Le riforme e gli analfabeti istituzionali

di Massimo Villone Si chiude con la fiducia e senza sorprese l’assurda crisi di agosto. Qualche risultato positivo va segnalato: lo sfratto di Salvini da Palazzo Chigi; Aver evitato un voto subito o – speriamo – a pochi mesi; recuperare in prospettiva un sistema elettorale proporzionale. Ovviamente, non mancano le ombre. Ne troviamo nella annunciata […]

Autonomia differenziata, diritti e unità nazionale: in campo la società per bloccare un processo pericoloso

di Alfiero Grandi L’ansia da elezioni spinge la Lega a insistere con forza sull’autonomia differenziata. Non deve trarre in inganno l’apparente fase di impasse, l’obiettivo dichiarato della Lega è di riavviare la procedura dell’autonomia differenziata ad ogni costo. Purtroppo l’esperienza ci dice che le resistenze del M5Stelle non hanno retto fino in fondo, almeno finora, […]

Governo gialloverde: le riforme costituzionali nascondono la via verso il presidenzialismo

di Alfiero Grandi

Al Senato è stato approvato in prima lettura il testo della legge che riduce il numero dei parlamentari, 400 alla Camera, 200 al Senato. Ora la proposta di legge passa alla Camera e come tutte le proposte che vogliono modificare la Costituzione dovrà essere approvata due volte, sia alla Camera che al Senato, a distanza di almeno 3 mesi, e se la proposta verrà approvata senza il voto favorevole di almeno i due terzi dei parlamentari sarà possibile chiedere che si svolga il referendum costituzionale, come è avvenuto il 4 dicembre 2016, quando la vittoria del No ha bocciato le deformazioni della Costituzione targate Renzi.

A poco più di due anni dalla vittoria del No nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 l’attuale maggioranza Lega-M5Stelle non ha saputo fare meglio che rilanciare le modifiche alla Costituzione. Cercando di non dare nell’occhio si è arrivati ad avere in campo queste modifiche:

  • Introduzione del referendum propositivo, il cui difetto di fondo – anche nell’ultima versione – è che anziché arricchire la democrazia rappresentativa con una nuova forma di partecipazione dei cittadini, tale da integrare l’attività del parlamento, continua a contrapporre cittadini e parlamento, con il serio rischio di creare cortocircuiti.

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Mercati, riforme, sviluppo: le fake word del neoliberismo

di Paolo Baldeschi

“I mercati ci chiedono le riforme per rilanciare lo sviluppo”. Quante volte abbiamo letto o sentito queste parole, ripetute ossessivamente nei giornali e nei programmi televisivi; si noti bene che non si chiedono “riforme”, ma “le riforme” per antonomasia, cioè quelle riforme che sono gradite all’establishment. Proviamo a tradurre queste parole magiche nel loro autentico significato, un esercizio non di parte, ma puramente ermeneutico.

La prima parola magica sono “i mercati”. Di quali “mercati” si tratta? Il mercato azionario, quello delle obbligazioni, dei futures, dei mutui sub-prime, delle materie prime, o cosa altro? Tutti riassunti nel termine “sistema dei mercati”, una parola neutra che, come ha scritto Luciano Gallino [1], ha sostituito il molto più esplicito, veridico, ma ormai impopolare, “capitalismo”. Cui deve essere aggiunta la qualifica di “finanziario”, ciò che lo rende radicalmente diverso da quello industriale e manifatturiero, i cui profitti non sono neanche lontanamente paragonabili a quanti ottenuti con strumenti speculativi.

La seconda parola magica sono “le riforme”, quelle che ci vengono chieste sia dai “mercati”, sia dall’ Unione Europea, a sua volta prona ai voleri dei “mercati” ben rappresentati al suo interno dall’immenso apparato burocratico e tecnocratico della Commissione e all’esterno dalle lobby delle multinazionali, potenti e aggressive. Le riforme, nell’accezione neoliberista, sono quelle che comprimono i salari e i diritti dei lavoratori.
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Matteo Renzi

Matteo Renzi, il re è nudo. Ma nel Pd nessuno se ne accorge

di Sergio Caserta

La famosa favola di Hans Christian Andersen racconta come l’imperatore di Danimarca si mise addosso un abito inesistente, comprato da due truffatori, che l’avevano convinto della qualità così particolare dei tessuti che gli stolti non potevano vederla. Così il re grullo, sfilava nudo al corteo e tutti i cortigiani plaudivano per quell’abito meraviglioso inesistente, fino a che un bambino – con la forza dirompente della sua ingenua sincerità – gridò: ma il re è nudo! Dopodiché la catastrofe.

La parabola della stoltezza vanesia dei potenti non si applica in casa Pd nonostante il “re” sia altrettanto nudo e anche malmesso in arnese, perché i “bambini” – cioè quelli che dicono la verità – se ne sono andati o tacciono per convenienza o per paura; che è la stessa cosa.

Siamo oltre l’epilogo di una vicenda cominciata tre anni fa con un “Enrico, stai sereno” rivolto amabilmente al povero Enrico Letta, due giorni prima della pugnalata che lo dimissionava dal governo, il presidente della Repubblica silente faceva finta di non vedere il regicidio e accettava il rampollo di Firenze, segretario di partito, auto nominatosi presidente del Consiglio. Chissà perché in quel caso nessuno aveva fatto appello con forza all’esercizio delle prerogative del presidente in merito alle procedure costituzionali contemplate dall’art. 92: “Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo i ministri”.
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Buon anno! Anarchia nella scuola

di Silvia R. Lolli

Messaggio sobrio quello del presidente Mattarella, quest’anno. Unico desiderio trovare il prossimo 4 marzo una maggioranza di votanti. Chissà però quanta sovranità popolare per la nostra democrazia sarà rappresentata nel futuro Parlamento con la legge elettorale. Almeno ha richiamato i principi della Costituzione ricordando i suoi Settant’anni.

Che cosa vorremmo per il nuovo anno? Non abbiamo molte aspettative, da tempo ormai non osiamo più averne: troppe delusioni. Prendiamo ciò che arriva, anche se facciamo tutto per mantenere idee e conservare diritti, ai quali sappiamo che devono precedere doveri vedi gli artt. 2 e 4 della Costituzione. Per esempio il dovere di continuare a fare una professione come se nulla fosse cambiato dal momento in cui si è cominciata, proprio per attuare la Carta. Prendiamo la scuola italiana; non c’è dubbio che la “buona scuola”, ma non solo, stia cambiando nei fatti i suoi principi.

Che dire dell’ultima trovata di un ministero che ha perso da tempo il termine “pubblica” e che in questi giorni di fine mandato dà attuazione all’ennesima azione che allontanerà ancora di più i cittadini dal diritto allo studio e continuerà a confondere la scuola statale con quelle private?
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Costituzione 70 anni dopo: dal lavoro alla giustizia sociale, la Carta tradita dalla politica

di Marco Palombi e Silvia Truzzi

Il 1° gennaio 2018 la Costituzione italiana compie settant’anni e non è un caso che, come si fa con le vecchie signore, la si lasci ormai parlare senza darle retta. E dire che governare, legiferare, produrre e vivere contro la Carta è – o forse, ormai, sarebbe – la più grave forma di illegalità possibile per la Repubblica: è per evitare di ammettere questo che il pulviscolo di individui e interessi che un tempo era una comunità nazionale deve considerare la Costituzione solo come una vecchia signora un po’ svanita, persa dietro le sue fantasie di gioventù, inadatta al mondo presente, un mondo che si vuole, nei fatti, post-costituzionale. Basta leggerla per sapere che è così: diritto al lavoro, giustizia sociale, solidarietà, responsabilità sociale dell’impresa. Questa non è, dunque, una celebrazione, ma il breve riassunto di un tradimento.

Un vecchio discorso e un programma per oggi

Bisogna chiedersi: a cosa serve questo «pezzo di carta, che se lo lascio cadere, non si muove»? Parole di Piero Calamandrei, uno dei padri di quel “pezzo di carta”, che così lo spiegò agli studenti milanesi in un giorno del 1955, partendo dal secondo comma dell’articolo 3 («il più importante di tutti»): È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
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Per un sistema elettorale onesto, costituzionale e democratico

Elezioni - Foto di Luca Zappa

di Marco Perosa

La netta vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre ha stroncato il tentativo del governo Renzi di manomettere la Costituzione della Repubblica, fondata su un sistema rappresentativo che ha come centro il Parlamento e su un equilibrio tra poteri e organi dello Stato, riproponendo quindi con urgenza la questione del sistema elettorale da adottare, quanto meno per la Camera dei deputati. Infatti è opinione largamente condivisa che il Porcellinum detto Italicum non abbia più motivo di esistere, dato che sopravvive un Senato eletto dal popolo.

Quale posizione dovrebbe prendere in proposito il nostro Comitato? Non trattandosi di un partito politico, sembra inopportuna una presa di posizione a favore di uno specifico sistema elettorale, senza contare che ciò comporterebbe il rischio di divisioni al nostro interno tra sostenitori, ad esempio, del proporzionale (plurinominale) e dell’uninominale (maggioritario). Sembra invece opportuna, e coerente con la battaglia finora condotta, una decisa presa di posizione contro sistemi elettorali contrari ai principi democratici e al dettato delle norme costituzionali.

A questo proposito occorre prendere come bussola per orientarsi l’art.48, 2° comma, 1° frase: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Se queste condizioni sono rispettate, qualsiasi sistema elettorale può essere accettabile: un sistema proporzionale rispecchia più fedelmente i rapporti di forza tra partiti ma rende meno immediato il rapporto tra gli elettori ed i singoli eletti, mentre l’uninominale assicura una relazione più diretta tra elettori ed eletti e favorisce la formazione di maggioranze (la famosa “governabilità”), ma distorce in modo più o meno serio il rapporto tra voti e seggi ottenuti da ciascuna lista o partito.
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Referendum: sconfitto il sì, Renzi si dimette

Ecco alcuni estratti del discorso di dimissioni del presidente del consiglio dei ministro Matteo Renzi, che nel pomeriggio si presenterà al capo dello Stato Sergio Mattarella, dopo la vittoria del no al referendum costituzionale: Le percentuali sono state superiori a tutte le attese. Questo voto consegna al fronte del no oneri e onori insieme alla […]

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