L’Ilva nel caos italiano

di Vincenzo Comito In queste settimane i preoccupanti casi di Alitalia, Ilva, Mose-Venezia e altri minori (potremmo citare anche quello della FCA, che a nostro parere si potrebbe rivelare una bomba a scoppio ritardato), che si trascinano nella massima confusione da molti anni, hanno almeno una cosa in comune: appaiono i segni evidenti del fatto […]

Ilva - Foto di Antonio Seprano

Ilva, l’ambiente svenduto a un’associazione a delinquere di stampo capitalistico

di Loris Campetti

Un padrone lombardo che si è fatto da sé raccogliendo rottami ferrosi, per poi diventare imperatore dell’acciaio italiano. È Emilio Riva, un genio nel suo genere, peccato che si tratti di un genere criminale. La chiusura delle indagini preliminari svolte nel corso di quattro anni dalla procura della repubblica di Taranto confermano quell’Ilva Connection che negli ultimi mesi abbiamo raccontato ai lettori di questo sito: 53 informazioni di garanzia, che preludono alla richiesta di rinvio a giudizio, sono state consegnate a tre generazioni della famiglia Riva, padre fondatore, figli e nipoti con l’accusa più grave di associazione a delinquere (di stampo capitalistico, si potrebbe chiosare), in cui sarebbero riusciti a coinvolgere, cioè a “convincere” e più spesso a comprare, ministeri, istituzioni locali (comune e provincia di Taranto e regione Puglia), politici di destra, centro e soprattutto sinistra, periti e scenziati, preti e carabinieri, sindacati e media.

Un’associazione a delinquere con l’intento di aumentare produzione nello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, a costo di trasformare la città di Taranto un luogo di morte, avvelenato da diossina, benzo(a)pirene, polveri sottili, metalli pesanti. A Taranto si muore più che in qualsiasi altra città italiana di tumore, semplicente perché chi doveva rispettare le leggi le ha violate, chi doveva controllare non l’ha fatto, chi doveva valutare le conseguenze dell’inquinamento ha taroccato le perizie, chi doveva raccontare i crimini dell’Ilva ha taciuto, chi doveva difendere i lavoratori in alcuni casi ha difeso il padrone, contro la magistratura. A morire di tumore sono innanzitutto gli operai dell’Ilva, accompagnati dai tarantini che hanno la sfortuna di abitare vicino alla fabbrica, i soggetti più deboli – bambini e anziani – e gli animali, intossicati dalla diossina (dalle pecore alle capre e alle cozze del Mar Piccolo.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Ilva: sotto il materasso dei Riva

di Loris Campetti

Secondo la magistratura di Taranto, nel corso della gestione privata dell’Ilva svenduta dallo Stato al “rottamaio” Emilio Riva meno di vent’anni fa, il nuovo padrone della siderurgia italiana ha fatto utili a palate. Almeno 8,2 miliardi di euro Riva li ha intascati grazie al mancato rispetto di decreti, aia (autorizzazioni integrate ambientali), sentenze e ordinanze della magistratura che imponevano l’ambientalizzazione degli impianti per ridurre l’inquinamento provocato dal più grande stabilimento siderurgico d’Europa.

Il principio che ha mosso la genia dei Riva è molto semplice: aumentare la produzione e con essa gli utili, costi quel che costi agli operai e ai cittadini tarantini. Oliare la politica, l’informazione, le istituzioni, la Chiesa, i sindacati, i periti, isolando così l’odiata magistratura. È un principio a prova di bomba, anzi di diossina: “qualche tumore in cambio del lavoro è una minchiata”, come diceva il figlio pluri intercetto di Emilio, Fabio Riva, finito latitante sulle rive del Tamigi. L’Ilva di Taranto è la fabbrica dei primati: un’espansione territoriale maggiore della stessa città di Taranto, una produzione annua di acciaio pari a 10,5 milioni di tonnellate a pieno regime e a vuoto di controlli e vincoli, una produzione di diossina pari al 92% di tutta la diossina industriale che avvelena l’Italia.

Siccome Riva è molto furbo, ha capito per tempo che la festa prima o poi sarebbe finita e si è mosso con professionalità finanziaria, spostando il plusvalore accumulato sulla pelle – la salute – dei lavoratori e dei tartantini fuori dall’Ilva di Taranto, trasferendolo in altre società dell’universo Riva e mettendolo sotto protezione in un sistema di scatole cinesi nei paradisi fiscali di quattro continenti, dalla Nuova Zelanda al Lussemburgo, dalle isole del Canale della Manica alle Antille olandesi. Così, si è detto, nessuno può metterci le mani.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Ilva, una biografia nazionale

di Loris Campetti (*)

Ilva eris, Ilva reverteris. In 108 anni di vita la siderurgia italiana ha cambiato nome più e più volte, fino a riconquistare la definizione originaria. Ilva è un nome di donna, scelto per indicare la più maschile delle produzioni, l’acciaio, che racchiude in sé l’immagine emblema del novecentesco homo faber. Ilva è anche l’antico nome latino dell’Elba, l’isola ricca di quel ferro di cui si nutrono gli altoforni per generare la ghisa, transito obbligatorio per arrivare all’acciaio.

Nel 1905 viene costituita l’Ilva grazie all’iniziativa di un gruppo di industriali del nord, interessati a sfruttare una legge firmata da Francesco Saverio Nitti per l’industrializzazione del Mezzogiorno, che decidono di mettere insieme le loro attività siderurgiche: sono i gruppi Elba (Portoferraio), Terni (Siderurgica di Savona e Ligure metallurgica) e Bondi (Piombino). Il capitale sociale di 12 milioni di lire sale rapidamente a 20 milioni.

Dopo oltre un secolo, dismessa Bagnoli e liberata Genova dagli altoforni, a quasi vent’anni dal passaggio dell’Ilva dallo Stato al padre-padrone Emilio Riva grazie a una delle più disgraziate privatizzazioni all’italiana, i capitali raggranellati dal “rottamaio” bresciano sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di Taranto e sequestrati dalla magistratura sono 9,3 miliardi di euro: 1,2 da parte della procura milanese per evasione fiscale in accoglienti paradisi fiscali attraverso il classico sistema delle scatole cinesi e 8,1 da parte del gip di Taranto, necessari ad ambientalizzare gli impianti, ridurre gli infortuni e risanare i guasti provocati alla salute e al territorio da un’associazione a delinquere finalizzata a fare utili a ogni costo. Del resto, un po’ di tumori in cambio di tanto lavoro, merce rara, secondo il pluri-intercettato figlio di Riva, Fabio, non sono che “una minchiata”. Su un muro della piazza pricipale di Taranto da mesi si legge “Fabio come Riina” e su uno striscione durante l’ultima manifestazione ambientalista c’era scritto: “Qualche anno di carcere? Una minchiata”.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

“Ilva connection”: un libro per un’inchiesta su capitalismo predatorio e dignità del lavoro

“Ilva connection”, Manni Editori, è il titolo del libro reportage che racconta il sistema di potere costruito da Riva, diventato padrone della siderurgia italiana grazie alla magnanimità dello Stato. Il modello Riva, un impasto di autoritarismo, paternalismo e corruzione, si è avvalso della complicità di tanta parte della politica, anche di centrosinistra, delle istituzioni, della Curia di Taranto, dell’informazione e degli stessi sindacati, dalla cui azione subalterna alla proprietà e ostile alla magistratura si è dissociata la Fiom.

I protagonisti del racconto sono gli operai, i magistrati, gli ambientalisti, gli scenziati e i tecnici, i sindacalisti, i pastori e i coltivatori di cozze del Mar Piccolo, le vittime e i partenti delle vittime di un’associazione per delinquere che ha trasformato la città dei due mari in uno degli insediamenti civili e industriali più avvelenati d’Italia. Incalzato dalla cronaca, ho provato a spiegare quel che finalmente, dopo le ultime mosse della magistratura e i maxi-sequestri dei capitali sfilati dall’Ilva da Emilio Riva ed esportati in accoglienti paradisi fiscali, non fa più scandalo: l’unico modo per salvare il lavoro di decine di migliaia di dipendenti, la salute dei tarantini e la siderurgia italiana è liberarsi dal bubbone Riva, utilizzando i capitali accumulati sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini per bonificare il territorio intossicato da diossine, fumi e ogni tipo di inquinanti e per ristrutturare lo stabilimento tarantino, nel pieno rispetto dei diritti sociali e ambientali. Anticipiamo da “Ilva connection” un dialogo con il Stefano Rodotà.

di Loris Campetti

Stefano Rodotà, giurista e politico di vaglia, non ha bisogno di presentazioni. Una delle sue principali fonti, attraverso cui il professore interpreta e commenta i fenomeni e i processi sociali, è la vecchia, cara Costituzione, “un capitale culturale inutilizzato”. Invece di passare il tempo a mitigarne, o peggio snaturarne, le caratteristiche rivoluzionarie bisognerebbe impegnarsi ad applicarla, facendola finalmente diventare patrimonio collettivo. Pur nel vortice mediatico dei giorni successivi alla sua candidatura a presidente della Repubblica, a cui il Partito democratico non ha voluto dare il suo sostegno preferendo la strada dell’abbraccio con Berlusconi, Rodotà è disponibile a esprimere il suo punto di vista sul conflitto che contrappone insensatamente due diritti fondamentali, al lavoro e alla salute. Ed è un punto di vista netto, di sinistra e, soprattutto, fedele alla Carta costituzionale.
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