Scuola e università: i capponi di Renzo e la Gelmini

di Maurizio Matteuzzi

Come insegna Kurt Lewin, la leadership autoritaria massimizza le tensioni tra i membri di un gruppo. Non la metterò sul piano scientifico, ma su quello, meno impegnativo, di lettore di romanzi. E allora riassumo così: è quel che avviene ai capponi di Renzo, portati all’Azzeccagarbugli, che si beccavano a vicenda “come accade molto spesso tra i compagni di sventura”.

Una gestione verticistica come quella introdotta dalla 240 “Gelmini” non poteva non avere, fra i tanti, anche questo deleterio difetto. Porto due esempi accaduti di recente all’Università di Bologna. Il primo, il più eclatante. Dario Braga, prorettore alla ricerca, nota sul suo blog che la procedura di rinnovo della governance d’ateneo è stata malpensata, malfatta, entro un iter temporale a logica “capovolta”: prima eleggo il Senato, poi designo il CdA, infine eleggo il rettore.

Così il nuovo Rettore si ritrova tutti gli organi scelti da altri. Auguri e buon proseguimento. Si noti, Braga dice queste cose da almeno sette mesi, e ha più volte proposto di non seguire questo iter. Ora, a bocce ferme, abbiamo il nuovo Rettore, Braga ribadisce il suo pensiero, si badi bene, sul suo blog, cosa che parrebbe un diritto non tanto di un prorettore, quanto di un qualsiasi privato cittadino.
Leggi di più a proposito di Scuola e università: i capponi di Renzo e la Gelmini

Università e riforma: “Signori in carrozza”. La malattia dell’ottimismo

Gianni Letta e il decreto del fare
Gianni Letta e il decreto del fare
di Maurizio Matteuzzi, Unibo, delegato nazionale Conpass

Se ne andò Maria Stella Neutrini e si accese la speranza: subentra un competente, un ex rettore, un uomo di area del PD. Profumo di novità, e soprattutto, di inversione di tendenza. Viceversa: continuità assoluta; ecco la prima dichiarazione ufficiale del neoministro: “La legge Gelmini non va abolita, va oliata”. Proprio quello che aveva detto Bersani sui tetti: “La Gelmini la aboliremo”. Compagni, la aboliamo o la oliamo?

Vengono in mente le vignette di Guareschi: “Contrordine, compagni; non era aboliamo, era oliamo”. Con rapidi, frequenti, disastrosi decreti Profumo dimostra la più totale dedizione nell’applicare e addirittura rafforzare una legge che a molti pare una vergogna nazionale, e al sottoscritto, per sovrapprezzo, un’offesa all’intelligenza e alle possibilità di crescita del Paese. L’istruzione continua ad essere presa a pesci in faccia. Poi Profumo si scopre montiano e non di area PD (avrebbe potuto essere il candidato sindaco di Torino, per il PD appunto, prima che si decidesse per Fassino). Vabbe’. Non ti sentire intelligente, paziente lettore: l’avevamo capito tutti che sotto la scorza pseudotecnocratica pulsano spesso cuori neoliberal monto-casiniani. E’ forse il caso di ricordare Ichino?

Ora c’è il governo Letta, altro giro altro regalo, altro ex rettore. Questa è la buona, non può non esserci una inversione di tendenza riguardo ai tagli all’istruzione; e poi la Carrozza l’ha anche detto e ridetto, scritto e riscritto. Poi arriva il decreto del “fare”. Ecco, a commento, il comunicato di Conpass, il coordinamento dei prof. associati:
Leggi di più a proposito di Università e riforma: “Signori in carrozza”. La malattia dell’ottimismo

Ancora sulla fortuna delle parole: “Facoltà”

Foto di Renata F. Oliveiradi Maurizio Matteuzzi

La legge 240/10 o “riforma Gelmini” che dir si voglia (noi non vorremmo, ma si deve) ha previsto, tra le altre molte (troppe?) cose l’abolizione in via definitiva delle facoltà. Al loro posto le “scuole”, o, come dice qualcuno, le schools, più esotico. Interessante: lo si dice in inglese, per quanto la parola sia di origine greca (da scholàzein, avere tempo, riposarsi fisicamente, oziare), poi latina, poi italiana e, se vogliamo, neolatina: esiste quasi uguale in spagnolo (escuela), in provenzale (escola), nel francese antico (escole) e moderno (école), in rumeno (scoala), in portoghere (escola).

Direi che una parola più neolatina è difficile da trovare. Tant’è che l’hanno fatta propria anche gli anglosassoni; e noi, furbi, gliela prendiamo indietro, ma detta a modo loro. Sta di fatto che ora esistono i dipartimenti, che si raggruppano in “schools”; lasciam pure agli psicologi il quesito di cosa avesse la Gelmini, o chi per lei, contro la parola “facoltà” di tanto grave da cancellarne l’uso plurisecolare e universale (non so di altri stati che abbiano atenei privi di facoltà; anyway…). Non è un gran male, in fondo possiamo consolarci con le “schools”.
Leggi di più a proposito di Ancora sulla fortuna delle parole: “Facoltà”

Quando le sentenze della magistratura amministrativa rendono onore agli atenei che tutelano la democrazia partecipativa

Foto di Ingiroconmamadi Sergio Brasini e Gianni Porzi, Università di Bologna

Tra i tanti difetti attribuiti alla Legge 240/2010 sul riordino del sistema universitario italiano (più nota come riforma Gelmini), uno dei più deleteri è stato quello di aver reso possibile una crescita a dismisura della sfera di influenza dei Rettori sul funzionamento dell’istituzione. Inoltre, all’interno degli Atenei, il Consiglio di Amministrazione ha subito una radicale trasformazione del proprio ruolo assumendo un potere decisionale quasi assoluto. Ora è infatti arbitro unico per le questioni economiche e finanziarie, l’assunzione di docenti e ricercatori, lo stanziamento di fondi per la ricerca, la chiusura di Dipartimenti e Corsi di Studio, con un controbilanciamento da parte del Senato Accademico sostanzialmente nullo. Quest’ultimo è divenuto un organo prevalentemente consultivo confinato alla sola elaborazione di pareri sui provvedimenti relativi agli ambiti della didattica, della ricerca, del diritto allo studio e della internazionalizzazione, quasi mai vincolanti per il CdA.

Al momento dell’approvazione definitiva del nuovo Statuto (luglio 2011), in ottemperanza a quanto previsto dalla Legge 240/2010, l’Università di Bologna scelse deliberatamente di escludere dal futuro CdA le rappresentanze elettive di docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo. La responsabilità di questa grave decisione era riconducibile non tanto al dettato della legge, quanto piuttosto ad una precisa volontà dei vertici dell’Ateneo bolognese. La 240/2010 non vietava affatto che il CdA possa essere eletto in maniera democratica, ma si limitava a stabilire che i suoi componenti dovessero soddisfare particolari requisiti di competenza.
Leggi di più a proposito di Quando le sentenze della magistratura amministrativa rendono onore agli atenei che tutelano la democrazia partecipativa

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi