Democrazia indivisa: la storia del Movimento dei Finanzieri Democratici e del loro ’68

di Loris Campetti

Del biennio rosso si conoscono con ragionevole approssimazione le date d’inizio. L’anno degli studenti, il ’68, inizia il 27 novembre a Torino con una votazione di 500 ragazze e ragazzi assiepati nell’aula magna dell’Ateneo, palazzo Campana, che ne decide l’occupazione. L’autoritarismo baronale è sottoposto a un processo di massa destinato a modificare prima i rapporti di forza e poi le relazioni all’interno delle università e delle scuole.

L’anno degli operai, il ’69, inizia anch’esso con qualche anticipo, il 19 aprile del ’68, quando durante una manifestazione contestuale a uno sciopero che coinvolge 6 mila lavoratori in lotta per il salario, la salute e l’occupazione, viene abbattuta la statua del padre-padrone, il conte Marzotto, nella piazza di Valdagno. L’unità operaia-popolare – così si è raccontato quel movimento – ha spezzato il sistema feudale di Marzotto e ha fondato un sistema di forze nuove”.

Decisamente più difficile sarebbe invece fissare le date conclusive del movimento antiautoritario. Per molte ragioni, la principale delle quali è che il contagio partito dalle scuole e dalle fabbriche non è stato archiviato dalle bombe di piazza Fontana, anzi si è esteso progressivamente all’intera società, dalla scienza alla religione, alla famiglia, ai rapporti di coppia, fino a ribaltare ritualità e regole persino nei luoghi più separati di un’Italia già messa a soqquadro dal boom economico.
Leggi di più a proposito di Democrazia indivisa: la storia del Movimento dei Finanzieri Democratici e del loro ’68

Campi “nomadi” e la questione “zingara”

di Dimitris Argiropoulos

La visibilità della popolazione rom in situazione abitativa di campo “nomadi”, e le conseguenti considerazioni, dipende dalla repressione, in tutte le sue forme, che riceve. Si parla e si scrive di loro, “gli zingari”, ogni volta che rientrano nelle “preoccupazioni” di chi parlando di altre cose e portando avanti altri interessi, indica gli “zingari” come una criticità incancrenita, perenne e da “risolvere” con mezzi drastici e con l’uso di una certa violenza. Una violenza alla quale siamo “costretti”, vista l’impossibilità di risolvere la loro immodificabilità e adeguamento sociale.

Il campo “nomadi” di per sé è violenza. La sua istituzionalizzazione e permanenza è violenza. Si tratta di una particolare ed esclusiva abitazione pubblica che genera esclusione, stigma, separazione, povertà relazionale, razzismo e razzismo istituzionale differenzialista. Il campo “nomadi” in tutte le sue forme rappresenta l’apartheid destinato agli “zingari”, divide e disgiunge persone, famiglie e comunità rom dalle comunità e società circostanti.

Scompone e spezza relazioni, possibilità e opportunità di chi ne è collocato, cristallizzando in forme folcloristiche chi, per appartenenza, è indentificato come nomade. Il binomio Zingaro uguale Nomade ha impostato, guidando, le politiche e le politiche sociali per decenni. L’Italia è il Paese dei campi, e con questa caratterizzazione è indentificata a livello internazionale ogni volta che si approcci alla questione “zingara”. Ovviamente si tratta di una caratterizzazione piena di aporie, stupore e in netta contrapposizione con i processi di deistituzionalizzazione, come per esempio quelli avuti luogo in ambito psichiatrico e con le disabilità e che, all’estero (forse più dell’Italia), si conoscono, si studiano e si ripropongono.
Leggi di più a proposito di Campi “nomadi” e la questione “zingara”

Catalogna, tra repressione e possibili scenari

di Steven Forti

Il 20 settembre potrebbe essere uno di quei giorni che cambia il corso degli eventi. Nella crescente tensione tra il governo spagnolo e quello catalano in vista del referendum unilaterale di autodeterminazione convocato dal Parlamento di Barcellona per il prossimo 1 ottobre, la Guardia Civil – la polizia spagnola – ha perquisito una dozzina di sedi del governo regionale catalano, requisito materiale relativo all’organizzazione del referendum e arrestato 14 alti funzionari della Generalitat catalana.

Nei giorni precedenti aveva proibito conferenze a favore del referendum, perquisito alcuni giornali e magazzini in cui si sarebbe stampato materiale necessario alla realizzazione della consultazione e chiamato a dichiarare gli oltre 700 sindaci che avevano dato la loro disponibilità per l’1 ottobre. Il premier Mariano Rajoy ha deciso di usare la mano dura con l’obiettivo di dimostrare che lo Stato spagnolo non tollererà oltre la sfida unilaterale catalana.

“Non si terrà nessun referendum”, aveva ripetuto il leader del Partido Popular: “difenderemo lo Stato di diritto con tutti i mezzi che ci dà la Costituzione. Anche quelli che non vorremmo usare”. E dalle dichiarazioni è passato ai fatti. L’obiettivo? Che non si realizzi il referendum. E, da questo punto di vista, sembra che ci sia riuscito: con che schede elettorali andranno a votare i catalani l’1 ottobre? Dove ci saranno delle urne? Che seggi apriranno? Ma quella di Rajoy sarà, molto probabilmente, una vittoria pirrica.
Leggi di più a proposito di Catalogna, tra repressione e possibili scenari

Autonomia di classe in Venezuela

di Valerio Evangelisti

Per mettere subito le cose in chiaro, non prendo nemmeno in considerazione le tesi di chi dice che in Venezuela, con la formazione di un’Assemblea costituente, sia in gioco la sopravvivenza della democrazia (e lo dice chi, da quasi vent’anni, ha sostenuto che nel paese vigesse una dittatura). In gioco la democrazia lo è, ma non per mano dei costituenti.

Si tratta di intendersi, in via preliminare, sul significato del termine “democrazia”. Per i greci, che hanno inventato la parola, era il potere del “demos”: non il popolo generico, bensì il “popolo minuto”, gli strati più deboli economicamente della società. In questo senso, gli Stati Uniti, che permettono la competizione elettorale solo a candidati abbastanza ricchi per presentarsi alle urne, non sono mai stati e non sono una democrazia.

Quanto al resto dell’Occidente, il meccanismo elettorale seleziona oligarchie dotate di vita propria, senza possibilità di verifica, fino al voto successivo, dell’effettiva obbedienza degli eletti alla volontà dei votanti. Non mi ci soffermo, sono critiche già note dai tempi di Rousseau. Divenuta consapevole dello stato effettivo delle cose, la popolazione dell’Occidente vota sempre meno. E l’Unione Europea, fondata su centri di potere privi di controllo e su un parlamento inutile, consolida la sfiducia. È lo sfascio del modello governativo liberale.
Leggi di più a proposito di Autonomia di classe in Venezuela

Sardegna: con Mauro e contro la repressione

Polizia e austerità
Polizia e austerità
del Manifesto sardo

Da almeno un anno a Cagliari si respira una brutta aria, almeno da quando il questore di Cagliari ha deciso di ignorare la costituzione italiana e costruire attorno al movimento pacifista e contro le basi militari quell’atmosfera di tensione e violenza che contraddistingue ogni manifestazione e iniziativa democratica di dissenso all’occupazione militare della Sardegna.

A farne le spese non sono solo gli attivisti antimilitaristi ma tutti coloro che frequentano la dimensione delle loro vite, familiari, amicizie e coinquilini, addirittura circoli privati. L’azione delle 6:30 di stamattina è molto lontana dai compiti delle forze dell’ordine di un Paese civile ma ricorda molto da vicino dinamiche repressive e intimidatorie utilizzate dalla polizia politica durante le dittature sudamericane.

Oggi all’alba, Mauro, attivista del movimento contro le basi è stato portato in caserma dai carabinieri con la surreale accusa di vilipendio alle forze armate. Sono stati sequestrati i suoi oggetti personali, i pc, manifesti e locandine di serate musicali ed eventi, non solo di Mauro ma anche dei suoi coinquilini che si trovavano in casa con lui. Successivamente c’è stata anche la perquisizione nel circolo ricreativo Defoult di Via Molise e altrettanti sequestri.
Leggi di più a proposito di Sardegna: con Mauro e contro la repressione

Contro i No Tav si chiuda la stagione della repressione

No Tav
No Tav
di Livio Pepino

Anche la Corte d’assise d’appello di Torino ha, infine, detto l’ovvio: che l’incendio di un compressore nel cantiere del Tav della Maddalena di Chiomonte (a seguito di un’azione dichiaratamente finalizzata solo contro le cose e priva, in concreto, di qualsivoglia effetto sulle persone) è un reato ma non un attentato con finalità di terrorismo. Lo aveva già detto la Corte di primo grado, nella sentenza 17 dicembre 2014, usando parole di elementare buon senso: «Pur senza voler minimizzare i problemi per l’ordine pubblico causati da queste inaccettabili manifestazioni, non si può non riconoscere che in Val di Susa – e a fortiori nel resto del Paese – non si viva affatto una situazione di allarme da parte della popolazione e se il contesto in cui maturò l’azione non era oggettivamente un contesto di particolare allarme, neppure l’azione posta in essere rivestiva una ”natura’ tale da essere idonea a raggiungere la contestata finalità».

E lo aveva confermato la Corte di cassazione con due sentenze emesse in sede di impugnazione contro misure cautelari, tanto che – nel processo parallelo contro tre altri imputati – la stessa Procura aveva rinunciato alla contestazione del reato di terrorismo. Ma, evidentemente, tutto questo ancora non bastava se il Procuratore generale in persona ha voluto esibirsi in una prova di incomprensibile accanimento accusatorio chiedendo alla Corte il ribaltamento della sentenza di primo grado.

La speranza, a questo punto, è che si chiuda definitivamente non solo la vicenda processuale di quattro giovani (costretti a una custodia cautelare in carcere di oltre un anno in condizioni di sostanziale isolamento) ma anche una stagione di repressione senza precedenti nei confronti del movimento No Tav.
Leggi di più a proposito di Contro i No Tav si chiuda la stagione della repressione

Vladimir Putin

Il futuro della società civile russa: oltre le versioni ufficiali

di Benedetta Macripò

L’opinione pubblica russa sembra aver ceduto a un meccanismo di consenso e dissenso che si riduce a pro o contro Putin, abbandonando lo sviluppo di una coscienza critica più complessa. Non è una novità che il presidente Vladimir Putin, definito spesso con epiteti quali anti-liberale e antidemocratico, sia un freno a un autonomo sviluppo della società civile russa. Ciononostante, i problemi relativi all’organizzazione di azioni collettive di protesta potrebbero essere endemici e non solo dipendenti dalla figura politica di Putin. In questo contesto, gli studenti, come spesso è accaduto, potrebbero essere l’avanguardia di un movimento di protesta che origina dalle radici della società. Forse, però, per la Russia, il discorso è diverso.

Qualche mese fa, la testata Radio Free Europe-Radio Liberty,  ha pubblicato un articolo relativo al video che un gruppo di ragazzi e ragazze ucraini, studenti di alcune delle maggiori università di Kiev, ha indirizzato ai propri coetanei in Russia. Nel video, gli studenti si appellano allo spirito critico della propria «controparte», chiedendo loro di «dubitare di ciò che sentono, dubitare di ciò che vedono». Si tratta sostanzialmente di un invito a non accettare passivamente la versione ufficiale del potere politico russo e a sviluppare nei suoi confronti uno spirito critico.

La risposta non ha tardato ad arrivare. Pochi giorni dopo, il gruppo giovanile russo filo-governativo Set’ ha divulgato un video dello stesso format, ma con un contenuto ben diverso. L’invito a prendere in considerazione la possibilità che le autorità russe abbiano divulgato una rappresentazione distorta della crisi ucraina viene accolto come si accoglierebbe un guanto di sfida, tra diffidenza e sospetto. «Voi ci chiedete di alzare la cortina dell’informazione. Facciamolo insieme così che nessuno possa dubitare». La differenza di approccio tra gli studenti ucraini e quelli russi è eclatante. Ma quale è il rapporto tra la società civile –in particolar modo gli studenti- e il governo in Russia?
Leggi di più a proposito di Il futuro della società civile russa: oltre le versioni ufficiali

Repubblica Democratica del Congo, storie di guerra e persecuzione troppo spesso taciute

Foto di Cifordi Sandro Nanetti

Il testo che segue è il resoconto della conversazione con una persona che è arrivata a Roma dalla Repubblica Democratica del Congo tre anni fa e non può più rientrarvi. Conta di ultimare l’università in Italia e di poter ritornare un giorno a Kinshasa per aiutare la sua gente. Non daremo altri particolari su di lui poiché anche pochi giorni fa suoi familiari, tuttora in patria, sono stati oggetto di gravi ritorsioni fisiche.

Voi europei quando vi riferite alla situazione del conflitto che esiste nel mio paese spesso fate ricorso a definizioni come guerre etniche o guerre tribali. In Congo ci sono più di 250 etnie e più di 400 tribù. Eppure, se esaminate una cartografia delle zone in cui si combatte, noterete che sono tutte a ridosso della parte del paese ricca di minerali.

Parliamo di uranio, di petrolio, di cobalto, di oro, di diamanti e, non ultimo, di coltan, la polvere nera indispensabile per il funzionamento di cellulari e di altri gadget tecnologici di cui il Congo è il più importante produttore mondiale. Sono risorse enormi che se utilizzate dal Congo a beneficio della sua popolazione potrebbero – diceva il Presidente Laurent-Desiré Kabila che si pensa sia stato ucciso per decisione di un potente paese estero – modificare radicalmente la condizione di vita nel giro di due anni.
Leggi di più a proposito di Repubblica Democratica del Congo, storie di guerra e persecuzione troppo spesso taciute

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi