Mio fratello muore in mare: a Rimini un evento di cittadinanza umanitaria

di Sergio Caserta È la prima domenica veramente estiva, i bagnanti affollano le spiagge di Rimini per godersi sole e mare, fa caldo ma non c’è afa, una sottile brezza rende molto piacevole la bella giornata di sole. In un angolo del litorale, dove la spiaggia s’interrompe sul porto canale proprio sotto la grande ruota […]

Rimini: l’acqua pubblica, il servizio idrico e la lotta al liberismo sfrenato del Pd

Comitato acqua bene comune di Rimini
Comitato acqua bene comune di Rimini
del Comitato acqua bene comune di Rimini

Rimini, come Reggio Emilia e Piacenza è una delle tre province che doveva decidere il modello di gestione del Servizio idrico integrato entro il 30 settembre, come previsto dal decreto Sblocca Italia. La storia di Rimini è decisamente diversa da quella delle altre due province emiliane. A Rimini, il 12 e il 13 giugno 2011, si sono recati alle urne 153.133 (61,51%) elettori, facendo una scelta ben precisa: eliminare la forzata privatizzazione dei soggetti GESTORI del servizio idrico integrato (art. 23 bis del DL 112/2008) ed eliminare la remunerazione del capitale investito (comma 1 art. 154 D.Lgs 152/2006). I SI sono stati 144.722, ossia il 95,6% dei votanti.

Il referendum ha coinciso, con le elezioni amministrative del Comune di Rimini, entrando di fatto nella discussione politica durante la campagna elettorale, tanto che il sindaco eletto si era pubblicamente impegnato a tornare alla gestione pubblica dell’idrico, firmando l’appello del comitato referendario per la gestione pubblica del Servizio idrico.

Il Comitato acqua bene comune di Rimini sostiene, oggi come allora, che si debba e si possa tornare alla gestione pubblica per due semplici ragioni. La prima perché scaturisce dal voto popolare che, pur non avendo votato esplicitamente per la ripubblicizzazione (non era neppure possibile farlo fin tanto che non si fosse abrogato l’articolo 23 bis), ha comunque espresso questa volontà dicendo no alla privatizzazione obbligatoria e chiedendo di togliere il profitto dalla gestione dell’idrico.
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Fiom

Dopo il congresso Fiom: la crisi delle sinistre e la comunità smembrata

di Loris Campetti

Lo smembramento delle comunità è l’aspetto più appariscente della crisi delle sinistre. Sul versante della politica e su quello sociale, la rottamazione dei valori e il disfacimento delle appartenenze ha portato alla sostituzione del “noi” con l'”io”. Non rappresenta una controtendenza il fatto che, spesso, le meteoriti prodotte dall’esplosione delle forme organizzate del passato tentino settariamente di compattarsi esaltando valori identitari esclusivi imbottiti di sostantivi simbolici, svuotati di sostanza come calamite ormai incapaci di attrazione. A destra, invece, l’appartenenza identitaria si rafforza e degenera, completamente liberata dai valori fondamentali e per una stagione condivisi: senza la solidarietà rispuntano egoismi rivendicati, odi etnici, piccole patrie.

Queste riflessioni mi scorrevano nella mente durante i tre giorni del congresso nazionale della Fiom conclusosi sabato sera a Rimini. Ascoltando gli interventi dal palco, girando nei corridoi dal Palacongressi, osservando la comunicazione affettuosa tra i delegati ma anche la gestione dei conflitti e delle differenze che in Fiom non mancano e spesso si trasformano in un propulsore culturale, si ha l’impressione che l’organizzazione dei metalmeccanici della Cgil rappresenti una delle poche, se non l’unica, comunità di sinistra. Sempre che per sinistra si intenda una concezione delle relazioni tra le persone alternativa a quella dominante, informata ai fondamentali del capitalismo.
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Fiom

Mia cara Fiom, esci dall’angolo e giocati la partita

di Pietro Gualandi, delegato Filtcem-Cgil

Riguardo al Testo Unico sulla Rappresentanza sindacale credo che Fiom sia un po’ troppo conservatrice. Esso porta in sé, nella certificazione e quantificazione di iscritti e nella proporzionalità elettiva dei componenti delle Rsu, una chiarezza senza precedenti. Prima di esso vigeva una sorta di Porcellum sindacale, una balcanizzazione delle rappresentanze sindacali.

Non scordiamo che questa situazione è stata agevolata anche dal referendum abrogativo del 1995 modificante l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori indetto da Rifondazione Comunista e appogiato dai Cobas e da parte della Fiom. Con quel referendum la rappresentanza in Azienda cominciava a non essere più solo dei Sindacati firmatari i Ccnl ma di chi contrattava con il padrone, arrivando ora alla possibilità con accordi separati di estromettere chi non ci sta.

Marchionne ha estromesso Fiom sulla base delle varie destrutturazioni dello Statuto dei lavoratori. Per ciò che concerne il regime sanzionatorio presente nel Testo Unico non vedo quali siano i timori: il diritto allo sciopero è costituzionalmente garantito ai lavoratori, la rappresentanza sindacale è nella sua essenza votata alle conseguenze della protesta, del diniego, della rottura di accordi, assumendosi la responsabilità di qualsiasi sanzione.
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Fiom

Rimini: la Fiom alla vigilia del suo congresso più difficile

di Loris Campetti

Più di 350 mila iscritti, con una diminuzione di 5 mila tessere: un -3% che corrisponde al calo dell’occupazione nel settore metalmeccanico italiano. La Fiom tiene in questo fine settimana uno dei congressi nazionali più difficili dalle sue origini agli albori del Novecento, quando iniziò il suo lungo cammino con qualche anno d’anticipo rispetto alla nascita della stessa Cgil.

È forse il congresso più difficile, perché si svolge sotto l’incalzare di una crisi che è globale ma che in Italia picchia più duramente sul lavoro per la mancanza di risposte politiche all’altezza dello scontro, dopo tre decenni di lotta di classe al rovescio, fatta dai padroni contro i lavoratori. Il congresso più difficile, perché mentre chiudono fabbriche e intere filiere e ogni giorno si perdono mille posti di lavoro, di pensiero di sinistra in giro per la penisola se ne respira ben poco, nel pieno dell’attacco ai fondamentali della democrazia italiana: la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori, diventati i bersagli preferiti non più soltanto della destra ma di tutti e tre i governi (e i parlamenti) delle larghe intese, non eletti, seguiti senza discontinuità concreta al ventennio berlusconiano.

Il congresso più difficile, con la confederazione di riferimento che ha sacrificato alla governabilità e all’unità con Cisl, Uil e Confindustria uno dei suoi valori costitutivi: la democrazia, che nella storia della Cgil si traduceva nel diritto dei lavoratori a esprimersi con un voto deliberativo sulle scelte strategiche del sindacato e su accordi e contratti che riguardano le loro condizioni di vita e di lavoro.
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Rimini: ronde in spiaggia e guerra ai migranti. Il modello leghista diviene prassi del Pd

Lavoratori stranieri - Foto di Paolo Balestra
Lavoratori stranieri - Foto di Paolo Balestra
di Paz Project @Rimini

Rimini, la città del turismo di massa, d’estate lancia sempre nuove tendenze. Una piccola città di provincia che conta 140mila abitanti, diviene d’estate la metropoli balneare per eccellenza, attraversata pertanto da tutte le contraddizioni e le mille sfaccettature che il capitalismo e la sua crisi irreversibile portano con se.

I ritmi della vacanza scandiscono quelli del lavoro, e la ricchezza enorme che attraversa questo territorio prodotta attraverso un’illegalità endemica e diffusa nell’industria turistico/stagionale, mettono a nudo quali siano i ricchi e i poveri, quelli che ci guadagnano e quelli che provano ad avere accesso a parte di quella ricchezza.

Guerra agli umani

Una settimana fa l’assessore alla sicurezza, Jamil Sadegholvaad, e il comandante dei vigili di Rimini scrivevano che “la guerra è persa”, che non ci sono mezzi ne uomini per contrastare l’illegalità diffusa dei venditori ambulanti che d’estate “calano” su Rimini.

Si parla di invasione, si usano tutte le terminologie del lessico razzista coniato in questo ventennio di politiche dell’odio contro i migranti, quando i numeri sono in realtà molto limitati, 200/250 venditori in transito nel territorio, forse qualcuno di più.

Poca cosa comunque di fronte all’illegalità diffusa nell’industria turistica e ai circa 13.000 lavoratori e lavoratrici stagionali sfruttati, ricattati e senza ammortizzatori sociali grazie alla Riforma del Lavoro Fornero.
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Rimini, lavoro sfruttato

Rimini, gli sfruttati del turismo: la denuncia di una lavoratrice

del Laboratorio Paz e dell’Associazione rumori sinistri

Nei giorni scorsi a Rimini, davanti alla sede della Provincia, si è svolta una conferenza stampa per denunciare un gravissimo caso di lavoro gravemente sfruttato nel settore turistico/alberghiero. Il caso riguarda una lavoratrice, Lucia Genovese, laureata in economia del turismo, che ha avuto il coraggio di ribellarsi ai ricatti e al furto del salario, e che si è trovata completamente abbandonata dalle istituzioni locali, quando – dopo essersi ribellata ai diktat dell’albergatore e aver richiesto il salario pattuito – è stata allontanata dall’hotel dove lavorava e alloggiava, con l’aiuto dei carabinieri, in piena notte.

Adl Cobas Emilia Romagna e l’associazione Rumori sinistri – contattati dalla lavoratrice grazie alla “Campagna per l’emersione del lavoro gravemente sfruttato nel turismo” – si sono subito attivate per la vertenza e le opportune segnalazioni alla Direzione Territoriale del Lavoro e per costruire un intervento multi-agenzia a supporto della lavoratrice, contattando il progetto territoriale di lotta alla tratta e al grave sfruttamento lavorativo, duramente colpito dalla spending review.

La lavoratrice è stata così inserita in una struttura di accoglienza del territorio e fra pochi giorni tornerà presso la sua abitazione in Provincia di Rovigo. La conferenza stampa è stata l’occasione per richiedere un incontro con il Presidente della Provincia e gli Assessorati competenti dal momento che il caso di Lucia, come denunciano le associazioni, non è affatto isolato.
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Emergenza Nord Africa a Bologna: a fine proroga per 200 profughi l’unica prospettiva sono i 500 euro per andarsene

Profughi a Prati di Capraradi Francesca Mezzadri

Il 28 febbraio è arrivato e anche in Emilia Romagna scade la proroga di due mesi del ministero dell’Interno riguardo la chiusura delle strutture che accolgono i migranti provenienti dal Nord Africa in attesa di ricevere una risposta alle richieste d’asilo, di protezione internazionale o di permesso umanitario. Secondo l’ultima circolare del 18 febbraio 2013, il destino dei profughi nordafricani verrà deciso dalle prefetture delle province che “dovrebbero favorire i percorsi d’uscita da queste strutture”. Tra le misure previste dal dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno, vi è anche la “buonuscita” di 500 euro procapite.

“Sono a Bologna ai Prati di Caprara da due anni,” spiega K. durante un incontro che si è tenuto martedì 26 febbraio presso il Tpo tra migranti e operatori di associazioni interculturali regionali, “come molti altri ho ottenuto un permesso temporaneo di 6 mesi, rinnovato ad altri 6 mesi, perché sono ancora in attesa di ricevere una risposta alla mia richiesta d’asilo. Per ora non possiamo fare nulla. Ci hanno detto solo che dopo il 28 febbraio ci daranno 500 euro, ma io non voglio 500 euro, ho bisogno di un percorso che mi porti a qualcosa di concreto perché sono un rifugiato libico, un rifugiato da oltre due anni”.
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Foto di Cau Napoli

“No nazi in my town”: da Rimini all’Europa il ritorno dell’estrema destra e le risposte dell’antifascismo

di Angelica Erta

Nella Grecia a rischio default si assiste all’irresistibile ascesa di Alba Dorata. La Troika impone l’austerity, il governo greco ormai orfano di sovranità cede su tutti i fronti mentre le squadracce del partito di estrema destra moltiplicano i raid dei suoi militanti in divisa. Immigrati, gay, attivisti e giornalisti non allineati sono potenziali obiettivi. Alcuni iniziano a domandarsi se la Grecia sia ancora una democrazia, ma il consenso intorno al partito cresce, mentre la polizia ellenica sembra assecondarne le mosse. Dal 7% delle elezioni di maggio, che consentì ai suoi esponenti di sedere in Parlamento, al 15% odierno secondo i sondaggi. E se la Grecia rappresenta il parossismo della malattia, è pur vero che il filo d’odio corre veloce anche nel resto dell’Europa dove si osserva un’ascesa dei movimenti e dei valori neofascisti.

È in questo quadro che ha attecchito Forza Nuova, partito antisistema che si mostra come il difensore più puro dell’identità nazionale. Lo schema si ripete in tutta Europa. Le infrastrutture e il welfare vengono distrutti e i movimenti di estrema destra fanno proselitismi, intrecciando l’ideologia razzista e xenofoba ad analisi socioeconomiche semplificate, chiedendo il ritorno di regimi protezionisti e nazionalisti contro il ‘nemico’, l’immigrato o il rom che rosicchia il benessere degli autoctoni. Connessioni fra crisi economica e revival del nazionalismo (e della xenofobia?) tracciate anche dal convegno di forza Nuova dell’8 novembre prossimo, a Rimini, dal titolo “Crisi economica e crisi della nazione. Quale futuro?”
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