Riforma elettorale: due leggi e elementi incostituzionali, dove lavorare

di Alfiero Grandi

Noi rivendichiamo con forza il risultato del referendum del 4 dicembre 2016, che troppi stanno cercando di ignorare e di far dimenticare. Naturalmente la vittoria del No appartiene a tutti coloro che il 4 dicembre 2016 si sono pronunciati contro la deformazione della Costituzione fortemente voluta da Renzi. Quindi non è solo nostra, ma perfino di settori che in passato non si sono certo schierati a difesa della Costituzione, ma questo è un problema loro non nostro.

In questo ambito noi rivendichiamo di avere svolto un ruolo preciso, che riteniamo importante. Non solo siamo partiti per primi l’11 gennaio di un anno fa, proprio in questa sala, nella campagna per il No, ma soprattutto abbiamo lavorato per dare dignità, argomenti di merito e forza collettiva a quanti erano contrari alla deformazione della Costituzione ma erano frenati dal timore di entrare nell’orbita politica di altri.

Grazie a noi chi non si sentiva di centro destra e neppure dei 5 stelle, con cui pure abbiamo spesso collaborato nella campagna referendaria, è stato incoraggiato a dire un No forte e chiaro e questo ha contribuito a salvare la nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Questo lo rivendichiamo con forza. Renzi aveva ragione su un punto: c’era, e c’è, un rapporto inscindibile tra modifiche della Costituzione e legge elettorale (Italicum) da lui fortemente volute.
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Revisione della Costituzione e in particolare del Senato: mantenere le garanzie costituzionali

Senato - Foto di Palazzo Chigi
Senato - Foto di Palazzo Chigi
di Pietro Adami Giuristi democratici, Sandra Bonsanti Libertà e giustizia, Francesco Baicchi, Felice Besostri, Antonio Caputo, Sergio Caserta Il Manifesto in rete, Gim Cassano Alleanza Liblab, Anna Falcone, Gianni Ferrara, Tommaso Fulfaro Articolo21, Raniero La Valle comitati Dossetti, Domenico Gallo Associazione per la dmocrazia costituzionale, Alfiero Grandi Associazione per il rinnovamento della Sinistra, Pancho Pardi, Ubaldo Nannucci, Maria Ricciardi Giannoni, Cesare Salvi, Lanfranco Turci Iniziativa 21 giugno, Nadia Urbinati, Massimo Villone, Vincenzo Vita

Caro Deputato, l’attenzione sulla modifica in corso della Costituzione della nostra Repubblica e della legge elettorale resta a livelli troppo bassi e la discussione parlamentare, per come avviene, requisisce di fatto le decisioni senza consentire la necessaria partecipazione. È vero che il nostro paese, colpito da una crisi grave e tuttora in recessione, è concentrato su disoccupazione, perdita di reddito, assenza di prospettive per i giovani. Tuttavia le regole fondamentali come la Costituzione del nostro paese sono troppo importanti per il futuro della nostra democrazia per consentire disattenzione, per questo è molto importante l’appello dell’Anpi del 16 gennaio ai partiti, ai parlamentari, ai cittadini.

La scelta non è tra cambiamento e conservazione, ma tra diverse possibili innovazioni e purtroppo quella del Governo avrebbe come risultato il rattrappimento ulteriore del ruolo del Parlamento con l’accentramento delle decisioni nelle mani del Governo, anche togliendo poteri alle Regioni. È questa una scelta accentratrice che sa di ritorno al passato.

Le modifiche costituzionali e in genere quelle istituzionali dovrebbero essere prerogativa del Parlamento, mentre ora è il Governo ad esercitare un ruolo preponderante non solo di proposta, ma di accettazione o ripulsa delle proposte dei parlamentari, con un vero e proprio rovesciamento dei ruoli. Esse dovrebbero procedere anzitutto attraverso una larga discussione nel paese, perchè non sono ammissibili ragioni di urgenza o eccezionalità quando è in gioco la Costituzione.
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Osservazione politica: il non voto e le larghe intese

Elezioni - Foto di Luca Zappa
Elezioni - Foto di Luca Zappa
di Rossana Rossanda

Tutta l’Italia per bene si è scandalizzata per la vastità dell’astensionismo: a Roma ha votato un elettore su due, nel complesso del paese meno di due su tre. C’è chi grida alla crisi della democrazia, ma c’è anche qualcuno come la sottoscritta che considera questo astensionismo triste, ma del tutto comprensibile, anzi segno di normalità.

Vediamo. Nel formare il governo delle larghe intese, il premier Enrico Letta aveva dichiarato che in ogni modo bisognava prevedere un marchingegno di modifica della legge elettorale nota come “porcellum” perché, in caso di infarto delle larghe intese, si potesse andare alle elezioni con un sistema elettorale non così indecente. Pareva quindi ovvio che il parlamento ci si mettesse subito, anzi per prima cosa. Anna Finocchiaro, zelante, ha ripresentato la formula già avanzata in passato che sembra la più semplice: un ritorno al sistema elettorale precedente, il Mattarellum.

Senonché Silvio Berlusconi ha fatto sapere che se si riforma la legge elettorale prima di tutto l’assetto istituzionale lui fa cadere il governo: questa è la sua concezione delle larghe intese, tanto amate da Giorgio Napolitano. Rapidamente il governo, e in esso il Pd, ritira la proposta e accetterà una supercommissione che lavorerà almeno 18 mesi per riformare, non si sa entro quali limiti, la Costituzione della Repubblica nella sua seconda parte (la prima è già bell’e superata nei fatti). Un deputato del Pd, Roberto Giachetti vicepresidente della Camera, non ci sta e ripresenta un progetto di legge che ritorna, grosso modo, sul Mattarellum. Tuoni e fulmini. La medesima Finocchiaro lo considera un atto di prepotenza pressoché eversiva. Ieri la Camera vota contro il deputato, non senza dividersi. Divisione che passa manifestamente dentro al Partito democratico.
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