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Auguri e programmi per il futuro: per uno spazio sempre libero e aperto

Care compagne e cari compagni, quest’anno sugli auguri ci mettiamo la faccia. Pensiamo infatti che tutte e tutti noi dobbiamo assumerci delle responsabilità rispetto alla situazione generale cosi gravida di pericoli per la democrazia, per la sicurezza, il lavoro e in genere per le condizioni di vita delle persone più deboli, indipendentemente dalla razza, dal sesso, dalla religione e dall’opinione, come recita l’articolo 3 della nostra Costituzione.

Il discrimine passa proprio da qui. Già noi. Il manifesto in rete, questa piccola navicella rossa che attraversa il mare in tempesta dell’informazione e combatte da sei anni sempre in direzione ostinata e contraria, a cui restiamo tenacemente affezionati. Ci seguite in molti, ma come se il nostro esserci fosse qualcosa di naturale: certo è un sito aperto a libero accesso; è proprio come uno spazio aperto che lo abbiamo voluto e realizzato.

Forse non sottolineiamo abbastanza lo sforzo quotidiano, in termini umani ed economici, sempre precari ed esposti a rovesci e crisi. Il nostro impegno, militante e volontario, a mantenere attivo questo sito, a costruire iniziative culturali, campagne ed eventi – come, già da anni, la ormai collaudata manifesta – per stimolare il confronto sui temi che consideriamo più importanti, ha bisogno del supporto, economico e di divulgazione, di ognuno di voi.

Destinazione Costituzione: i 5 punti salienti del patto su cui si è costruita l’Italia

di Carla Nespolo

Il 25 aprile è un simbolo. Simbolo di un patto che portò nel luogo dove questo patto si è manifestato e rivelato: la Costituzione della Repubblica; è la casa in cui ci ritroviamo uniti, cittadini liberi ed uguali, chiamati agli stessi diritti ed agli stessi doveri, a cominciare dalla solidarietà.

Perciò è particolarmente felice lo slogan che quest’anno campeggia sui manifesti dell’Anpi: “Destinazione Costituzione”. Infatti è proprio questo il luogo dove il patto si invera; e si aggiunge: “Antifascismo, pace, eguaglianza”, come tre contenuti essenziali del patto. L’antifascismo, e cioè il sentimento collettivo che dovrebbe unire un intero popolo che ha avuto la sventura di subire vent’anni di regime e le catastrofi da questo determinate, in primo luogo la guerra.

Ed ecco il secondo contenuto: la pace, che oggi come non mai dev’essere perseguita da tutti, davanti ai rischi che derivano dalla possibile esplosione della polveriera del Medio Oriente ed alle tante torce in fiamme che su questa polveriera hanno gettato, gettano e forse getteranno le grandi potenze, come insegna il recente bombardamento in Siria.

Zangrandi e le manipolazioni sull’antifascismo dei giovani fascisti

di Dario Borso

Nell’ultimo annale dell’Istituto Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo alla Resistenza pubblicato dalla FrancoAngeli, Ruggero Zangrandi: un viaggio nel Novecento, spicca un contributo di Luca La Rovere che, esaminando un diario inedito steso da Zangrandi durante l’estate ’43, conclude la sua lunga ricerca iniziata nel 2002 con Storia dei Gruppi universitari fascisti e proseguita nel 2008 con L’eredità del fascismo, Bollati Boringhieri entrambi.

Siccome infatti nel diario si propugna non già un passaggio al regime democratico, ma un’evoluzione totalitaria del fascismo in crisi[1], ne viene che: a) falso è l’assunto-base del Lungo viaggio, l’autobiografia politica pubblicata da Einaudi nel 1947 dove Zangrandi sosteneva di essere stato dal ’36 antifascista attivo; b) sospetta è la corposa appendice di “documenti e testimonianze” alla seconda edizione Feltrinelli del 1962 (rititolata Il lungo viaggio attraverso il fascismo e sottotitolata Contributi per la storia di una generazione), dove Zangrandi portava a conferma esperienze cospirative analoghe a quelle del suo Partito socialista rivoluzionario.

La prima edizione lasciò perplessi molti, ma non Togliatti che la elogiò con l’intento di “amnistiare” una generazione di giovani intellettuali e recuperarli al Pci; la seconda fu accolta favorevolmente dai più, al punto da divenire in breve tempo se non una bibbia, il paradigma con cui inquadrare un passaggio cruciale della storia d’Italia.

Teresa Noce: ha fatto la cosa giusta e pazienza se non è quella che paga di più

di Silvia Napoli

Ci sono figure storiche che nonostante l’eterno, fluido e smemorato presente in cui abitiamo, trovano la strada per venire ricorrentemente a bussare alle nostre porte per proporci di uscire fuori dal luogo comune e fare entrare aria fresca nelle stanze.Una di queste è la certamente sottovalutata, ma non per questo meno mitica “compagna Estella”, una pasionaria tutta italiana con biografia decisamente di profilo “internazionale”, spesa tutta in prima linea e in primo piano, sui molteplici fronti di lotta da un conflitto mondiale all’altro.

Stiamo naturalmente parlando di Teresa Noce,classe 1900, donna tra i padri fondatori del Partito comunista italiano prima, madre costituente in seguito, agitatrice e formidabile organizzatrice sindacale sempre, ma anche tante altre cose ancora, compreso essere nel ruolo, quanto mai scomodo nel suo caso, di moglie ripudiata a sua insaputa, di Luigi Longo, a lungo comandante Gallo e figura iconica nella Guerra di Spagna e nella vicenda comunista del dopoguerra, nonché madre premurosa e responsabilizzante assolutamente sui generis, di due figli maschi tuttora viventi.

Il merito di una proficua riscoperta,della vita e delle opere di una donna rigorosa e disciplinata eppure costantemente fuori da ogni schema come lei, è della battagliera casa editrice indipendente Red star press di Roma, che da qualche anno sotto la guida editoriale di Cristiano Armati, si è messa in mente di ripescare saggistica e memorialistica che riguardino tempi di pensiero forte, nell’intento non già di rivisitare un nostalgico come eravamo, ma di verificare quanto intuizioni e aspetti pratico-teorici rimasti in sottotraccia o letti in maniera mistificata oppure ancora frettolosamente mainstream, possano offrire ancoraggi intellettuali in epoca liquida e soprattutto di decostruzione sociale.

Libere: il film che parla della Resistenza vista dagli occhi delle donne

di Carmen Palma per MiFaccioDiCultura

Il 20 aprile è uscito nelle sale di tutta Italia Libere, il nuovo docufilm scritto e diretto dalla regista Rossella Schillaci. Distribuito da Lab 80 film in occasione della festa della Liberazione, Libere è un racconto sull’emancipazione femminile durante la Resistenza, un ritratto di un’epoca apparentemente lontana che ha ancora molto da insegnarci.

Il documentario raccoglie storie di ogni genere: i momenti di battaglia, il rapporto delle donne partigiane con la società, frammenti di vita quotidiana.

LIBERE un film di Rossella Schillaci from Lab 80 film on Vimeo.

Questo film ha una particolarità: non vedrete volti narrare le vicende che segnarono l’Italia durante il conflitto, non vedrete sguardi segnati da rughe profonde perdersi in ricordi di un tempo lontanissimo. Libere è fatto di tante voci fuori campo, voci flebili e sottili ma cariche di intensità. Niente volti, niente nomi. Solo limpide voci di donne che accompagnano immagini e video d’epoca. Due mani frugano tra le fonti conservate presso l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, recuperando metri e metri di pellicole, vecchi articoli di giornale, fotografie, cinegiornali, documenti personali. Sono le mani della storia, che dispiegano frammenti di vita sotto ai nostri occhi come tanti piccoli quadri.

Il rifacimento della sinistra, a partire dalle fondamenta

di Aldo Tortorella

Fino a poco tempo fa l’esigenza posta anche, ma non solo, da questa rivista e cioè quella di rifare i fondamenti anche teorici di una possibile sinistra era parsa a chi si occupa di queste cose una sollecitazione puramente astratta. Una sinistra maggioritaria c’è già in Italia e in Europa, si diceva, e fuori di quella sono possibili solo i rissosi gruppetti che si conoscono. Ma di fronte alle progressive disfatte delle destre socialdemocratiche qualcosa è cambiato anche in coloro che hanno fin qui sostenuto come vangelo la conversione al liberismo delle tendenze di sinistra.

Diversi dei più noti editorialisti dei maggiori quotidiani italiani, infatti, si sono venuti accorgendo del volgere verso l’irrilevanza delle attuali socialdemocrazie in tutta l’Europa e, dunque, vengono alludendo a un bisogno di rifacimento. D’altronde era divenuto difficile non vedere : il crollo di Hollande, i tedeschi al servizio della Merkel, gli spagnoli spaccati e in maggioranza per il governo centrista, le molteplici sconfitte nei paesi minori, l’avanzare ovunque nell’elettorato popolare, a loro danno, di movimenti di protesta o, peggio, delle destre nazionaliste.

L’ultimo tassello di questa catena di disastri è stato il crollo – nel referendum costituzionale – del corso politico e istituzionale seguito da quell’ex sindaco di Firenze presentato, sin qui, come una sorta di ragazzo prodigio del moderno riformismo e in realtà ultimo ciarliero protagonista televisivo della compiuta metamorfosi della maggiore sinistra italiana (PDS,DS,PD) in qualcosa di lontanissimo dalla sinistra.

Il referendum: sovrano è il popolo, NO al mercato sovrano

di Domenico Gallo

Il 2 giugno scorso sono passati settant’anni da quel referendum mediante il quale il popolo italiano fu chiamato a compiere la scelta più impegnativa per il suo futuro: Repubblica o monarchia? Nelle prime elezioni che si svolsero con un vero suffragio universale, maschile e femminile, la monarchia riportò 10.719.284 voti, la Repubblica 12.717.923.

La stagione del Regno d’Italia, iniziata il 17 marzo 1861, si concluse, così, per sempre. È noto che con il Patto di Salerno fu stipulata una tregua istituzionale fra il Comitato di liberazione nazionale (Cln) e la monarchia, che prevedeva che il Re, subito dopo la liberazione di Roma, si sarebbe ritirato irrevocabilmente a vita privata, nominando il figlio Luogotenente del Regno. Subito dopo la fine della guerra, un’assemblea costituente avrebbe deciso sulla forma istituzionale e sul carattere del nuovo Stato.

Il 18 giugno 1944 si insediò il nuovo Governo, che costituiva emanazione diretta del Cln, essendo formato da ministri nominati dai sei partiti del Cln e presieduto da Ivanoe Bonomi, presidente dello stesso. A questo punto l’organizzazione provvisoria dei poteri dello Stato venne regolata con il decreto legge 25 giugno 1944 n. 151, che introdusse una vera e propria Costituzione provvisoria.

Il decreto prevedeva (art. 1) che: «dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto, un’Assemblea costituente per deliberare la nuova Costituzione dello Stato». Il potere legislativo, fino all’entrata in vigore del nuovo Parlamento, veniva attribuito all’esecutivo. Il decreto vincolava i Ministri (e quindi il Cln) e il Luogotenente a non compiere atti che potessero pregiudicare la questione istituzionale e il futuro pronunciamento del popolo.

Voci dall’Argentina: le Madres de plaza de Mayo Linea Fundadora

di Luca Mozzachiodi

La repressione dell’organizzazione parastatale Triple A in Argentina e successivamente il terrorismo di stato promosso dalle Giunte Militari che ressero quel paese colpirono soprattutto i giovani, colpevoli agli occhi dell’esercito e dei conservatori di coltivare ideali e progetti rivoluzionari. Oggi possiamo dire che se movimenti ed ideali simili effettivamente vi furono, come ad esempio in parte dei Montoneros o della Gioventù Peronista più a sinistra, più spesso si trattava di una generica aspirazione ad una società migliore e più giusta come, verrebbe da pensare, non può che essere quando si è giovani. Questo non ha fermato tuttavia i sequestri e le uccisioni che sconvolsero un’intera generazione, dei giovani degli anni spezzati, come ancora oggi la nostra televisione recentemente li chiama.

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Ma dove spariscono o muoiono figli restano, con il peso dell’assenza, delle madri e le Madres de plaza de Mayo sono forse tra le più note al mondo per le loro battaglie e la loro testimonianza: la denuncia delle sparizioni comincia nell’aprile 1977 in piena dittatura, quando un piccolo gruppo di madri decide di recarsi a manifestare in Plaza de Mayo sperando di poter essere almeno ricevute e avere così notizie sulla sorte dei figli, simbolo della loro denuncia, ancor oggi noto in tutto il mondo, è il fazzoletto bianco che le madri portano sulla testa, originariamente richiamante il pannolino e quindi la loro maternità violata.

La memoria di mio padre: come diventò comunista nel 1936

Falce e martello

Falce e martello

di Bruno Giorgini

La giornata della memoria, che cadeva come ogni anno dal 2000 lo scorso 27 gennaio, è incardinata sul ricordo della Shoah, e del genocidio perpetrato contro il popolo ebraico dai nazisti. Però, in una interpretazione estensiva, non è forse impropria anche la memoria di chi contro il nazifascismo combatté, come mio padre Roberto.

Il suo funerale laico era appena stato compiuto e la salma tumulata in un cimitero milanese, la città che aveva scelto per gli anni della pensione dopo una vita passata in Romagna, quando un anziano signore avvicinandosi chiede: “Tu sei Bruno? Roberto mi parlava sempre di te” e dandomi la mano, prosegue, “Eravamo amici fin da ragazzi, siamo diventati comunisti insieme, mi chiamo Vladimiro. Ma lui non ti ha mai raccontato niente di questo?”

È un anziano simpatico signore, un accento romagnolo che si taglia col coltello mescolato a espressioni tipicamente milanesi, e senza aspettare risposta: “Ci siamo ritrovati qui a Milano al circolo dei romagnoli, sai ci eravamo un po’ separati dopo l’Ungheria del ’56, io ero contro l’intervento sovietico, restituii la tessera del Partito e lui mi chiamò traditore, a me che ho passato la vita a essere comunista e un buon comunista… ancora oggi sembra non credere che il suo amico lo abbia accusato di tradimento…poi siamo diventati vecchi e Roberto è arrivato a darmi ragione… quasi ragione. Il tuo babbo poteva essere molto duro, sulla politica non transigeva, veniva prima di tutto. E dire che siamo diventati comunisti insieme, ripete, avevamo quindici anni”.