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Per un sistema elettorale onesto, costituzionale e democratico

Elezioni - Foto di Luca Zappa

di Marco Perosa

La netta vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre ha stroncato il tentativo del governo Renzi di manomettere la Costituzione della Repubblica, fondata su un sistema rappresentativo che ha come centro il Parlamento e su un equilibrio tra poteri e organi dello Stato, riproponendo quindi con urgenza la questione del sistema elettorale da adottare, quanto meno per la Camera dei deputati. Infatti è opinione largamente condivisa che il Porcellinum detto Italicum non abbia più motivo di esistere, dato che sopravvive un Senato eletto dal popolo.

Quale posizione dovrebbe prendere in proposito il nostro Comitato? Non trattandosi di un partito politico, sembra inopportuna una presa di posizione a favore di uno specifico sistema elettorale, senza contare che ciò comporterebbe il rischio di divisioni al nostro interno tra sostenitori, ad esempio, del proporzionale (plurinominale) e dell’uninominale (maggioritario). Sembra invece opportuna, e coerente con la battaglia finora condotta, una decisa presa di posizione contro sistemi elettorali contrari ai principi democratici e al dettato delle norme costituzionali.

A questo proposito occorre prendere come bussola per orientarsi l’art.48, 2° comma, 1° frase: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Se queste condizioni sono rispettate, qualsiasi sistema elettorale può essere accettabile: un sistema proporzionale rispecchia più fedelmente i rapporti di forza tra partiti ma rende meno immediato il rapporto tra gli elettori ed i singoli eletti, mentre l’uninominale assicura una relazione più diretta tra elettori ed eletti e favorisce la formazione di maggioranze (la famosa “governabilità”), ma distorce in modo più o meno serio il rapporto tra voti e seggi ottenuti da ciascuna lista o partito.

Referendum: sconfitto il sì, Renzi si dimette

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Ecco alcuni estratti del discorso di dimissioni del presidente del consiglio dei ministro Matteo Renzi, che nel pomeriggio si presenterà al capo dello Stato Sergio Mattarella, dopo la vittoria del no al referendum costituzionale:

Le percentuali sono state superiori a tutte le attese. Questo voto consegna al fronte del no oneri e onori insieme alla responsabilità della proposta a iniziare dalla legge elettorale. Agli amici del sì, che hanno condiviso il sogno, un abbraccio. Ci abbiamo provato a dare una chance di cambiamento, ma non ce l’abbiamo fatta. Volevamo vincere, non partecipare e mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta. Ripeto, io ho perso e sono diverso. Andiamo via senza rimorsi. L’esperienza del mio governo finisce qui.

Referendum costituzione: vince il NO! Lo spoglio e i risultati attraverso la diretta Twitter


Speciale verso il referendum – Uniti per la Costituzione: appello per domani, 4 dicembre

Referendum - Comitato per il no

Referendum – Comitato per il no

di Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi, Susanna Camusso, segretaria generale Cgil, e Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci

Alle cittadine e ai cittadini raccomandiamo un voto consapevole e responsabile. Non si tratta di una legge ordinaria ma della Costituzione, la nostra Carta fondamentale.

Modifiche sbagliate e destinate a non funzionare, così come lo stravolgimento del sistema ideato dai Costituenti, avrebbero effetti imprevedibili e disastrosi per l’equilibrio dei poteri, per la rappresentanza, per l’esercizio della sovranità popolare, in sostanza per la stessa democrazia, che invece va rafforzata, potenziata e difesa con la piena attuazione della Costituzione repubblicana.

Consapevolmente e responsabilmente, votate NO.

Speciale verso il referendum – La riforma costituzionale di (Du)Cetto La Qualunque

Matteo Renzi

Matteo Renzi

di Fabio Scacciavillani

Cavour, Giolitti e Mussolini governarono sostanzialmente con lo stesso sistema costituzionale, ma con leggi elettorali diverse. Fu l’introduzione del suffragio universale (in un paese ad alto tasso di analfabetismo), e il Patto Gentiloni che ne derivò, a cambiare gli assetti politici reali. In poco tempo l’Italia fu spinta verso la Prima Guerra Mondiale, sull’onda delle pressioni violente esercitate dalla teppa interventista di destra e di sinistra. Finita la guerra più inutile della Storia, il sistema elettorale generò il caos da cui originò il fascismo. E infine fu la legge Acerbo (voluta da Mussolini e che determinò l’aggregazione del Listone) a trasformare un sistema più o meno rappresentativo in una dittatura. E’ questo il quadro storico da non dimenticare il 4 dicembre.

A dispetto dei ragli di chi si ostina a ripetere che l’Italicum non è oggetto della riforma costituzionale soggetta a referendum, gli effetti nefasti della riforma Boschi-Verdini derivano dalla combinazione con una legge elettorale demenziale partorita dall’arroganza puerile del Ducetto La Qualunque convinto di avere in mano il Paese grazie a un’elemosina di 80 euro.

Una Costituzione che rafforzi i poteri del governo nel quadro di un sistema parlamentare con sistema elettorale proporzionale, sortisce effetti totalmente diversi quando il sistema elettorale regala a una minoranza la maggioranza dei seggi in Parlamento. Gli argini all’autoritarismo e all’arbitrio o, se preferite, un efficace equilibrio di pesi e contrappesi assicurato dalle dinamiche di una coalizione parlamentare, in un sistema maggioritario deve essere garantito da istituzioni non soggette al controllo della maggioranza.

Speciale verso il referendum – Gherardo Colombo: “La riforma è un pasticcio e riduce lo spazio della democrazia”

Gherardo Colombo

Gherardo Colombo

di Nicola Mirenzi

“Con il sistema disegnato dalla riforma costituzionale, i nuovi senatori risponderebbero ai partiti, non alle autonomie locali. E, questo, diminuirebbe lo spazio della democrazia”. Per Gherardo Colombo – ex membro del pool Mani pulite, saggista, credente della regole anti autoritarie, autore con Piercamillo Davigo di un libro-dialogo dal titolo “La tua giustizia non è la mia” (Longanesi, 176 pp., 12.90 euro) – l’architettura istituzionale immaginata da Matteo Renzi e compagni “è un pasticcio che non aiuterà a far funzionare utilmente il sistema italiano”. E nemmeno il livello del dibattito pubblico è all’altezza: “La discussione a cui stiamo assistendo – dice all’Huffington Post – è molto più prossima alla propaganda che all’analisi e all’informazione. I punti veri non vengono quasi mai toccati. Si enfatizza la riduzione dei costi della politica e la semplificazione legislativa, ma il primo aspetto è marginale, il secondo va contro la reale necessità dell’Italia: che avrebbe bisogno di meno leggi, non di più velocità nella loro approvazione”.

Definirebbe “populistico” questo confronto?

No, perché non voglio fare un torto al popolo.

Cosa non la convince del referendum?

Non si possono chiamare i cittadini a rispondere solo con un ‘sì’ o con un ‘no’ quando devono valutare argomenti così differenti: la composizione del senato, l’abolizione delle province e del Cnel, le regole per l’elezione del presidente della repubblica. Sono materie diverse. Sarebbe stato necessario formulare un quesito per ognuna di queste proposte.

Speciale verso il referendum – Il nuovo senato, ovvero il bundesrat “de’ noantri”

Piergiovanni Alleva

Piergiovanni Alleva

di Piergiovanni Alleva

Nel corso di questa esasperata campagna elettorale, il sostenitore del “sì” non hanno mai davvero chiarito in cosa consista la riforma costituzionale, tanto rumorosamente propagandata, né quali siano i suoi supposti mirabolanti benefici, che dovrebbero “mettere le ali” alla nostra depressa situazione socio-economica.

Non si può davvero trattare di qualche risparmio finanziario sulle spese di funzionamento del Senato e di tempo sulla durata degli iter legislativi, perché altrimenti sarebbe stato semplicemente logico abolire il Senato invece che mantenerlo in vita, riducendolo ad una sorta di nano deforme ma comunque costoso.

Occorre, allora “esaminare dal di dentro” la riforma per comprenderne essenza e meccanismi e constatare come essa si risolva nel consueto inganno, già sperimentato con il Job’s Act tra una apparenza neutra o positiva e un contenuto reale pessimo e pericoloso. Il vero è, detto in breve, che la riforma costituzionale del governo Renzi consiste, essenzialmente in una cattiva imitazione del sistema bicamerale tedesco, con la trasformazione del nostro Senato in qualcosa all’apparenza molto simile alla seconda camera del parlamento tedesco, detta “Bundesrat”.

Il Bundesrat – come si sa – rappresenta i “Länder” (Regioni – Stato) e affianca la Camera dei deputati, detta Bundestag che rappresenta invece la nazione.

Speciale verso il referendum – La riforma Renzi è oligarchica e antipopolare

Roberto Scarpinato

Roberto Scarpinato

di Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo

Il mio dissenso nei confronti della riforma costituzionale è dovuto a vari motivi che, per ragioni di tempo, potrò esplicare solo in piccola parte. In primo luogo perché questa riforma non è affatto una revisione della Costituzione vigente, cioè un aggiustamento di alcuni meccanismi della macchina statale per renderla più funzionale, ma con i suoi 47 articoli su 139 introduce una diversa Costituzione, alternativa e antagonista nel suo disegno globale a quella vigente, mutando in profondità l’organizzazione dello Stato, i rapporti tra i poteri ed il rapporto tra il potere ed i cittadini.

Una diversa Costituzione che modificando il modo in cui il potere è organizzato, ha inevitabili e rilevanti ricadute sui diritti politici e sociali dei cittadini, garantiti nella prima parte della Costituzione. Basti considerare che, ad esempio, la riforma abroga l’articolo 58 della Costituzione vigente che sancisce il diritto dei cittadini di eleggere i senatori, e con ciò stesso svuota di contenuto l’art. 1 della Costituzione, norma cardine del sistema democratico che stabilisce che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Nella diversa organizzazione del potere prevista dalla riforma, questo potere sovrano fondamentale per la vita democratica, viene tolto ai cittadini e attributo alle oligarchie di partito che controllano i consigli regionali. Poiché, come diceva Hegel, il demonio si cela nel dettaglio, questo dettaglio – se così vogliamo impropriamente definirlo – racchiude in se e disvela l’animus oligarchico e antipopolare che – a mio parere – attraversa sottotraccia tutta la riforma costituzionale, celandosi nei meandri di articoli la cui comprensione sfugge al cittadino medio, cioè a dire alla generalità dei cittadini che il 4 dicembre saranno chiamati a votare.

Speciale verso il referendum – Il NO è una garanzia per l’avvenire

Aldo Tortorella

Aldo Tortorella

di Aldo Tortorella

Care compagne e cari compagni, un malanno invernale, complice l’età, mi impedisce di essere oggi con voi come avrei desiderato per dirvi innanzitutto tutta la mia indignazione per il modo con cui si viene svolgendo questa campagna referendaria da parte di coloro che oggi hanno il governo del Paese. Trovo scandaloso che i pubblici poteri siano impegnati ad alimentare con ogni mezzo compresi quelli meno leciti una campagna di disinformazione e di falsità. La televisione in ogni ora del giorno e della notte è occupata da questo presidente del consiglio il quale con tutti i problemi che ci sono non ha altro da fare che saltare da un programma all’altro o da un palco all’altro palco a far la sua propaganda e a propagandare se stesso.

Più che un uomo di governo abbiamo un attore televisivo, oltre che uno studente bocciato dal suo professore di diritto costituzionale. Dire che il maggiore problema della repubblica è la presunta lentezza legislativa dovuta al bicameralismo è una favola. In Italia si fanno anche troppe leggi e il guaio è che spesso sono leggi sbagliate. E molte leggi sbagliate sono state e vengono approvate anche troppo rapidamente come è accaduto e accade alle leggi governative definite decreti d’urgenza.

Il primato spetta alla sciagurata legge Fornero sulle pensioni approvata in 16 giorni. Tutti i decreti-legge di questo governo sono passati in meno di 44 giorni. Il presidente del consiglio dunque mente sapendo di mentire quando dice che vuole questo stravolgimento della Costituzione per fare presto. Ha fatto anche troppo presto con molte misure dannose per i lavoratori e per il paese.

Referendum costituzionale: i fatti e i miti

Costituzione bene comune

di Nadia Urbinati

Ne è valsa la pena?

Perché questa quasi-guerra fratricida? Qual è la ragione così urgente che ha mosso la dirigenza del Partito Democratico e del Governo a imporre una campagna referendaria su questa riforma della Costituzione, così frettolosa, così imperfetta, e soprattutto così divisiva? Perché decenni di manicheismo da guerra fredda tra comunisti e democristiani non hanno diviso così fortemente il paese come questo referendum che cade in un tempo post-ideologico? Propongo due ordini di risposte a queste domande, uno che cerca di capire la filosofia di questa proposta di revisione, e uno che cerca di valutare l’impatto di questa campagna referendaria sulla cittadinanza.

Fatti e miti

Hanno detto i suoi promotori che è la storia a chiedere questa riforma; lo chiedono trenta (per Renzi settanta) anni di tentativi di cambiare la nostra democrazia, troppo pluralista e assembleare, troppo orizzontale e poco attenta alla governabilità. Ma nessuno sa esattamente che cosa questo significhi, anche perché la storia siamo noi, e quindi è il presente, questo presente, che vuole questa riforma. Figlia di questo presente, la filosofia sulla quale riposa questa riforma è poco amante dell’intermediazione, del pluralismo e di quella complessità che – ce lo siamo dimenticato? – è la società liberale e democratica stessa a generare. Questa filosofia riposa su due miti: velocità di decisione e semplificazione per aiutare la velocità. E si impone, o cerca di imporsi, con un metodo che è ad essi coerente: insofferente per il dissenso, violento nel linguaggio, dominatore nell’uso monopolistico dei mezzi di informazione, e plebiscitario nella forma del consenso chiesto ai cittadini. Per chi mastica un poco di filosofia politica lo scenario è Schmittiano.