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Matteo Renzi, il re è nudo. Ma nel Pd nessuno se ne accorge

Matteo Renzi

di Sergio Caserta

La famosa favola di Hans Christian Andersen racconta come l’imperatore di Danimarca si mise addosso un abito inesistente, comprato da due truffatori, che l’avevano convinto della qualità così particolare dei tessuti che gli stolti non potevano vederla. Così il re grullo, sfilava nudo al corteo e tutti i cortigiani plaudivano per quell’abito meraviglioso inesistente, fino a che un bambino – con la forza dirompente della sua ingenua sincerità – gridò: ma il re è nudo! Dopodiché la catastrofe.

La parabola della stoltezza vanesia dei potenti non si applica in casa Pd nonostante il “re” sia altrettanto nudo e anche malmesso in arnese, perché i “bambini” – cioè quelli che dicono la verità – se ne sono andati o tacciono per convenienza o per paura; che è la stessa cosa.

Siamo oltre l’epilogo di una vicenda cominciata tre anni fa con un “Enrico, stai sereno” rivolto amabilmente al povero Enrico Letta, due giorni prima della pugnalata che lo dimissionava dal governo, il presidente della Repubblica silente faceva finta di non vedere il regicidio e accettava il rampollo di Firenze, segretario di partito, auto nominatosi presidente del Consiglio. Chissà perché in quel caso nessuno aveva fatto appello con forza all’esercizio delle prerogative del presidente in merito alle procedure costituzionali contemplate dall’art. 92: “Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo i ministri”.

Buon anno! Anarchia nella scuola

di Silvia R. Lolli

Messaggio sobrio quello del presidente Mattarella, quest’anno. Unico desiderio trovare il prossimo 4 marzo una maggioranza di votanti. Chissà però quanta sovranità popolare per la nostra democrazia sarà rappresentata nel futuro Parlamento con la legge elettorale. Almeno ha richiamato i principi della Costituzione ricordando i suoi Settant’anni.

Che cosa vorremmo per il nuovo anno? Non abbiamo molte aspettative, da tempo ormai non osiamo più averne: troppe delusioni. Prendiamo ciò che arriva, anche se facciamo tutto per mantenere idee e conservare diritti, ai quali sappiamo che devono precedere doveri vedi gli artt. 2 e 4 della Costituzione. Per esempio il dovere di continuare a fare una professione come se nulla fosse cambiato dal momento in cui si è cominciata, proprio per attuare la Carta. Prendiamo la scuola italiana; non c’è dubbio che la “buona scuola”, ma non solo, stia cambiando nei fatti i suoi principi.

Che dire dell’ultima trovata di un ministero che ha perso da tempo il termine “pubblica” e che in questi giorni di fine mandato dà attuazione all’ennesima azione che allontanerà ancora di più i cittadini dal diritto allo studio e continuerà a confondere la scuola statale con quelle private?

Costituzione 70 anni dopo: dal lavoro alla giustizia sociale, la Carta tradita dalla politica

di Marco Palombi e Silvia Truzzi

Il 1° gennaio 2018 la Costituzione italiana compie settant’anni e non è un caso che, come si fa con le vecchie signore, la si lasci ormai parlare senza darle retta. E dire che governare, legiferare, produrre e vivere contro la Carta è – o forse, ormai, sarebbe – la più grave forma di illegalità possibile per la Repubblica: è per evitare di ammettere questo che il pulviscolo di individui e interessi che un tempo era una comunità nazionale deve considerare la Costituzione solo come una vecchia signora un po’ svanita, persa dietro le sue fantasie di gioventù, inadatta al mondo presente, un mondo che si vuole, nei fatti, post-costituzionale. Basta leggerla per sapere che è così: diritto al lavoro, giustizia sociale, solidarietà, responsabilità sociale dell’impresa. Questa non è, dunque, una celebrazione, ma il breve riassunto di un tradimento.

Un vecchio discorso e un programma per oggi

Bisogna chiedersi: a cosa serve questo «pezzo di carta, che se lo lascio cadere, non si muove»? Parole di Piero Calamandrei, uno dei padri di quel “pezzo di carta”, che così lo spiegò agli studenti milanesi in un giorno del 1955, partendo dal secondo comma dell’articolo 3 («il più importante di tutti»): È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Per un sistema elettorale onesto, costituzionale e democratico

Elezioni - Foto di Luca Zappa

di Marco Perosa

La netta vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre ha stroncato il tentativo del governo Renzi di manomettere la Costituzione della Repubblica, fondata su un sistema rappresentativo che ha come centro il Parlamento e su un equilibrio tra poteri e organi dello Stato, riproponendo quindi con urgenza la questione del sistema elettorale da adottare, quanto meno per la Camera dei deputati. Infatti è opinione largamente condivisa che il Porcellinum detto Italicum non abbia più motivo di esistere, dato che sopravvive un Senato eletto dal popolo.

Quale posizione dovrebbe prendere in proposito il nostro Comitato? Non trattandosi di un partito politico, sembra inopportuna una presa di posizione a favore di uno specifico sistema elettorale, senza contare che ciò comporterebbe il rischio di divisioni al nostro interno tra sostenitori, ad esempio, del proporzionale (plurinominale) e dell’uninominale (maggioritario). Sembra invece opportuna, e coerente con la battaglia finora condotta, una decisa presa di posizione contro sistemi elettorali contrari ai principi democratici e al dettato delle norme costituzionali.

A questo proposito occorre prendere come bussola per orientarsi l’art.48, 2° comma, 1° frase: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Se queste condizioni sono rispettate, qualsiasi sistema elettorale può essere accettabile: un sistema proporzionale rispecchia più fedelmente i rapporti di forza tra partiti ma rende meno immediato il rapporto tra gli elettori ed i singoli eletti, mentre l’uninominale assicura una relazione più diretta tra elettori ed eletti e favorisce la formazione di maggioranze (la famosa “governabilità”), ma distorce in modo più o meno serio il rapporto tra voti e seggi ottenuti da ciascuna lista o partito.

Referendum: sconfitto il sì, Renzi si dimette

a-renzidimissioni

Ecco alcuni estratti del discorso di dimissioni del presidente del consiglio dei ministro Matteo Renzi, che nel pomeriggio si presenterà al capo dello Stato Sergio Mattarella, dopo la vittoria del no al referendum costituzionale:

Le percentuali sono state superiori a tutte le attese. Questo voto consegna al fronte del no oneri e onori insieme alla responsabilità della proposta a iniziare dalla legge elettorale. Agli amici del sì, che hanno condiviso il sogno, un abbraccio. Ci abbiamo provato a dare una chance di cambiamento, ma non ce l’abbiamo fatta. Volevamo vincere, non partecipare e mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta. Ripeto, io ho perso e sono diverso. Andiamo via senza rimorsi. L’esperienza del mio governo finisce qui.

Referendum costituzione: vince il NO! Lo spoglio e i risultati attraverso la diretta Twitter


Speciale verso il referendum – Uniti per la Costituzione: appello per domani, 4 dicembre

Referendum - Comitato per il no

Referendum – Comitato per il no

di Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi, Susanna Camusso, segretaria generale Cgil, e Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

Alle cittadine e ai cittadini raccomandiamo un voto consapevole e responsabile. Non si tratta di una legge ordinaria ma della Costituzione, la nostra Carta fondamentale.

Modifiche sbagliate e destinate a non funzionare, così come lo stravolgimento del sistema ideato dai Costituenti, avrebbero effetti imprevedibili e disastrosi per l’equilibrio dei poteri, per la rappresentanza, per l’esercizio della sovranità popolare, in sostanza per la stessa democrazia, che invece va rafforzata, potenziata e difesa con la piena attuazione della Costituzione repubblicana.

Consapevolmente e responsabilmente, votate NO.

Speciale verso il referendum – La riforma costituzionale di (Du)Cetto La Qualunque

Matteo Renzi

Matteo Renzi

di Fabio Scacciavillani

Cavour, Giolitti e Mussolini governarono sostanzialmente con lo stesso sistema costituzionale, ma con leggi elettorali diverse. Fu l’introduzione del suffragio universale (in un paese ad alto tasso di analfabetismo), e il Patto Gentiloni che ne derivò, a cambiare gli assetti politici reali. In poco tempo l’Italia fu spinta verso la Prima Guerra Mondiale, sull’onda delle pressioni violente esercitate dalla teppa interventista di destra e di sinistra. Finita la guerra più inutile della Storia, il sistema elettorale generò il caos da cui originò il fascismo. E infine fu la legge Acerbo (voluta da Mussolini e che determinò l’aggregazione del Listone) a trasformare un sistema più o meno rappresentativo in una dittatura. E’ questo il quadro storico da non dimenticare il 4 dicembre.

A dispetto dei ragli di chi si ostina a ripetere che l’Italicum non è oggetto della riforma costituzionale soggetta a referendum, gli effetti nefasti della riforma Boschi-Verdini derivano dalla combinazione con una legge elettorale demenziale partorita dall’arroganza puerile del Ducetto La Qualunque convinto di avere in mano il Paese grazie a un’elemosina di 80 euro.

Una Costituzione che rafforzi i poteri del governo nel quadro di un sistema parlamentare con sistema elettorale proporzionale, sortisce effetti totalmente diversi quando il sistema elettorale regala a una minoranza la maggioranza dei seggi in Parlamento. Gli argini all’autoritarismo e all’arbitrio o, se preferite, un efficace equilibrio di pesi e contrappesi assicurato dalle dinamiche di una coalizione parlamentare, in un sistema maggioritario deve essere garantito da istituzioni non soggette al controllo della maggioranza.

Speciale verso il referendum – Gherardo Colombo: “La riforma è un pasticcio e riduce lo spazio della democrazia”

Gherardo Colombo

Gherardo Colombo

di Nicola Mirenzi

“Con il sistema disegnato dalla riforma costituzionale, i nuovi senatori risponderebbero ai partiti, non alle autonomie locali. E, questo, diminuirebbe lo spazio della democrazia”. Per Gherardo Colombo – ex membro del pool Mani pulite, saggista, credente della regole anti autoritarie, autore con Piercamillo Davigo di un libro-dialogo dal titolo “La tua giustizia non è la mia” (Longanesi, 176 pp., 12.90 euro) – l’architettura istituzionale immaginata da Matteo Renzi e compagni “è un pasticcio che non aiuterà a far funzionare utilmente il sistema italiano”. E nemmeno il livello del dibattito pubblico è all’altezza: “La discussione a cui stiamo assistendo – dice all’Huffington Post – è molto più prossima alla propaganda che all’analisi e all’informazione. I punti veri non vengono quasi mai toccati. Si enfatizza la riduzione dei costi della politica e la semplificazione legislativa, ma il primo aspetto è marginale, il secondo va contro la reale necessità dell’Italia: che avrebbe bisogno di meno leggi, non di più velocità nella loro approvazione”.

Definirebbe “populistico” questo confronto?

No, perché non voglio fare un torto al popolo.

Cosa non la convince del referendum?

Non si possono chiamare i cittadini a rispondere solo con un ‘sì’ o con un ‘no’ quando devono valutare argomenti così differenti: la composizione del senato, l’abolizione delle province e del Cnel, le regole per l’elezione del presidente della repubblica. Sono materie diverse. Sarebbe stato necessario formulare un quesito per ognuna di queste proposte.

Speciale verso il referendum – Il nuovo senato, ovvero il bundesrat “de’ noantri”

Piergiovanni Alleva

Piergiovanni Alleva

di Piergiovanni Alleva

Nel corso di questa esasperata campagna elettorale, il sostenitore del “sì” non hanno mai davvero chiarito in cosa consista la riforma costituzionale, tanto rumorosamente propagandata, né quali siano i suoi supposti mirabolanti benefici, che dovrebbero “mettere le ali” alla nostra depressa situazione socio-economica.

Non si può davvero trattare di qualche risparmio finanziario sulle spese di funzionamento del Senato e di tempo sulla durata degli iter legislativi, perché altrimenti sarebbe stato semplicemente logico abolire il Senato invece che mantenerlo in vita, riducendolo ad una sorta di nano deforme ma comunque costoso.

Occorre, allora “esaminare dal di dentro” la riforma per comprenderne essenza e meccanismi e constatare come essa si risolva nel consueto inganno, già sperimentato con il Job’s Act tra una apparenza neutra o positiva e un contenuto reale pessimo e pericoloso. Il vero è, detto in breve, che la riforma costituzionale del governo Renzi consiste, essenzialmente in una cattiva imitazione del sistema bicamerale tedesco, con la trasformazione del nostro Senato in qualcosa all’apparenza molto simile alla seconda camera del parlamento tedesco, detta “Bundesrat”.

Il Bundesrat – come si sa – rappresenta i “Länder” (Regioni – Stato) e affianca la Camera dei deputati, detta Bundestag che rappresenta invece la nazione.