Mancano i posti, serve un piano di lavoro garantito

di Jacopo Foggi Quando nel 2007 esplode la crisi finanziaria statunitense, il mondo intero sembra venir colto di sopresa. L’evento segnerà l’inizio di un lungo periodo di recessione economica, investendo tutto l’Occidente e buona parte del globo, connotandosi, de facto, come una nuova crisi del capitalismo, omologa a quella del 1929. Da allora sono trascorsi […]

Napoli in ripresa: non è un fuoco fatuo

di Sergio Caserta

Chi come me – partenopeo che non vive più a Napoli da molto tempo – tornandoci periodicamente per insopprimibile amore, non può non registrare con soddisfazione un costante cambiamento della città e soprattutto dei napoletani. Siamo abituati alla cautela e collaudati dalle tante delusioni: flussi e soprattutto riflussi in quest’ultimi trentanni ne abbiamo visti tanti, perciò nessuna esaltazione, né lodi a ennesimi rinascimenti.

Napoli in realtà muore e rinasce ogni giorno: questa nuova fase, che coincide con il secondo mandato di Luigi De Magistris, mi sembra mostri chiari elementi di evoluzione. In primo luogo e alla base, c’è il consolidamento del flusso turistico imponente ancor più per qualità che per la notevole quantità. Turismo straniero, ma anche tantissimo italiano cui corrisponde una crescita di servizi, ristorazione, arte, artigianato, cultura non più come fenomeni marginali ed effimeri.

No, sta crescendo una cultura imprenditoriale autoctona, rivolta a soddisfare domande più esigenti e diversificate, basti osservare l’offerta gastronomica e gli apprezzabili miglioramenti nell’imponente rete museale e culturale.
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100 sogni morti sul lavoro - Foto di Samuele Ghilardi

Morire sul lavoro: la crescita senza audience

di Gabriele Polo

La crisi è finita. Dicono. E snocciolano dati da zerovirgolaqualcosa che segnalerebbero un rilancio italiano, con annessa spiegazione più che ovvia: “Le riforme iniziano a dare i loro frutti, Jobs Act in testa”. Così dicono.

Dicono meno di altri numeri. Del numero di disoccupati che rimane sostanzialmente invariato (più di tre milioni); del sesto posto tra i 28 paesi dell’Ue per tasso di disoccupazione (12%, peggio – o “meglio” – di noi solo Grecia, Spagna, Cipro, Croazia e Portogallo); del fatto che l’aumento dell’occupazione sia tutto degli ultracinquantenni “grazie” a un’età pensionistica tra le più alte del mondo (mentre un giovane su due continua a essere senza lavoro).

Non dicono, poi, quasi nulla di quel che c’è tra le pieghe di questa “ripresa”. Di come si lavora nell’era del dopo articolo 18, della precarietà fatta legge, del “lavoro qualsiasi” accettato purché ci sia, dei voucher che dilagano in ogni settore, del ciclo continuo dai ritmi massacranti di centre fabbriche-miracolose, del neo-schiavismo in agricoltura. Di come si lavora e si vive, dicono poco. Pochissimo – quasi niente – di come si muore. Se non per qualche riga in cronaca nera con seguito di parole rituali.

Nell’ultima estate – dalla Puglia al Veneto – abbiamo saputo delle morti nei campi gestiti dai caporali; negli ultimi giorni – da Priolo a Torino – abbiamo letto di delitti atroci, in raffinerie o in fabbriche metalmeccaniche: morti soffocati o schiacciati. Anche per questo, volendo, ci sono numeri e statistiche. Nei primi sette mesi del 2015, in Italia, 643 persone sono morte sul lavoro, per incidenti o per fatica, per incuria delle norme o perché non c’era tempo per rispettarle. Magari per sfruttamento.
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Grecia, crisi e ripresa

Grecia, un modello per la ripresa

di Yanis Varoufakis

Mesi di negoziati tra il nostro governo e il Fondo monetario internazionale, l’Unione europea e la Banca centrale europea non hanno portato a molti progressi. Una ragione è che tutti i fronti sono troppo concentrati sulle prossime iniezioni di liquidità e non abbastanza su come Grecia potrà risollevarsi e svilupparsi in modo sostenibile. Se vogliamo interrompere l’attuale impasse, dobbiamo pensare a un’economia greca sana.

Una ripresa sostenibile richiede riforme sinergiche in grado di liberare il considerevole potenziale del Paese rimuovendo le strozzature presenti in diverse aree: investimenti produttivi, concessione di crediti, innovazione, concorrenza, sicurezza sociale, amministrazione pubblica, magistratura, mercato del lavoro, produzione culturale e, non ultima, governance democratica.

Sette anni di deflazione debitoria, rinforzata dalla prospettiva di eterna austerità, hanno decimato gli investimenti privati e pubblici e spinto le ansiose e fragili banche a smettere di prestare denaro. Con il governo senza margini di bilancio, e con le banche greche soffocate dai prestiti in sofferenza, è importante mobilitare gli asset restanti dello Stato e sbloccare il flusso di credito bancario per indirizzarlo alle parti sane del settore privato.

Per ripristinare gli investimenti e i crediti a livelli che siano in linea con la velocità di fuga dell’economia, una Grecia in ripresa avrà bisogno di due nuove istituzioni pubbliche che siano in grado di lavorare fianco a fianco con il settore privato e con le istituzioni europee: una banca per lo sviluppo in grado di sfruttare gli asset pubblici e una “bad bank” che consenta al sistema bancario di assorbire gli asset deteriorati e riassegnare il flusso di credito alle aziende redditizie orientate all’export.
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