Grateful dead economy. La psichedelia finanziaria

“Blows against the empire”: intervista all’economista Andrea Fumagalli

di Marc Tibaldi

Grateful dead economy. La psichedelia finanziaria di Andrea Fumagalli (AgenziaX, pp. 190, € 15,00) analizza in maniera innovativa le tre parole-chiave al centro del dibattito politico del nuovo millennio: il concetto di comune, lo spirito open-source e il ruolo delle monete alternative. Il titolo e la copertina sono molto accattivanti e potrebbero far sembrare il libro una trovata da subvertising, ma non è così.

Eccentrico, sì, è un libro eccentrico, nel senso migliore del termine, utilizza la metafora dei Grateful Dead, non solo per rendere omaggio a uno dei gruppi musicali che più ha inciso sulla cultura alternativa, ma per discutere criticamente l’evoluzione dello spirito libertario negli Usa, nato negli anni sessanta e riapparso nelle ultime due decadi nell’ideologia libertarian, fondata sull’antistatalismo e il primato dello spirito del self-made man.

Per usare un termine della musica, possiamo dire che i sei capitoli son ben mixati, non c’è spaccatura ma conseguenzialità, e lo spirito del libro va oltre i suoi dichiarati intenti: infatti l’incontro di ambiti apparentemente lontani, l’immaginazione, la sperimentazionee l’innovazione, non possono che arricchire lo spirito critico e l’efficacia delle lotte. Un tempo la psichedelia era sinonimo di creatività e sovversione, ma ora regnano l’impotenza e la depressione sociale. Forse è perché la finanza e la mercificazione economica si sono appropriate non solo del corpo ma anche dei cervelli, dei sensi e dell’eros, costringendoli a vivere una vita di elemosina e precarietà? Lo abbiamo chiesto all’autore.
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Fidel ora riposa fra gli altri grandi della lunga lotta di liberazione

di Maurizio Matteuzzi

“Yo soy Fidel”, (anche) io sono Fidel. Noi tutti, popolo cubano, siamo e saremo Fidel. Per onorare il suo lascito storico e il suo testamento politico nel momento in cui la morte infine ha fatto il suo corso, venerdì 25 novembre. Queste parole sono state quelle più gridate e più sentite nella cerimonia funebre nella Piazza della Rivoluzione dell’Avana e poi nel lungo corteo funebre che, per 900 chilometri, ha portato le ceneri fino al cimitero monumentale di Santa Ifigenia di Santiago, la “città eroica” nell’est del paese, dove tutto cominciò nel luglio del ’53 con l’assalto (peraltro fallito) alla caserma del Moncada.

E dove, fra le palme reali, uno dei simboli di Cuba, in una tomba sobria fatta di una roccia nuda con solo una placca e la scritta “Fidel” (non c’è bisogno di altro), ora riposa accanto a José Martí, l’eroe suo e dell’indipendenza cubana, e altri grandi della lunga lotta di liberazione dell’isola caraibica prima dall’occupazione coloniale della Spagna poi dal dominio neo-coloniale degli Stati Uniti : Carlos Manuel de Céspedes, colui che diede il via alle guerre contro la dominazione spagnola; Mariana Grajales, la mulatta madre dei generali indipendentisti José e Antonio Maceo; Frank País, il leader studentesco che appoggiò dalla città di Santiago la lotta dei barbudos sulla Sierra Maestra e cadde assassinato a 23 anni dalla polizia del dittatore Batista.

La vicinanza della tomba di Fidel con quella di Martí non è casuale. Lui è stato e si sentiva, a buon diritto, il suo erede legittimo. Come dice lo storico Fabio Fernández Batista, “vi sono quattro elementi” che accomunano indissolubilmente Fidel a Martí: la necessità di “una guida politica unita e rivoluzionaria per conquistare con le armi l’indipendenza”, la convinzione che “la lotta per la liberazione nazionale dovesse avere contenuti sociali e non solo nazionali”, l’inserimento della lotta per la liberazione di Cuba “in un più vasto movimento di integrazione politica e sociale dell’America latina” e infine, avendo (entrambi) conosciuto personalmente il triste ruolo storico degli USA rispetto al “cortile di casa” latino-americano, l’inevitabilità di “combattere l’imperialismo degli Stati Uniti”.
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Oltre l’eroe: il “processo” rivoluzionario

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di Fabio Ciabatti

“La prassi di liberazione non è solipsista, effettuata da un soggetto unico e geniale: il leader… È sempre un atto intersoggettivo, collettivo, di consenso reciproco… È un’azione di ‘retroguardia’ dello stesso popolo”. Per quanto condivisibile, questa affermazione di Enrique Dussel appare in contrasto con il fatto che ogni rivoluzione sembra avere il suo eroe da cui le sue sorti appaiono, almeno in certa misura, dipendere: da Robespierre a Toussaint Louverture, da Lenin a Mao, per finire con Morales e Chavez. Per questo occorre decostruire la figura dell’eroe, non per negarne l’esistenza o l’importanza, ma per cercare di collocarla nella sua effettiva dimensione.

A questo proposito il Sud America contemporaneo rappresenta un interessante laboratorio e in questo ambito mi sembra utile partire dalla figura di Chavez attraverso un recente libro: We Created Chavez. Secondo l’autore, George Ciccariello-Maher, per capire l’effettivo ruolo svolto dal leader venezuelano, occorre riscrivere la storia dal basso e ciò significa cambiar l’arco temporale di riferimento: la storia dall’alto si concentra sul 1992 (il fallito golpe di Chavez contro un governo colpevole di una sanguinaria repressione nei confronti del popolo) e sul 1998 (la prima vittoria elettorale di Chavez) e cioè sul progetto individuale, sulla presa dello stato, sul potere costituito; la storia dal basso si concentra invece sul 1989 (la rivolta popolare passata alle cronache come il Caracazo, quella che dà il la all’azione di Chavez) e sul 2002 (la vittoriosa resistenza popolare al golpe anti Chavez), riconoscendo che il progetto individuale si appoggia su una base di massa, sul potere costituente.
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Cuba vista dal nipote del Che

Il disco rotto. 33 rivoluzioni di Canek Sánchez Guevara
Il disco rotto. 33 rivoluzioni di Canek Sánchez Guevara

di Goffredo Fofi

Canek Sánchez Guevara, morto un anno fa in Messico a quarant’anni, era figlio della figlia di Che Guevara. Lasciò Cuba nel 1996 dopo averci vissuto per dieci anni scoprendo una realtà ben diversa da quella per cui suo nonno era morto. Delle sue convinzioni politiche scriveva: “La rivoluzione cubana non è stata democratica perché ha partorito una borghesia, apparati repressivi pronti a difenderla dal popolo e una burocrazia che lo teneva a distanza. Ma soprattutto è stata antidemocratica per il messianismo religioso del suo leader”.

La breve vita di Canek è ricostruita nell’introduzione da Jesús Anaya, che è stato amico di sua madre e suo e che vive e insegna da anni in Italia. Il “disco rotto” del titolo (un 33 giri inceppato) non è altro che la rivoluzione cubana, descritta con eco e mestiere di salda e brusca letteratura nella quotidianità squallida e impotente di un impiegato di pelle nera, che finisce per reagire con la fuga, dopo averne viste tante altre, su una zattera improvvisata verso il mare aperto.
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Demasiado: da Genova una cronaca di rivoluzionari mancati

Demasiado - La crociera dei rivoluzionari mancati
Demasiado – La crociera dei rivoluzionari mancati
di Sergio Sinigaglia

L’estate del 1978 viene comunemente ricordata come quella del dopo Moro. L’esecuzione di uno dei più autorevoli leader nazionali della Democrazia Cristiana fu una cesura profonda per la storia del nostro Paese. In particolare fu la pietra tombale di tutte le istanze di cambiamento, già da tempo in crisi, che avevano attraversato l’Italia, e vari parti del mondo, a partire dagli anni Sessanta.

Ma nel luglio di quell’anno ci fu un altro evento, inevitabilmente dimenticato, sicuramente secondario nel contesto generale, ora riesumato grazie alla memoria storica di Sandro Medici. “Demasiado” indica un desiderio incontenibile, un tourbillon di passioni incontenibili. Quella stessa passione che attraversò per un lungo decennio la generazione ribelle di mezzo mondo. Una sua folta rappresentanza nel luglio del 1978 intraprese un viaggio che Medici ci propone in un godibilissimo volume edito da Derive Approdi, intitolato, appunto, Demasiado – La crociera dei rivoluzionari mancati“.

Centinaia di militanti provenienti da vari Paesi europei e non, parteciparono all’undicesima edizione del Festival della gioventù comunista. Un evento tradizionalmente organizzato nell’est europeo, vista la regia sovietica del tutto, ma che nel 1978 si tenne invece a L’Avana. Cioè nella Cuba di Fidel, allora ancora nei cuori di tanti militanti della sinistra mondiale. Per cui furono in tanti a tapparsi il naso per il timbro sovietico sulla trasferta e a imbarcarsi.
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Do you remember revolution (senza punto interrogativo) / 2

Rabbia, ribellione, rivoluzione
Rabbia, ribellione, rivoluzione
Do you remember revolution (senza punto interrogativo) / 1

di Bruno Giorgini

(Prima parte). Personalmente sono invitato a partecipare alla prima tappa come “rivoluzionario” del ’68, mentre Cesare Alvazzi del Frate sta lì in quanto (ex) partigiano, dove le parentesi a ex sono dovute al fatto che Cesare si è sentito partigiano fino a oggi sul filo dei novantanni (nacque nel 1926), molto ben portati. Comincio io raccontando una storia che riguarda mio padre, comunista.

Al funerale di Roberto, mio padre, si presenta un anziano signore, Vladimiro che scusandosi per il disturbo, dice “Con Roberto eravamo amici praticamente d’infanzia, non so se ti ha mai raccontato come diventammo comunisti.” “No, mai fatta parola. Non sapevo neppure che lei Vladimiro esistesse ” “Diventammo comunisti insieme. Poi fummo amici per la pelle fino all’Ungheria nel ’56. Io non potevo sopportare che si sparasse contro gli operai insorti, Roberto diceva che senza partito e senza URSS non c’era rivoluzione e nemmeno niente. Così abbiamo smesso di vederci, finanche di salutarci.

Ci siamo ritrovati da vecchi, e facevamo delle passeggiate lunghe e dei giri in tram, sai che a Milano esiste anche un circolo dei romagnoli dove andavamo, così giusto per fare quattro chiacchiere in dialetto con degli altri. Il tuo babbo come al solito finiva per questionare di politica, che ne capiva. Ma adesso riprendo il filo. Avevamo 14-15 anni a Cesena – doveva essere il ’36, forse il ‘37 – quando smanettando (usò proprio “smanettare” come un ragazzo di oggi) con una vecchia radio a galena ci capitò di sentire Radio Mosca in italiano. Un tale Ercoli (Togliatti ndr) parlava tra l’altro di un certo Marx che pare scrivesse cose straordinarie per il proletariato.

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Do you remember revolution (senza punto interrogativo) / 1

Rabbia, ribellione, rivoluzione
Rabbia, ribellione, rivoluzione
di Bruno Giorgini

Rivoluzione, parola desueta, anzi paticamente espunta dal vocabolario della politica, e oltre. Ad esempio per definire la cinematica planetaria non si ode più dire “il moto di rivoluzione dei pianeti intorno al sole”, o direttamente “rivoluzione dei pianeti ecc..”, come usava quando ero giovane studente di fisica, bensì il “moto dei pianeti attorno al sole”. Ogni tanto fa capolino la “rivoluzione scientifica” timidamente, e ancora più rara compare la dizione “rivoluzione galileiana”, assai trascurata dalla cultura italica: non fu forse Galileo condannato dalla Chiesa per eresia, e i suoi studi messi all’indice? Che sono passati i secoli ma la Chiesa no, e nemmeno la sua cultura di base fondata sui dogmi, che impregna ancor oggi la vita intellettuale del nostro paese, mai giunto a essere realmente laico.

Eppure ci furono tempi, all’incirca cinquantacinque anni fa e seguenti – dal luglio ’60 quando insorsero i ragazzi dalle magliette a strisce quindi col famoso sessantotto degli studenti e il ’69 degli operai, poi il ’77 del proletariato giovanile – tempi nei quali migliaia di persone giovani e meno giovani si proclamarono rivoluzionari/e. In parte fu millantato credito, ma in grande grandissima parte essendo autentica convinzione e impegno di vita questa rivoluzione, oggi cancellata. Addirittura si arrivò a parlare di “sinistra rivoluzionaria”, quando oggi quasi tutti pensano che sarebbe già tanto una sinistra del tipo Siriza e/o Podemos, o una sinistra e basta, al massimo con la FIOM di Landini a far da capofila per le Unions della coalizione sociale.

Però mi è capitato alla fine di marzo di sentir evocata la “rivoluzione” in diversi contesti per ben tre giorni di seguito. Si comincia il 26 marzo alle Armonie, circolo femminista e magico di Bologna, quindi la sera dopo 27 al Centro Giorgio Costa, per terminare queste escursioni “rivoluzionarie” sabato 28 in quel di Torino all’Associazione Barriera. Sandra delle Armonie m’invita per ascoltare il racconto di alcune compagne italiane tornate da Kobane; parleranno della rivoluzione delle donne in Rojava, il Kurdistan siriano. Precisamente la convocazione, a firma delle “Donne femministe e lesbiche in solidarietà con le donne kurde”, recita tra l’altro: “Immagini e parole della rivoluzione delle donne”, e si dovrebbe proiettare anche il video “Voci di donne del Rojava”.
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Una città, una rivoluzione: Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico. Intervista a Chiara Sebastiani

testo e video di Noemi Pulvirenti

La rivoluzione del 14 gennaio in Tunisia ha segnato una svolta molto importante, ossia la riconquista dello spazio pubblico. SelIl libro Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico della Prof.ssa Chiara Sebastiani, edito dalla Pellegrini Editore, analizza le modalità in cui la rivoluzione ha cambiato il paesaggio urbano di una capitale, mostrando così la stretta relazione fra spazio fisico e pratica politica. La trasformazione strutturale dello spazio pubblico tunisino attraverso la rivoluzione ha messo in evidenza come, in situazioni politiche estreme, il corpo nello spazio pubblico diventa strumento politico.

Sono passati più di tre anni e mezzo da quei giorni di dicembre che sconvolsero la storia della Tunisia con la “Rivoluzione dei Gelsomini”, scintilla della “Primavera araba”. Questo mutamento Selha mostrato i suoi segni anche nello spazio pubblico: la lotta per la libertà di espressione si è commutata in espansione dello spazio fisico politicizzato. Ma è ancora una volta sul corpo delle donne che in Tunisia si combatte la battaglia più dura del percorso di democratizzazione e ricerca della propria identità di Paese. Madri e figlie che sono state in prima linea durante la rivoluzione e che oggi, grazie ad una legge post-rivoluzionaria, sono presenti al 50% nelle liste elettorali, sono ancor più protagoniste di un dibattito culturale sull’Islam. Il ritorno all’uso del hijab, tanto demonizzato dall’Occidente, è legato a diverse istanze: l’affermazione di un femminismo islamico, l’ingresso delle donne nella politica e infine anche una precisa scelta di nello stesso spazio pubblico e di espressione di un differente canone estetico.
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