Usiamo il reddito di cittadinanza per ridurre orario e disoccupazione

di Piergiovanni Alleva

Il reddito di cittadinanza costituirà un’importante misura sociale “anti-povertà”, ma anche un impegno finanziario molto pesante per il bilancio statale, e da più parti è quindi giunta la domanda se non sarebbe meglio cercare di eliminare la povertà abolendo anzitutto la disoccupazione, che affligge oltre 3 milioni di cittadini, di cui moltissimi giovani.

Erogare al giovane disoccupato e povero – si è detto – un reddito di cittadinanza è, in sé, giusto ed umano, ma sarebbe infinitamente meglio procurargli un lavoro, così da consentirgli di vivere davvero, e non solo di sopravvivere. La legge, per il vero, prevede che i Centri per l’Impiego agiscano in tal senso, e addirittura che l’importo del reddito di cittadinanza vada al datore di lavoro che eventualmente assuma quel giovane, ma non c’è assolutamente alcuna certezza che giungano davvero offerte di lavoro, ed in numero sufficiente.

Eppure, a nostro giudizio, c’è una via per riassorbire ed abbattere la disoccupazione, in specie giovanile, in modo certo, sicuro e rapido, e, soprattutto, senza aumentare l’onere che le finanze pubbliche si sono accollate con il reddito di cittadinanza. La via – lo anticipiamo subito – è quella di utilizzare le risorse finanziarie che sarebbero assorbite dal reddito di cittadinanza per redistribuire il lavoro “che c’è”, riducendo, senza penalizzazione economica, gli orari di lavoro, ed allo scopo forniremo esempi numerici assumendo, in via convenzionale e dimostrativa, l’importo “standard” del reddito di cittadinanza che è di € 780,00 mensili.
Leggi di più a proposito di Usiamo il reddito di cittadinanza per ridurre orario e disoccupazione

Referendum trivelle: domani si vota, appello degli scienziati per il sì

di Help consumatori

“Votiamo sì perché vogliamo che il governo intraprenda con decisione la strada della transizione energetica per favorire la ricerca e la diffusione di tecnologie e fonti energetiche che ci liberino dalla dipendenza dai combustibili fossili”: è quanto affermano 50 scienziati che hanno deciso di schierarsi apertamente per il Sì al referendum sulle trivellazioni in mare del prossimo 17 aprile. Alla base della loro scelta, spiegano in un documento, ci sono ragioni energetiche, economiche, occupazionali, ambientali ed etiche.

trivelle”Ci sono precise ragioni energetiche, economiche, occupazionali, ambientali, etiche e culturali che ci obbligano a sottolineare che è interesse di tutti muoversi con lungimiranza e determinazione verso una società sempre più libera dall’utilizzo dei combustibili fossili”. Questa la posizione degli scienziati per il Sì, che nel documento sottolineano inoltre come il quesito referendario sia collegato anche alla questione climatica.

“Il prossimo 22 aprile capi di Stato e di governo convocati dal Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, firmeranno, per renderlo definitivamente operativo, l’Accordo di Parigi, risultato della COP 21 sui cambiamenti climatici di dicembre. L’accordo, raggiunto all’unanimità da 195 paesi più l’Unione Europea, rappresenta l’avvio definitivo del passaggio dai combustibili fossili, responsabili principali del cambiamento climatico oggi in atto, alle energie rinnovabili, all’efficienza e al risparmio energetico e a tutte le straordinarie innovazioni presenti in questo campo nonché allo stimolo scientifico e tecnologico per produrne di nuove”.
Leggi di più a proposito di Referendum trivelle: domani si vota, appello degli scienziati per il sì

Verso il 17 aprile: dopo il caso petroli perché è più importante dire addio alle trivelle

Referendum contro le trivellazioni
Referendum contro le trivellazioni

di Bruno Simili

Negli ultimi giorni si è cominciato a parlare del referendum che ci chiamerà alle urne il prossimo 17 aprile. In verità i quesiti referendari in origine erano otto, ma la Corte costituzionale ha salvato solo questo:

«Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».

L’assoluta incomprensibilità per l’elettore obbligherebbe le forze politiche, e i media, a un tentativo di chiarezza. Al contrario, come sempre accade, è la migliore occasione per «interpretarlo» e strumentalizzarlo a proprio comodo. Proviamo a capirci qualcosa.
Leggi di più a proposito di Verso il 17 aprile: dopo il caso petroli perché è più importante dire addio alle trivelle

Mario Tozzi: “Fonti fossili roba vecchia, serve una svolta”

Referendum contro le trivellazioni
Referendum contro le trivellazioni

di Alessandro Principe

A tre settimane dal referendum del 17 aprile, gli italiani sembrano ancora poco interessati e ancor meno informati sull’oggetto del voto. I sondaggi però dicono una cosa interessante. Quelli che sanno sanno dell’esistenza del referendum e ne conoscono il contenuto sono ancora pochi. Ma, una volta informati, non hanno dubbi: voterebbero sì.

Per questo l’informazione sui contenuti, il dibattito, il confronto delle idee restano fondamentali. Nonostante la scarsa attenzione dei media, almeno quelli più diffusi, quelli che arrivano nelle case della maggior parte dei cittadini. C’è l’ostacolo dell’apparente difficoltà del quesito e della materia certamente di non immediata comprensione. Il voto del 17 aprile riguarda la durata delle concessioni per le trivellazioni in mare entro le 12 miglia (circa 20 chilometri, le cosiddette acque contigue). Si vuole che una volta scaduta la concessione l’attività estrattiva venga abbandonata?
Leggi di più a proposito di Mario Tozzi: “Fonti fossili roba vecchia, serve una svolta”

L'associazione il manifesto in rete

Quattro anni di attività, ora abbiamo bisogno di voi: sostenetici

del coordinamento dell’Associazione il manifesto in rete

Care e cari lettori, visitatori del nostro sito. Quest’anno il manifesto Bologna, blog d’informazione dell’associazione il manifesto in rete con sede a Bologna, giunge al suo quarto anno di attività. Non è poco per un sito gestito da volontari, collaboratrici e collaboratori a titolo pressoché gratuito; molte esperienze come la nostra sorgono e terminano in tempo più breve, così è la vita sulla rete.

Ci fa piacere festeggiare questo anniversario il prossimo undici dicembre, presentando l’ultimo recente libro di Loris Campetti Non ho l’età, perdere il lavoro a 50 anni (Manni editore). Un libro con l’autorevolissima prefazione di Rossana Rossanda che affronta il delicato tema, di grande attualità purtroppo, di chi si trova nella fase matura dell’esistenza a perdere il lavoro e a dover ricostruire con molte difficoltà, una nuova vita e a trovare un equilibrio distrutto.

Loris è stato uno dei più ferventi sostenitori del progetto di rilancio del Manifesto, attraverso un ruolo attivo della rete storica dei circoli del giornale, sparsi in tutta Italia, non realizzato per la contrarietà della nuova direzione del quotidiano. Ciò, insieme a tante altre cause, ha determinato l’allontanamento delle migliori firme e tanti dispiaceri.

Noi di Bologna, nati per sostenere il giornale, dopo la rottura, decidemmo di proseguire la nostra esperienza in una forma più autonoma e costituimmo l’associazione “il manifesto in rete” che si pone l’obiettivo di ricostituire insieme a tante e a tanti altri, una prospettiva unitaria per la nostra sinistra sinistrata. Scusate se è poco…
Leggi di più a proposito di Quattro anni di attività, ora abbiamo bisogno di voi: sostenetici

No triv: verso il referendum sostenuto dalle regioni

No triv - Foto di AmbienteQuotidiano.it
No triv - Foto di AmbienteQuotidiano.it
di Enzo Di Salvatore

Cin­que anni fa, a seguito del disa­stro petro­li­fero occorso nel Golfo del Mes­sico, il governo Ber­lu­sconi decise di vie­tare la ricerca e l’estrazione di petro­lio nei mari ita­liani entro le cin­que miglia marine. Que­sta pre­vi­sione non era rivolta solo al futuro, ma – per così dire – anche al passato. Nel senso che il divieto avrebbe tro­vato appli­ca­zione anche ai pro­ce­di­menti in corso: a pro­ce­di­menti avviati, ma non ancora con­clusi con il rila­scio di un per­messo di ricerca o di una con­ces­sione per l’estrazione.

Due anni dopo, il governo Monti inter­ve­niva nuo­va­mente in mate­ria con un decreto-legge (il «decreto svi­luppo»), sta­bi­lendo che quel divieto – concernente ora sia il petro­lio sia il gas – fosse esteso ovun­que alle dodici miglia marine. Con una pre­ci­sa­zione, però. Il nuovo divieto avrebbe riguar­dato solo il futuro e non il pas­sato. Nel senso che non avrebbe tro­vato più appli­ca­zione ai pro­ce­di­menti in corso. L’obiettivo del governo Monti era asso­lu­ta­mente chiaro: occor­reva far ripar­tire i pro­ce­di­menti bloc­cati dal governo Ber­lu­sconi.

Ven­ti­cin­que in tutto, tra i quali quello su «Ombrina mare» in Abruzzo e quello su «Vega B» nel Canale di Sici­lia. Ai quali, nel pros­simo futuro, si aggiun­ge­ranno quelli rela­tivi alle atti­vità di ricerca che ha in serbo la società Spec­trum Geo: un pro­getto enorme desti­nato ad esplo­rare i fon­dali del mare Adria­tico per 30 mila chi­lo­me­tri qua­drati e che, ter­mi­nata la fase della ricerca, verrà ulte­rior­mente spac­chet­tato in nume­rosi pro­getti di estra­zione.
Leggi di più a proposito di No triv: verso il referendum sostenuto dalle regioni

La “buona” scuola: come si organizzerà la didattica

di Silvia R. Lolli

Riprendiamo l’analisi delle indicazioni della legge 107 sul tema didattica. Abbiamo visto nel c. 7 le parole “sviluppo, alfabetizzazione, potenziamento”; termini che dovrebbero essere associati ai diversi livelli di scuola. Su ciò non si dice nulla; si lascia piena libertà alle IS. Si mantiene, almeno in questa prima norma, il richiamo alla “piena realizzazione del curriculo”, oltre alla “libertà d’insegnamento”. Nell’implementazione delle norme, molte delle quali vedranno la luce anche con le leggi di stabilità, sarà veramente così?

Per la verità qua e là si fa riferimento all’impianto della nuova scuola, ma ci ripetiamo, tutto è confuso: tanti richiami, in varie parti dell’unico articolo; rimarrà il tutto o il niente? Con l’aggravante che si lascia aperta la scuola statale al territorio e ai privati, imprenditori in primis, anche con l’alternanza scuola-lavoro (continuano gli accordi a livello nazionale e le convenzioni con nuovi soggetti esterni).

Da una parte c’è la richiesta per una più precisa individuazione degli obiettivi formativi da parte di ogni IS che così potrà costruire una sua identità formativa territoriale, in una concorrenza fra i diversi istituti nella progettualità; dall’altra possiamo prevedere il caos progettuale, aperto alle istanze del territorio, con l’IS in balia delle richieste associazionistiche, genitoriali, imprenditoriali e con il rischio di poca continuità fra le scuole primarie e i due livelli delle superiori. Già oggi avvertiamo, per alcuni studenti, la ridondanza delle informazioni ricevute dal territorio; per altri, la mancanza di possibilità di reale approfondimento dei contenuti con un confronto critico ed autonomo importante per chi termina gli studi superiori.
Leggi di più a proposito di La “buona” scuola: come si organizzerà la didattica

Messico - Foto di Michele Mazzone

Messico: il suo petrolio nazionalizzato e l’assalto dei privati

di Maurizio Matteuzzi

Il Messico e il “suo” petrolio. Come scrisse il grande Carlos Fuentes, “in Messico la nazionalizzazione assoluta è una vacca sacra: è Pemex, senza che importi se è inefficiente o obsoleta. Credo fermamente che non abbiamo bisogno di de-nazionalizzare Pemex e consegnare il petrolio alle compagnie private. Quello che dobbiamo fare è conservare la proprietà pubblica però permettendo che gli affari privati operino dentro il settore pur mantenendo l’industria petrolifera in generale come patrimonio nazionale”.

Fuentes, morto poco più di un anno fa, è stato uno dei massimi scrittori del boom latino-americano della seconda metà del ‘900, autore fra gli altri di “In morte di Artemio Cruz” e “Il gringo vecchio”, condensa in queste poche righe le contraddizioni irrisolte, e probabilmente irresolubili, del grande paese meso-americano.

Il petrolio, la sua “nazionalizzazione assoluta” e il suo simbolo – Pemex, “la vacca sacra” – restano il mito fondativo per eccellenza (e, finora, il tabù) che definisce il nazionalismo messicano. Un mito e un tabù che non si capiscono se non risalendo agli anni ’30 del ‘900 quando il Messico cercava di consolidarsi dopo i terribili sconquassi della grande rivoluzione del 1910. Fu il presidente Lazaro Cardenas, l’icona del nazionalismo messicano, che nel ’36 fece approvare la Ley de Expropriacion e nel ’38, per decreto presidenziale, costituì Petroleos Mexicanos, la compagnia parastatale a cui attribuì il monopolio assoluto in materia di idrocarburi. Una proprietà “inalienabile e imprescrittibile”, quella della “Nazione” sul “suo” petrolio, e un monopolio, quello di Pemex, che Cardenas nel ’40 fece scrivere nella Costituzione.
Leggi di più a proposito di Messico: il suo petrolio nazionalizzato e l’assalto dei privati

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi