende a un realismo che, sebbene intarsiato di “fantasmi” (…) riesce a destabilizzare il luogo comune per accendere falò di lotte e di speranze: la sua opera, infatti, brucia come sigillo di un’epoca (quindi di un tempo in divenire)». Così Angelo Scandurra a proposito del testo di Roversi “L’Italia sepolta sotto la neve” da cui traggo i seguenti versi:

Brucia Sicilia Sardegna
brucia Calabria
da bosco a bosco, da uomo a uomo… fantasmi sui tetti
aspettano i secoli
toccandoli col dito… l’urlo dei maiali nel silenzio del mare
quando è l’ora di strappare le stelle prima del sonno…

Roberto Roversi, nato a Bologna nel 1923 e ivi spentosi nel 2012, ha pubblicato i libri di poesia “Dopo Campoformio”, “Le descrizioni in atto”, “L’Italia sepolta sotto la neve”, edizioni poi riprese nel volume di Luca Sossella editore insieme a una scelta di testi in prosa. Inoltre romanzi importantissimi per il secondo Novecento: “Caccia all’uomo”, “Registrazioni di eventi”, “I diecimila cavalli” tutti recentemente ripubblicati da Pendragon, Bologna. I drammi “Unterdenlinden”, “Enzo Re”, “Il crack” a cura di Armando Picchi.
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Bologna: Bartleby e la cultura murata viva

Bartleby
Bartleby
di Valentina Bazzarin

Chiudere dentro a una stanza dei libri impedendo alle persone l’accesso e far invadere la zona universitaria di Bologna dalle forze dell’ordine è l’ultima infelice scelta dell’amministrazione di questa città, che ricordavamo come la rossa, la grassa e la dotta, ma ultimamente sembra solo pallida, obesa a forza di ingoiare cultura-spazzatura ed estremamente depressa.

Le immagini della porta della biblioteca Bartleby murata o delle camionette della polizia schierate in via Zamboni mi hanno fatto pensare che anch’io, come Bartleby, «preferisco di no» – come sempre più spesso accade resisto e rifiuto il ricovero coatto della mia libertà di sapere e capire con educazione e determinazione, come ho imparato dal protagonista del romanzo di Melville – ma anche che non ci fosse proprio nulla di nuovo in questa scena da carpentieri e giocolieri con manganelli. Come molti di voi, avevo visto qualcosa di tragicamente simile accadere in «Fahrenheit 451», il film del 1966 di Truffaut.

Per esempio, nel momento del discorso del capo-pompiere quando, prima di bruciare i libri, spiega al giovane sottoposto: «Sai, tutto questo – l’esistenza di una biblioteca segreta – era nota nelle alte sfere, ma non c’era modo di arrivarci» e poi ancora «Tutta questa filosofia… liberiamocene che è anche peggio dei romanzi». Se avete bisogno di un “ripassino”, ecco qui, a questo link, lo spezzone dei video in questione (al minuto 3:00 circa, ma vi consiglio di vederli tutti e 5).
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Bartleby

Bartleby: la minaccia di sgombero più che lo spazio mette a rischio cultura e politica

di Leonardo Tancredi

Dopo le manganellate, lo sgombero di Bartleby non fa notizia quanto dovrebbe, “sembra la storia di Pierino che grida al lupo al lupo” dicono gli stessi occupanti nel loro comunicato, ma non per questo è meno preoccupante per l’esperienza culturale e politica che Bologna rischia di perdere. Da agosto a oggi, in via San Petronio Vecchio, sono arrivate due comunicazioni, con tanto di ufficiale giudiziario, in cui l’università di Bologna paventava sgombero e pagamento delle spese per il ritardo dei lavori di ristrutturazione che l’ateneo ha previsto nello stabile. In una di queste si diceva che tutto il materiale presente nei locali sarebbe stato custodito e acquisito dopo trenta giorni se nessuno avesse pagato le spese di custodia. Tra questo materiale c’è un’intera collezione di riviste del poeta Roberto Roversi donate al collettivo di Bartleby. E questa è la notizia.

Il fondo letterario era stato donato alla Coop Adriatica che a sua volta, con l’approvazione di Roversi, lo ha messo a disposizione di Bartleby; si trattava di raccolte in alcuni casi incomplete e quindi di difficile ricezione da parte delle biblioteche. “Ci siamo trovati davanti una trentina di scaffali stracolmi – racconta Stefano – abbiamo preso quasi tutto e oggi fanno parte della nostra biblioteca”.
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Piazza Grande di ottobre: naviganti senza dimora, storie di chi non ha casa ma va in rete per raccontare, informarsi e informare

Piazza GrandeIl numero di ottobre del mensile Piazza Grande è dedicato ai naviganti senza dimora, a chi vive senza casa ma non rinuncia a una connessione per comunicare, informarsi o aggiornare il suo blog. Nell’inchiesta del mese, Francesca Mezzadri e Leonardo Tancredi, raccontano le storie di Luigi, Angelo e Marco persone con passato o un presente da senza dimora che hanno trovato nel web un rimedio alla solitudine, la possibilità di conoscere persone fuori dal mondo dell’emarginazione e anche un’opportunità di lavoro. Luigi e Marco si sono avvicinati ai computer grazie al Laboratorio di informatica di del Centro diurno di via del Porto, Angelo ha imparato in carcere, a Rebibbia. Racconta Luigi:

Per due anni uscivo dal dormitorio alle 8 e mi precipitavo all’internet point per restarci fino a sera all’inizio chattavo moltissimo, mi iscrivevo a qualsiasi lista, non dicevo di essere senza dimora, parlavo della mia vecchia vita.

Angelo dopo il corso da detenuto ha fatto uno stage in un’azienda, Marco invece sta cercando di ottenere la patente europea di informatica e gestisce i contatti del sito dell’associazione culturale Fraternal Compagnia. Per Marco e tanti altri senza dimora non solo a Bologna internet è diventato uno strumento di comunicazione non solo individuale: sono molti i blog nati in dormitori e centri diurni in tante città italiane. Massimiliano Salvatori ripercorre l’esperienza di Asfalto, il primo blog di senza dimora in Italia, nato nel Centro diurno e chiuso nel 2010 per i tagli al welfare.
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Roberto Roversi

Roberto Roversi, per come l’ho conosciuto

di Rudi Ghedini

La prima volta era l’aprile del 1985. La Fgci gli fece una proposta e lui si rese disponibile per coordinare un foglio di poesia e prosa finalizzato alle elezioni comunali di Bologna: si chiamava “I prati di Caprara”, uscì 6 volte fra il 30 aprile e il 12 maggio, riprendendo un’idea che Roversi aveva inaugurato con “Il Foglio dei Quattro Giorni”, nel primo anniversario della strage del 2 Agosto. Roversi è morto ieri, a 89 anni; seguendo le sue disposizioni, i familiari hanno ritardato l’annuncio della sua scomparsa, non ci saranno cerimonie, né commemorazioni né camera ardente.

Non lo vedevo da 3-4 anni, da quando la malattia gli aveva fatto preferire un ritiro dignitoso, riservando la sua “visibilità” a un ristrettissimo numero di amici. Prima, l’ho incontrato decine e decine di volte, la sua scomparsa mi provoca un dolore acuto, dubito di trovare le parole giuste per comunicarlo. Lui, le parole, sapeva trovarle come nessun altro. Non esito a dire che è la persona più colta e generosa, affettuosa e carismatica che ho avuto la fortuna di frequentare. Provo per lui gratitudine. Mi ha segnalato per partecipare alla prima Biennale dei giovani artisti dell’Europa mediterranea (Barcellona, novembre 1987). Mi ha scritto la prefazione a un libro uscito nel 2002 (“Bye Bye Bologna. Cronaca irriguardosa della fine di un simbolo”), prima e dopo ha scritto per i piccoli giornali – “Nunatak, “Zero in condotta” – che ho contribuito ad animare. Conservo ogni testo dattiloscritto, con le correzioni a mano in quella sua accurata, meravigliosa calligrafia.
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