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Servizio sanitario nazionale: no alla privatizzazione assicurativa e “mutualistica”

Sanità

del Forum per il diritto alla salute

Adesione all’appello di Ivan Cavicchi contro il Renzi-Care per il diritto alla salute in Italia. All’attenzione di Pierluigi Bersani, Pippo Civati, Luigi De Magistris, Michele Emiliano, Nicola Fratoianni, Giuliano Pisapia, Roberto Speranza, Susanna Camusso e Maurizio Landini

Il Forum per il diritto alla salute, con centinaia di movimenti di cittadinanza attiva, soggetti istituzionali e personalità scientifiche e professionali, si sta in queste ore mobilitando nelle maggiori città italiane per le iniziative a sostegno dell’appello Our health is not for sale (per aderire visita il sito Setteaprile.altervista.org) dell’European Network Against Privatization and Commercialization of Health and Social Protection”, per fare del 7 Aprile, proclamato dall’Oms nell’anniversario della sua costituzione nel 1948 giornata mondiale della salute quest’anno dedicata alla lotta alla depressione, una giornata di protesta in Europa contro la mercificazione della salute e la finanziarizzazione dei sistemi sanitari.

L’appello “La sinistra deve fermare il Renzi-Care” di Ivan Cavicchi sul Manifesto del 31.03.2017 dà una lucida contestualizzazione a tale giornata e costituisce stimolo ulteriore per i soggetti politici e le personalità della Sinistra a fare del 7 aprile un’occasione di raccordo tra opposizione di sinistra nelle istituzioni nazionali, regionali e comunali e movimenti di cittadinanza attiva e pensiero critico negli ambiti accademici e professionali, contro la privatizzazione mutualistica e assicurativa del Servizio Sanitario Nazionale. E, aggiungiamo noi, per un’altra politica economica e una riforma di tutto il sistema sanitario, sempre sostenuto dalla fiscalità generale, dove chi ha di meno mette di meno e chi ha di più dà di più.

Sulla scuola, la musica non cambia

di Marina Boscaino

Si ha davvero l’impressione che la faccia da persona perbene e i modi pacati e urbani di Paolo Gentiloni abbiano prodotto una straordinaria e curiosa opera di revisionismo e di rimozione collettivi. Come se nel governo che questo presidente del consiglio – che si comporta come tale e che è stato messo forse lì per far dimenticare la sguaiataggine di certe uscite, l’arroganza dei toni e dei modi, il giovanilismo urlato e l’inopportuna guasconeria di Matteo Renzi – non fossero presenti personaggi come Marianna Madia, Maria Elena Boschi, Giuliano Poletti, Luca Lotti.

Li abbiamo davvero dimenticati? L’ignoranza, l’arroganza, l’imperizia di questi oscuri personaggi emersi dal nulla, imposti da Renzi al Parlamento e all’opinione pubblica e ancora tenacemente presenti a gestire le sorti di questo Paese, sono davvero entrate nell’oblio?

Non sono scomparsi, anche se una previdente regìa li ha silenziati, impedendone saggiamente la presenza inflazionata, in passato quasi sempre foriera di imbarazzo o di polemiche. Ma sono sempre lì, sono gli stessi che erano quando a capo del governo c’era esplicitamente Renzi. Sono sempre lì, nonostante il 4 dicembre sia stata emessa sulle loro capacità e sulla loro credibilità politica una sentenza inequivocabile. Sembriamo esserci dimenticati dei danni che questi signori hanno prodotto alle nostre esistenze individuali e alla vita collettiva, come del fatto che gli elettori hanno bocciato senza appello e in massa la politica di questi personaggi.

Il fallimento del Jobs Act

a-jobsact

di Guglielmo Forges Davanzati

È ormai chiaro che, rispetto all’obiettivo dichiarato (accrescere l’occupazione), il Jobs Act si è rivelato fallimentare. Il provvedimento, che ha introdotto contratti a tutele crescenti (frequentemente ed erroneamente definiti a tempo indeterminato) è stato accompagnato da ingenti sgravi contributivi a favore delle imprese per la ‘stabilizzazione’ dei contratti di lavoro. Secondo la propaganda governativa, si sarebbe fatta marcia indietro rispetto alle misure di precarizzazione del lavoro messe in atto con intensità crescente negli ultimi decenni.

Nei fatti, si è trattato di un provvedimento che ha semmai reso le condizioni di lavoro ancora più precarie, sia per l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale (il contratto a tutele crescenti) che non stabilizza il rapporto di lavoro (ma rende più difficile e costoso il licenziamento al crescere dell’anzianità di servizio), sia per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. In più, contrariamente agli obiettivi dichiarati, si è accentuato il dualismo del mercato del lavoro italiano, inserendo una inedita cesura – datata 7 marzo 2015 – fra lavoratori assunti con veri contratti a tempo indeterminato e lavoratori assunti con contratti a tutele crescenti.

Democrazia economica: dieci idee per riformare la Costituzione

Costituzione della Repubblica italiana

di Enrico Grazzini

Occorre avviare fin da ora un ampio dibattito sulle possibili riforme della Costituzione per rinvigorire la democrazia italiana, che è gravemente malata. Non so se la nostra Costituzione sia la più bella del mondo, ma certamente è molto avanzata, preziosa, e da difendere con le unghie e con i denti dai tentativi di stravolgimento, come quello che abbiamo appena sventato. Tuttavia credo che occorra aprire una profonda discussione non solo su come attuarla – dal momento che la Carta Costituzionale, come noto, è ancora in gran parte inattuata, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti sociali – ma anche su come aggiornarla e migliorarla in senso progressivo.

Le riforme della Costituzione dovrebbero aumentare innanzitutto la democrazia, che, lo ricordo, alla radice è niente di meno e nulla di più che il potere del popolo. Ma devono riguardare anche la sfera dell’economia. Esistono infatti pochi dubbi che democrazia e sviluppo qualitativo dell’economia siano strettamente correlati: il benessere sociale ed economico dei cittadini è strettamente collegato alla capacità di esercitare una democrazia sostanziale. Sviluppo sostenibile, democrazia economica e democrazia politica si rafforzano l’un con l’altro. Il dibattito sulle possibili riforme della Costituzione con l’obiettivo di potenziare la democrazia e lo sviluppo qualitativo dell’economia dovrebbe avere un carattere culturale, prima ancora che essere finalizzato a obiettivi politici immediati.

La discussione sulla Costituzione, ovvero sui principi fondativi della democrazia moderna, è tanto più importante e urgente considerando a) la crisi della democrazia; b) la crisi dell’euro e la possibilità molto concreta, e magari vicina, che l’euro crolli con gravi danni all’economia e alle democrazie europee: la miseria si concilia infatti difficilmente con la democrazia; c) la necessità che la sinistra e le forze progressiste tornino a ragionare sui principi fondativi della democrazia: libertà, uguaglianza, giustizia, solidarietà.

Buona scuola, va avanti la legge più odiosa. In perfetto Renzi’s style

Matteo Renzi e la buona scuola

di Marina Boscaino

La definitiva smentita di tutti coloro che avevano creduto che la nomina di Valeria Fedeli a ministro dell’Istruzione in sostituzione di Stefania Giannini avrebbe prodotto un cambiamento di rotta sulle politiche scolastiche è arrivata puntualmente sabato 14 gennaio, quando il Consiglio dei ministri ha approvato 8 delle 9 deleghe previste dalla legge 107/15 (la cosiddetta Buona Scuola) su altrettante materie fondamentali per il sistema scolastico di istruzione: esame di Stato, istruzione professionale, valutazione, diritto allo studio, per dirne solo alcune.

Tra tutti spiccano i provvedimenti relativi all’inclusione scolastica e al percorso 0-6, sui quali da lungo tempo una parte consistente della scuola aveva espresso fortissime perplessità e resistenze e di cui occorrerà parlare diffusamente per illustrarne la pericolosità. Ma, non pago dell’autoritarismo con il quale fu approvata la legge più odiosa (quanto a normativa scolastica) della storia della Repubblica, il governo Gentiloni si è pervicacemente allineato con quell’atteggiamento che – ricordiamolo – è stato uno dei motivi del mai discusso ed analizzato pubblicamente flop referendario del 4 dicembre.

Alcune rapide questioni solo apparentemente periferiche: non è vero fino in fondo che la nomina di Fedeli sia stata un evento in perfetta continuità. La sua provenienza sindacale (Cgil, tessili) ha consentito nei primissimi giorni del suo mandato di riallacciare un dialogo con le parti sociali, che ha fatto registrare modifiche per quanto riguarda il contratto di mobilità.

No alle maxi riforme della Carta costituzionale

Costituzione - Foto di Emilius da Atlantide

Costituzione – Foto di Emilius da Atlantide

di Alessandro Pace

Fino ai primi anni Ottant è stato pacifico, almeno in dottrina, che le revisioni costituzionali dovessero avere un contenuto omogeneo e puntuale. Si riteneva cioè che, secondo l’art. 138 della Costituzione, fossero modificabili soltanto singoli articoli della Costituzione o tutt’al più una pluralità di articoli tra loro connessi, in modo tale che, nell’eventuale voto confermativo, gli elettori potessero esprimersi su una sola questione.

Le cose cominciarono a cambiare con l’istituzione della c.d. Commissione Bozzi, che nel 1985 propose una vasta modifica anche della Parte prima della Costituzione. Il primo vero tentativo di una mega-riforma lo si ebbe però solo con la Commissione De Mita-Jotti (1993), cui fu affidato il compito di elaborare un “progetto organico” di riforma relativo a quasi tutta la Parte seconda della Costituzione, che non fu nemmeno posto all’esame delle Camere, in conseguenza dell’anticipata conclusione della XI legislatura.

Chi ha paura dei referendum sul Jobs Act?

Manifestazione dei lavoratori di Coop Costruzioni - Foto di Radio Città del Capo

di Luigi Mariucci [*]

Circolano vari tentativi di ridimensionare la portata e il significato dei referendum sul Jobs Act promossi dalla Cgil. In alcuni casi si ipotizzano modifiche della disciplina tali da consentire il superamento del quesito referendario. Così in materia di voucher. In questo caso non sarebbe da escludere la congruenza di una modifica legislativa che riportasse l’uso dei voucher alla fisionomia originaria, intesi come forma di compenso per prestazioni davvero occasionali e limitate a specifiche categorie (pensionati, studenti,disoccupati).

La questione dei licenziamenti invece è più spinosa, perché la liberalizzazione dei licenziamenti ingiustificati è stata il cavallo di battaglia del Jobs Act, in nome della paradossale idea secondo cui facilitare i licenziamenti servirebbe a incrementare l’occupazione. Qui si pone una alternativa secca: o si modifica in radice la disciplina del Jobs Act, fondata sulla (misera) monetizzazione dei licenziamenti ingiustificati, oppure non c’è modo di evitare il referendum.

Da qui prendono corpo un insieme di tesi alquanto strumentali sulla (supposta) “inammissibilità” del referendum (Ichino, Sacconi, Cazzola, tra gli altri). Gli argomenti sono molteplici. Qualcuno obietta che il referendum inciderebbe sulla materia fiscale in quanto alle assunzioni con licenziamento libero introdotte dal Jobs Act è stata collegata l’incentivazione contributiva. La tesi non ha fondamento in quanto la stessa incentivazione può ben essere riferita alle assunzioni comunque effettuate anche in regime di tutela reintegratoria, salvo sostenere l’aberrante tesi secondo cui proprio la licenziabilità costituisse il fondamento della defiscalizzazione.

L’Anpi sul dopo referendum: “Priorità la piena attuazione della Costituzione”

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del comitato nazionale dell’Anpi

II Comitato nazionale dell’Anpi prende atto con soddisfazione dell’esito del voto del 4 dicembre e ritiene che lo stesso abbia espresso con chiarezza la volontà di gran parte dei cittadini e delle cittadine di rispettare la Carta costituzionale, consentendo solo a revisioni puntuali, circoscritte e condivise, che ne osservino lo spirito. Da quel voto, peraltro, si ricava anche una importante volontà di partecipazione, nonché – implicitamente – una richiesta di rispetto, ma anche di piena attuazione della Costituzione.

L’Anpi ringrazia tutti coloro che, membri di associazioni, di organismi amici e semplici volontari, hanno lavorato con intensità, continuità ed intelligenza; rimarca in particolare l’impegno davvero straordinario di migliaia di attivisti e dirigenti locali della nostra Associazione grazie a cui è stato possibile svolgere una campagna referendaria in modo capillare su scala nazionale con spirito critico, passione, entusiasmo, abnegazione.

L’Anpi sottolinea la necessità e l’urgenza di una risposta alle più profonde attese del popolo italiano, ispirandosi ai contenuti, ai principi, ai valori della Carta Costituzionale, soprattutto là dove si esalta il valore del lavoro, la dignità della persona, la tutela della salute, dell’ambiente, dei beni culturali, in una prospettiva di sviluppo del Paese, in un contesto di libertà e di uguaglianza, di migliori condizioni di vita per la collettività e di migliori opportunità per i giovani.

Privatizzazione della sanità: ma verso quale riforma si sta navigando?

a-sanita

di Gianluigi Trianni

La via contrattuale alla privatizzazione della sanità. Serve altro: un sindacato confederale parte attiva nella difesa del servizio sanitario nazionale. Lo scorso 26 novembre Fiom Fim Uilm hanno siglato con Federmeccanica una ipotesi di accordo che prevede tra l’altro dal 1 ottobre 2017 l’iscrizione al fondo sanitario integrativo “mètaSalute”, e che in data 29 novembre il direttivo della Fiom di Genova ha sottoposto a forti critiche tra l’altro per “L’introduzione nel CCNL di un welfare (carrello della spesa) sostitutivo degli aumenti salariali”.

Lo scorso 30 novembre è stata siglata una intesa Governo-Sindacati CGIL, CISL e UIL sul rinnovo dei contratti del pubblico impiego nella quale si legge tra l’altro: “Il Governo si impegna, inoltre, a sostenere la graduale introduzione anche nel settore pubblico di forme di welfare contrattuale, con misure che integrano ed implementano le prestazioni pubbliche di fiscalità di vantaggio – ferme restando le previsini della legge di bilancio 2016 – del salario legato alla produttività e a sostenere la previdenza complementare”.

Questi due episodi sono sintomatici di una scelta di politica sindacale di acquiescenza alle proposte delle controparti “datoriali” e governative tese alla diffusione nei contratti nel settore privato ed alla introduzione in quelli del pubblico impiego, di forme di welfare contrattuale, cioè di assistenza sanitaria e sociale integrativa dell’assistenza sanitaria e sociale pubblica finanziate dai datori di lavoro in detrazione degli aumenti salariali e dei contributi previdenziali.

Speciale verso il referendum – Anna Falcone: “Da Renzi menzogne e ricatti. E Boschi fugge il confronto”

Anna Falcone

Anna Falcone

di Giacomo Russo Spena

È all’ottavo mese, Maria Vittoria scalcia e tanto. Ma il pancione non le sta impedendo di girare per l’Italia. Si divide tra visite mediche di controllo ed iniziative pubbliche, oltre alle comparsate televisive. La pasionaria del Comitato del No, così è stata definita Anna Falcone. Calabrese doc, avvocata cassazionista, attivista antimafia e promotrice di mobilitazioni antiviolenza e per i diritti delle donne, è uno dei volti emergenti di questa campagna referendaria: “La Costituzione è frutto di sangue, fatica, battaglie che non sono mai finite. Questa riforma va fermata”.

Lo scorso 19 ottobre il ministro Boschi ha dichiarato che “nel fronte del No non ci sono donne in prima linea”. Si sente l’eccezione che conferma la regola?

Mi sento in buona compagnia – e mi dispiace per il ministro Boschi che ha preso l’ennesima ‘cantonata’ – visto che solo nel nostro “Comitato per il NO” abbiamo ormai più di 700 nodi locali, più di 100 comitati studenteschi e circa 36 comitati all’estero.

Da settimane chiede un confronto pubblico con Boschi. Ha avuto notizie? Si terrà mai?

Nessuna risposta, nonostante l’invito ufficiale e reiterato. Grave che si sottragga al confronto, non tanto con me, ma con una esponente dell’unico comitato di cittadini per il NO. Evidentemente al governo interessa più alimentare la ‘favola’ della contrapposizione fra Renzi e gli altri partiti, che confrontarsi nel merito della riforma con i cittadini che la contrastano non per fini di lotta politica, ma di difesa democratica dei valori costituzionali.