Sinistra

Post voto 2013, viaggio tra alcuni sostenitori del circolo di Bologna: qualche simpatia a 5 stelle, biasimo per la sinistra e rifiuto per il Pd

di Giaime Garzia

Tra le tante risposte, senza che nessuno li coordinasse, più persone si sono trovate d’accordo sulla stessa citazione. È quella che nel 1999 Luigi Pintor, lo storico direttore del Manifesto, affidò a un’intervista al Corriere della Sera: “La sinistra è morta”. E a poco meno di quattordici anni da quella frase, guardando all’oggi e sostituendo i nomi dei partiti di allora con quelli attuali, non è difficile pensare che concordino anche sulla seconda parte dell’affermazione: “L’Ulivo e la Cosa 2 sono scatole vuote”. Per la campagna elettorale 2013, quella da cui è uscita l’ipotesi ingovernabilità e la prospettiva di tornare al voto politico forse già a giugno, sotto accusa è il centrosinistra, senza alcuna attenuante per nessuna delle due componenti del termine.

Lo si ricava da una trentina (ventinove per la precisione) di interviste via mail ad altrettanti attivisti e simpatizzanti del circolo del Manifesto di Bologna dopo la consultazione elettorale del 24 e 25 febbraio scorso. Interviste dalle quali emergono elementi comuni: la generale insoddisfazione per l’esito del voto, il quale tuttavia non giunge a sorpresa per molti, il generalizzato (ma non unanime) riconoscimento al Movimento 5 Stelle – verso cui permane tuttavia una certa dose di diffidenza – di aver svecchiato la politica partitocratica e il dito puntato contro formazioni che hanno smesso di rappresentare il loro elettorato. Vediamo.
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Si perde pur vincendo: la crisi del sistema Emilia Romagna e i quesiti urgenti della sinistra

Elezioni politiche - Foto di Alessio85di Giaime Garzia

Sì, in Emilia Romagna il centrosinistra ha tenuto. O, almeno, ha perso meno che altrove. Ma da festeggiare c’è ben poco, per non dire nulla, per due ragioni. La prima: da un lato emerge l’innegabile exploit del Movimento 5 Stelle, tenuto a battesimo a Bologna e che ben prima che altrove ha usato la tradizione da “laboratorio” della più rossa delle terre italiane. Si veda l’ingresso in Regione dei consiglieri Andrea Defranceschi e Giovanni Favia (quest’ultimo poi espulso dall’orbita di Grillo e caduto – c’è chi dice definitivamente, ma si vedrà più avanti – candidandosi per Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia) e il caso Parma, con la giunta Pizzarotti che raccoglie un’eredità pesantissima (e deficitaria) di un scellerato governo cittadino di centrodestra. Il secondo motivo è la frammentazione della sinistra, cannibalizzata oltre che dal M5S anche dalla divisione registrata con il passaggio di diversi esponenti alla formazione – sconfitta – dell’ex procuratore aggiunto di Palermo.
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Con i Favia non si può cambiare

Foto di Giovanni Faviadi Sergio Caserta

Come previsto Berlusconi dilaga, annebbia il popolo italiano con la sua “macchina da guerra” informativa intatta e perfettamente efficace, Berlusconi è un macinatore di attività, d’invenzioni, di una comunicazione ipertrofica che però genera audience e spot, quindi fa girare soldi e riconsegna l’illusione che le sue insegne luminose torneranno a splendere, che la festa può continuare, anche perché diciamolo chiaramente, il suo diretto antagonista a destra il professor Monti ha sbagliato quasi tutto gettandosi nella mischia, senza pensare che la campagna elettorale non sia lo spread che si abbassa per pubbliche virtù.

Questa campagna elettorale si gioca sulla pelle di milioni d’italiani che non ce la fanno più che hanno bisogno di ritrovare un po’ di speranza e qualche certezza per il futuro, cose che francamente lui non è in grado di garantire, giacché come Dracula si è nutrito solo di tagli, sacrifici, riduzione di diritti. Il linguaggio aulico intende evidenziare che la posta in gioco è altissima e non si può sbagliare, lo scenario sarebbe stato molto diverso se Monti avesse mantenuto la sua neutralità, anche appoggiando dall’esterno una lista centrista, avrebbe difeso meglio i troppo magri risultati della sua opera che non sono spendibili in uno scontro dove di solito vince chi urla più degli altri, la spara più grossa, promette demagogicamente ciò che non manterrà.
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Due semplici condizioni per chi si candida in Rivoluzione Civile

di Rudi Ghedini

Ho votato No al referendum interno di Cambiare#sipuò, e non nascondo che il risultato mi ha sorpreso. Conosco ben poco della base elettorale, non mi permetto di giudicare le motivazioni di chi è arrivato a una conclusione opposta alla mia. Ho maturato la convinzione che l’appello di Cambiare#sipuò sia stato gestito con ingenuità e dilettantismo, senza l’abilità (la sapienza, la furbizia: poco importa) che insegnano gli studiosi di scienza della politica. Ogni pratica orizzontale sconta forti limiti di rapidità ed efficacia, rispetto alle tradizionali pratiche verticali, dove pochi decidono e gli altri si limitano a eseguire. Il momento elettorale si rivela spesso rovinoso – penso al fallimento della Lista civica al Comune di Bologna – perché obbliga a strettoie rigidissime, e postula che la parola definitiva sia affidata a pochi; la democrazia è faticosa, sfiancante, ha bisogno di tempi e spazi (e risorse) che l’accelerazione elettorale tende a compromettere.
Senza soldi, senza organizzazione, senza strumenti di comunicazione di massa, serve almeno entusiasmo, e nessuno può negare che questa risorsa si sia ridotta negli ultimi giorni. Resta il fatto che il 64,7% ha risposto Sì al referendum interno, dunque ritiene giusto continuare nel confronto per la costruzione di una lista unitaria sotto il simbolo presentato da Antonio Ingroia.
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