Donne della Repubblica

Quel giorno, il 2 giugno 1946, per le italiane

di Cristiana di San Marzano

Per ricordare il 2 giugno si può partire da una foto ormai ingiallita che riproduce una pagina della Domenica del Corriere dell’estate del 1946. Spesso pubblicata quando si parla della nascita della Repubblica italiana, quella pagina riporta tante faccine di donne, 21 per l’esattezza, le elette all’assemblea costituente. Una minoranza rispetto ai 535 uomini, ma comunque un buon risultato se si considera che fino ad allora alle donne italiane era persino vietato votare, figurarsi entrare in Parlamento.

Cinque di loro (Nilde Iotti, Teresa Noce, Lina Merlin, Maria Federici, Ottavia Penna Buscemi) andranno poi a fare parte della ristretta commissione dei 75 incaricata di elaborare il progetto di Costituzione. Non un contentino per tenersele buone, un fiore all’occhiello in un Parlamento maschilista per tradizione e vocazione culturale: le cinque neo deputate erano poco plasmabili ai desiderata e agli ordini di scuderia dei rispettivi partiti. Con competenza e decisione, nel corso delle lunghe sedute, diedero battaglia per difendere i diritti che le donne volevano finalmente riconosciuti. Merlin riuscì a fare inserire all’articolo 3 della Costituzione quella fondamentale frase, “senza distinzione di sesso” che è stata, e lo è ancora oggi, alla base di ogni rivendicazione etica e giuridica per il rispetto e l’osservanza delle pari opportunità.

Eppure, quando si parla di nascita della Repubblica Italiana si preferisce evocare i grandi padri, spesso addirittura si ignora che ci fu anche un protagonismo femminile. Donne che nell’antifascismo e poi nella Resistenza hanno lottato in prima persona e non solo per la libertà del Paese, ma anche per accelerare il processo di emancipazione femminile e affermare un’identità di genere.
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Fascismo - Foto di Ian M.

Aldo Tortorella: “Ecco perché crescono i neofascismi”

di Gianfranco Pagliarulo

Sembrerebbe che oggi, diversamente da quanto avveniva – per esempio – agli anni Settanta, alcune formazioni neofasciste godano di un consenso sociale non particolarmente elevato, ma in costante crescita, tant’è che riescono ad eleggere una rappresentanza in vari Comuni, da Bolzano a Todi, da Lucca ad Arezzo a tanti altri. E ad Ostia, com’è noto, CasaPound ha ottenuto un significativo risultato elettorale. C’è il rischio della formazione di una base sociale più o meno estesa a sostegno di queste formazioni politiche?

Certo. Il pericolo è più che evidente. La crisi economica unitamente alla perdita di competitività con la moneta unica (cioè con la fine delle ‘svalutazioni competitive’) ha generato molti danni sociali. È stata persa quasi il 30% della manifattura. Molte piccole e medie aziende sono state spazzate via. Ciò ha determinato direttamente e indirettamente la rovina di molti, l’impoverimento del ceto medio, l’aggravamento della disoccupazione già pesante per le nuove tecnologie sostitutive di lavoro umano.

Le forze maggioritarie della sinistra non hanno capito quello che succedeva e hanno riposto tutte le loro speranze nella linea economica neoliberista gestendola dal governo o non combattendola dall’opposizione. L’esempio fu Blair in Inghilterra e Clinton negli stati Uniti con i loro imitatori italiani e di altri paesi. In tutto il mondo sviluppato ciò ha generato zone di comprensibile rancore di quanti erano (e sono) a disagio o alla disperazione. Un rancore che si è rivolto contro l’establishment moderato (cioè contro i gruppi politici dirigenti) entro cui la sinistra maggioritaria si era venuta collocando.
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Che ne sai della notte della Repubblica?

di Riccardo Lenzi

La ricostruzione del contesto in cui avvenne lo sbarco degli Alleati in Sicilia il 10 luglio 1943 nell’ultimo film di Pif, “In guerra per amore”, ha suscitato una discussione tra il regista e lo storico siciliano Rosario Mangiameli. Quest’ultimo sostiene infatti che non c’è stato alcun patto tra Cosa nostra e i servizi segreti statunitensi dell’epoca (Office of Strategic Services). Tesi più volte ribadita anche dai suoi colleghi Salvatore Lupo e Francesco Renda.

Eppure – oltre alla documentazione inglese e americana portata alla luce nel 2004 da Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino – basterebbe leggersi un documento parlamentare datato 1976 e anch’esso consultabile on line: la Relazione di maggioranza della Commissione antimafia presieduta dal democristiano Luigi Carraro. A pagina 115 leggiamo che

«l’episodio certo più importante ai fini che qui interessano è quello che riguarda la parte avuta nella preparazione dello sbarco da Lucky Luciano, uno dei capi riconosciuti della malavita americana di origine siciliana. Di questo episodio si sono frequentemente occupate le cronache e la pubblicistica, con ricostruzioni più o meno fantasiose, ma la verità sostanziale dei fatti non sembra contestabile (…). Il gangster americano, una volta accettata l’idea di collaborare con le autorità governative, dovette prendere contatto con i grandi capomafia statunitensi di origine siciliana e questi a loro volta si interessarono di mettere a punto i necessari piani operativi, per far trovare un terreno favorevole agli elementi dell’esercito americano che sarebbero sbarcati clandestinamente in Sicilia per preparare all’occupazione imminente le popolazioni locali. La mafia rinascente trovava in questa funzione, che le veniva assegnata dagli amici di un tempo, emigrati verso i lidi fortunati degli Stati Uniti, un elemento di forza per tornare alla ribalta e per far valere al momento opportuno, come poi effettivamente avrebbe fatto, i suoi crediti verso le potenze occupanti».

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2 giugno: ecco le donne che hanno fatto la Repubblica

di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi

L’Italia è una Repubblica fondata… sulle donne. Inutile girarci attorno, anche se non riconosciute, visto il gap persistente nello loro partecipazione alla vita pubblica ed economica del paese, sono loro la vera ossatura di questa nazione. E lo furono anche nel corso della storia, partecipando alle lotte d’indipendenza e a quella partigiana, ma anche dovendo lottare per vedersi riconosciuto il più universale di tutti i diritti: quello di poter votare ed essere attrici del proprio destino.

In principio furono le suffragette, un ristretto gruppo di donne istruite e combattive che nel primo ‘900 lottò strenuamente per ottenere l’estensione del suffragio alle donne italiane. Il debito di riconoscenza verso figure come Lidia Poet, Anna Kuliscioff, Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori, Sibilla Aleramo e Giacinta Martini Marescotti, pioniere della parità di genere in Italia, è oggi ampiamente riconosciuto, perché senza di loro, forse, quel 2 giugno di 71 anni fa, le donne si sarebbero ritrovate ancora escluse dalla possibilità di votare e accedere al Parlamento.
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Pd - Foto di Orsonisindaco

I padri rinnegati del Pd

di Ottavio Olita

Ma il Pd di oggi di chi è erede? Non certo di Togliatti, Terracini, Berlinguer – da un lato – né di Moro, Zaccagnini, Tina Anselmi, dall’altro. Si potrebbe mai immaginare uno scontro tra quei leader al grido: “Ci odia perché non gli abbiamo dato una poltroncina”?

Oppure una lotta politica fatta non su progetti di trasformazione economica e sociale del Paese ma solo all’insegna di slogan ripetuti ossessivamente, senza alcuna prova provata, come la continua riproposizione del motto “se vince il sì l’Italia riparte”? Almeno dicessero dove, in qual modo, con quali programmi di iniziative per combattere disoccupazione, emigrazione giovanile, povertà crescente. Un ‘Sì’ salvifico, per far dire agli italiani che l’immobilismo non è colpa di politiche inefficaci e di rappresentanti inetti, ma della Carta Costituzionale e dei suoi vincoli.

E non siamo in presenza solo di affermazioni apodittiche sparate quotidianamente in prima persona dai principali leader del partito, ma anche delegate ad altri, come l’incomprensibile – e umiliante per chi l’ha pronunciata – frase “la vittoria del No sarebbe peggio della Brexit”!

Improbabile immaginare uno come Giuliano Ferrara impegnato a ripetere, oggi, la sceneggiata che fece anni fa quando lanciò uova contro lo schermo televisivo su cui compariva Benigni impegnato nella appassionata difesa della “Costituzione più bella del mondo”.
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Memoria storica a Trieste: gli strafalcioni di Repubblica

La liberazione di Trieste
La liberazione di Trieste
di Claudio Cossu

Sapevamo che la storia e le vicende tumultuose, sofferte ma, infine, gloriose della lotta al fascismo negli anni 1920-1943 e della guerra di liberazione dal nazifascismo, in seguito, negli anni 1943-45 riguardanti il confine orientale del Paese, ed in particolare Trieste e l’Istria, fossero poco conosciute se non ignorate dagli italiani. Ma questa volta – oltre ad avere una sconfortante conferma di tale realtà – la memoria storica e, conseguentemente, l’opinione pubblica e il sentimento antifascista di queste terre sono state stravolte e rese maggiormente confuse proprio dal quotidiano Repubblica, che vanta tradizioni e “battaglie” progressiste nell’informazione, nel contesto della cultura civile, soprattutto dei giovani, nell’intera penisola.

L’edizione del 26 ottobre scorso, infatti, rivelava un’imprecisione e una impreparazione storica e politica imperdonabili che mai ci saremmo aspettati. La città giuliana, infatti, ad avviso di codesto giornale – in data 26 ottobre 1954 – sarebbe stata “liberata dai bersaglieri” che avrebbero messo in fuga l’Armata Jugoslava, partita, peraltro, nel lontano 12 giugno 1945 dalla città, omettendo tutta l’Amministrazione anglo-americana vigente a Trieste dal 1945 al 1954.

Dire stupefacente è, senza dubbio, troppo poco e diciamo invece – con mestizia – che risulta sconfortante. L’Amministrazione italiana – tout court, sostituì semplicemente, come noto, quella anglo-americana, a conclusione di accordi e trattative terminate con il famoso “Memorandum di Londra” del 1954 e con l’assenso della diplomazia politica Jugoslava che otteneva, come contropartita, la cosiddetta “Zona B” (da Capodistria-Koper fino al fiume Quieto, circa, nei pressi di Cittanova – Novigrad).
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Dossetti: note su un innovatore del dopoguerra

Giuseppe Dossetti. Un innovatore nella democrazia cristiana del dopoguerra
Giuseppe Dossetti. Un innovatore nella democrazia cristiana del dopoguerra
di Gregorio Monasta

Questo testo è stato pubblicato in calce al libro Giuseppe Dossetti. Un innovatore nella democrazia cristiana del dopoguerra di Fernando Bruno (Bollati Boringhieri, 2014)

Mi pare che Giuseppe Dossetti sia sempre stato in linea, coerente, con la sua coscienza formatasi in funzione della difesa dei più deboli durante la lotta di liberazione dai nazifascisti (era partigiano, operava attorno a Marzabotto ed è sepolto in un piccolo cimitero vicino alle tombe delle vittime della strage) e con l’educazione cristiana rigorosamente legata al messaggio di Gesù.

Per questo non era, a priori, avversario di Alcide De Gasperi: ne era sostenitore appassionato nel tentativo di liberare la politica italiana dalla pesante interferenza della Chiesa “trionfante” e dalla reazionaria ipoteca dei comitati civici di Gedda. Ovviamente era avversario di De Gasperi nel suo tentativo di evitare il referendum Repubblica-Monarchia per non rischiare la sconfitta della Monarchia.

Avversava De Gasperi sul liberalismo che bloccava, tra l’altro, la riforma agraria e, in ogni caso, spingeva l’Italia nell’irreversibile alleanza con gli Stati Uniti allontanandola per sempre dalla funzione di neutrale negoziatrice tra l’Est e l’Ovest. Non poteva andare d’accordo con la mentalità di De Gasperi che aveva una formazione conservatrice fin da quando era parlamentare trentino nel Parlamento di Vienna militando nel partito nemico del partito socialista al quale apparteneva Cesare Battisti.
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La via maestra, articolo 1: l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro

di Gabriele Polo

Una Repubblica democratica fondata sul lavoro la cui sovranità appartiene al popolo; “democratica”, “lavoro”, “popolo”: gli ingredienti delle culture politiche antifasciste ci sono tutti, ma decisiva è la loro combinazione. Per l’Italia fu un mediazione tra la sinistra marxista e centrodestra cattolico-liberale, tra chi avrebbe voluto spostare verso il socialismo il baricentro della Costituzione esplicitando il concetto di “democrazia popolare” e chi intendeva arginare il vento del nord (e dell’est) ancorando la nascente Repubblica alla più occidentale definizione di “democratica”.

La mediazione fu trovata in quella parola così piena di significati tanto ambivalenti: “lavoro”. Un concetto di confine, come sul confine sorgeva la nuova Repubblica, divisa e quasi contesa tra i due mondi che nascevano dalla lunga guerra civile europea dei due conflitti mondiali intervellati dalla lunga strage della democrazia compiuta da fascismo e nazismo. Così l’Italia poteva essere democratica e popolare, un po’ socialista e un po’ liberale che si dovevano misurare in un conflitto politico (sintetizzato nel Parlamento e regolato dalle sue leggi) esplicito quanto dinamico. Con il lavoro al suo centro. Poteva succedere solo in quel momento e probabilmente solo in questo paese.

Perché allora andava bene a tutti, ai padroni come ai loro dipendenti, al capitale come alle organizzazioni dei lavoratori, perché quel termine ambivalente poteva contenere e promettere ogni cosa, contemporaneamente: dannazione e redenzione, condanna umana e riscatto sociale, riproduzione e arricchimento, servigio e liberazione.
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Fondazione Luigi Pintor

La Costituzione via maestra: in vista della manifestazione del 12 ottobre

di Valentino Parlato

Questa caldissima e difficile estate si è conclusa con una buona ventata di ottimismo. Questo buon vento ci è venuto dall’assemblea promossa dall’associazione di Lorenza Carlassarre, don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky. Un’assemblea aperta a tutti (è bene sottolinearlo) e non chiusa ai soli associati. Aperta e affollatissima, al centro congressi di via Frentani, iniziata alle 10,30 con l’introduzione di Stefano Rodotà e conclusa alle 15 da Maurizio Landini. Molti, interessanti e appassionati gli interventi.

Un primo incontro che prevede numerose altre assemblee nelle diverse città italiane e una grande manifestazione conclusiva il 12 ottobre a Roma. Questo, ha ribadito Landini, è un impegno assoluto.

Ripeto, molti e impegnati e tutti concentrati sul tema centrale: di fronte alla crisi e ai violenti attacchi della destra neocapitalista, non si tratta di difendere la Costituzione, oggi in via di demolizione, ma di realizzarla, cominciando dall’articolo primo: “L’Italia e una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. E poi ancora l’articolo 38 (Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale). L’articolo 11 sul ripudio della guerra che torna a minacciarci e tutti gli altri ancora.
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Giorgio Napolitano - Foto di Antonella Beccaria

La natura della Repubblica italiana: Napolitano, il parlamento e l’inusitata richiesta del “sostegno certo”

di Gianni Ferrara

La nostra è una repubblica parlamentare. I dilettanti del diritto costituzionale e della scienza politica possono numerarla (“prima”,”seconda” “terza”, centesima) ma non possono modificarla. Né lo può, legalmente, nessun organo dello stato nell’esercizio concreto della funzione che gli è assegnata. A definirla parlamentare è la Costituzione con norme, chiare, nette, univoche. Quelle che detta per sancire la forma di governo in Italia. Si badi. Per forma di governo i classici del diritto pubblico europeo hanno usato il termine regime (régime, Regierunssystem) per segnalare quantità e qualità del potere attribuito a ciascuno dei tre organi supremi dello stato. Per la forma parlamentare di governo è risultata così prescritta indiscutibilmente la primazia del parlamento. Non a caso, infatti, l’altra delle forme di governo più diffuse nelle democrazie moderne, quella presidenziale, assume come sua denominazione il nome del capo dello stato nelle repubbliche.

Che significa primazia? Significa e non può che significare altro che è il parlamento, in prima ed in ultima istanza, l’organo che deve gestire il regime parlamentare. Lo è sia a fronte della composizione con cui il governo si propone a seguito del rinnovo della rappresentanza, sia col programma che tale composizione dell’organo ha scelto per ottenere la fiducia, sia con l’indirizzo politico che intende perseguire.

Queste premesse non sono sfoggio di padronanza dottrinale. Servono. Servono per inquadrare nei giusti termini, che possono essere solo quelli del diritto costituzionale vigente, la questione della formazione del governo in Italia, a seguito dei risultati delle elezioni del 24-25 febbraio scorso. Elezioni che hanno prodotto l’attribuzione al PD-SEL della maggioranza, relativa al Senato assoluta alla Camera dei deputati. Il risultato è questo. Inequivocabile. Sono cifre. Non sono interpretazioni del voto suggerite o imposte dalle ideologie (termine che uso nel significato di false visioni e nefaste interpretazioni della realtà) oggi in voga. Quelle della governabilità, del bipartitismo o bipolarismo coatto, della democrazia immediata, accelerata, direttissima, governante e via cazzeggiando come soluzioni dei problemi della democrazia, dell’economia e della… felicità nel mondo.
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