Il lavoro come religione: intervista al regista Fabio Martina

di Marina Ruiz Uno scambio di idee con il regista milanese Fabio Martina, in occasione della proiezione del film “L’estate di Gino” al MIC di Milano. Considerato un regista emergente sulla scena cinematografica milanese (ma con un ventennio di esperienza cui attingere), è un autore che ha un’altissima considerazione del cinema come funzione sociale. Grazie […]

Il presepe e l’umanità tradita

di Tomaso Montanari

«Te piace ‘o presepe? No!». Guardando la fotografia in cui lo sguardo bestiale di Calderoli e il sorriso da marketing della paura di Salvini abbracciano la rappresentazione della nascita del Dio dei poveri e degli ultimi viene da rispondere come Nennillo al padre Luca Cupiello: no, quel presepe non mi piace affatto.

Negli spazi pubblici delle nostre città si moltiplicano in questi giorni i presepi. Nella mia Firenze, il presidente del consiglio regionale della Toscana, Eugenio Giani (Pd), ne ha fatto realizzare una mostra nella sede del consiglio, e ha teorizzato: «Con la mostra dei presepi in Consiglio regionale lanciamo un messaggio politico istituzionale, perché il presepe è al centro della nostra tradizione e deve caratterizzare gli spazi pubblici». D’altra parte, l’esempio viene dal vertice della Repubblica: il 12 dicembre il presidente Sergio Mattarella ha inaugurato al Quirinale, la casa di tutti gli italiani, un grandioso presepe materano. E durante il discorso alla nazione del 2015, alle spalle di Mattarella era stato disposto a favore di telecamera un presepe napoletano sotto una campana di vetro.

Ebbene, sia come cittadino di uno stato laico sia come cristiano credente e praticante credo sia un errore grave. Naturalmente nella propria casa ognuno si comporterà come crede, e molti non credenti sceglieranno magari di farlo, il presepe: per celebrare la propria umanità attraverso un segno carico di significati connessi alla storia familiare e all’infanzia, come spiega con grazia ed erudizione Maurizio Bettini nel suo delizioso Il Presepio. Antropologia e storia della cultura, appena uscito da Einaudi.
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Discutendo di religione: come ti sbilancio il dibattito pubblico

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di Vincenzo Vita

Par condicio luterana. Dopo l’incontro di Lund, in Svezia, tra il papa di Roma Francesco e il presidente della Federazione luterana mondiale, il palestinese Munib Younan, sarebbe ora che si applicassero le disposizioni generali sul pluralismo anche alla rappresentazione delle differenti confessioni religiose. Al momento lo spettro delle opportunità rimane fermo a tre storiche trasmissioni: “Protestantesimo” (in orario da nottambuli), “Sorgente di vita” (idem) e “Culto evangelico”, rubrica radiofonica di discreto ascolto infilata la mattina tra notiziari, ultime sul traffico e rassegne stampa.

Proprio l’avvicinarsi del quinto centenario dell’esposizione delle 95 tesi di Lutero e l’inedita riapertura del dialogo con la massima autorità del credo cattolico inducono a urgenti correzioni. Vale a dire la parità di trattamento tra le articolazioni del monoteismo. Dai vari filoni protestanti, all’ebraismo, all’Islam.

“Critica liberale”, la rivista diretta da Enzo Marzo, commissionò qualche mese fa alla società “Geca Italia” (la stessa che raccoglie i dati sulle presenze politiche per l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) una ricerca proprio sull’argomento per gli anni 2009-2014, sostenuta con i fondi dell’8 per mille valdese. Risultati scandalosi e persino disarmanti. Le rilevazioni valgono per Rai, Mediaset, La7 e Sky. Tuttavia, limitiamoci alla parte pubblica, vincolata da obblighi maggiori e più specifici.
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Il burkini, la libertà delle donne e il ritorno del sacro

Burkini
Burkini
di Cinzia Sciuto

26 agosto 2016, a Francoforte è una giornata molto calda e le famiglie cercano un po’ di frescura nei parchi cittadini, alcuni dei quali sono attrezzati con piscinette e giochi d’acqua per i bimbi. Lei è seduta a bordo piscina, indossa dei pantaloni lunghi, arrotolati alle caviglie perché non si bagnino, una maglietta a maniche lunghe, sopra alla quale scivola un largo camicione smanicato. Il capo è coperto da una fascia nera che le avvolge la fronte e sulla quale è annodato un foulard. Avrà 30-35 anni.

È visibilmente accaldata, bagna più volte la mano e la porta alla fronte per rinfrescarsi. Davanti a lei sguazza una bimbetta di circa 4 anni, che indossa un costume da bagno e si diverte a schizzare la mamma. Guardo questa scena, guardo la bimba, e la prima cosa che mi viene in mente è: “Quando toccherà a lei? Quand’è che perderà l’innocenza dell’infanzia? Quando perderà il diritto di divertirsi liberamente e assumerà degli obblighi? Quand’è che sarà costretta a coprire il proprio corpo da capo a piedi anche in piena estate? A 12, 13 anni? O forse prima? Forse alla comparsa delle mestruazioni? Il che può avvenire anche intorno ai 9 anni…”.

In questa situazione due cose mi si sono materializzate molto chiaramente in testa. La prima è che se in quel momento fosse arrivato un gendarme (con i pennacchi, con i pennacchi…) e avesse intimato a quella donna di allontanarsi perché il suo abbigliamento non era consono, io, con il mio bikini, mi sarei battuta con le unghie e con i denti perché potesse rimanere così, vestita come era, lì dove era.
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Il paradosso turco: una democrazia senza liberalismo

Colpo di Stato in Turchia
Colpo di Stato in Turchia
di Nadia Urbinati

I turchi che vivono nei paesi occidentali seguono con giustificata ansia le vicende del loro paese. Seyla Benhabib [1] si dice profondamente scossa dagli eventi che si succedono veloci e gravidi di implicazioni. Ebrea, nata e cresciuta in Turchia, Benhabib è una delle più note e apprezzate teoriche politiche, allieva di Jürgen Habermas e docente prima ad Harvard e ora a Yale e a Columbia, animatrice del progetto Reset Dialogue on Civilizations che organizza ogni anno una settimana di seminari di studio alla Bilgi University di Istanbul.

La conversazione che abbiamo avuto in queste ore è una testimonianza del sentimento di incertezza e di ambiguità che lontano dal Bosforo si avverte, soprattutto nella comunità turca. Come sono state recepite le immagini, le notizie che si sono accavallate confuse in queste ore tragiche a partire dal tentativo di golpe, poi fallito, di venerdì notte?

È difficile per chi vive in Occidente ed è cresciuto con i valori della democrazia e del pluralismo, della libertà religiosa e della tolleranza, far quadrare il cerchio quando deve commentare le vicende drammatiche che sta attraversando questo grande paese, giunto a definire la sua identità nazionale dopo la fine rovinosa dell’Impero Ottomano multietnico, grazie a un leader militare rivoluzionario, Mustafa Kemal Atatürk (letteralmente “padre dei turchi”) che ha, in uno stile hobbesiano, costruito lo Stato mediante l’assoggettamento della religione e del clero islamici.
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Libertà di religione, una questione oggi più che mai cruciale / 2

Charlie Hebdo
Charlie Hebdo
di Amina Crisma

(Prima parte) 2. Quale pluralismo e quanta libertà religiosa oggi in Italia?

Questa domanda, in particolare, è stata al centro del dibattito all’Università di Padova del 16 gennaio a cui, come sopra accennavo, ho partecipato, dal titolo “Libertà religiosa e pluralismo culturale. Incroci di civiltà e forme di disagio” (lo documenta il sito di Immaginafrica). Come ho detto, gli eventi di Parigi vi hanno conferito una pregnanza del tutto speciale. Promosso da Adone Brandalise e Silvia Failli, direttore e vicedirettore del Master in Studi interculturali, ha visto fra l’altro la partecipazione di Stefano Allievi, direttore del Master sull’Islam in Europa, di don Albino Bizzotto (Beati i costruttori di Pace), della pastora valdese Caterina Griffante, i cui interventi si sono già menzionati, e inoltre degli avvocati Marco Ferrero (Università di Venezia, Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) e Marco Paggi (esperto di diritto degli stranieri e richiedenti asilo), di Don Elia Ferro (responsabile della Pastorale dei Migranti della Diocesi di Padova), di rappresentanti delle comunità immigrate fra cui Mounya Allali (Nuovo Orizzonte) e Chaibia Elafti (Mediatis), dello studioso di Filosofie orientali Marcello Ghilardi, di Vincenzo Pace (direttore del Centro Studi delle Migrazioni e coordinatore del Gruppo di ricerca LABREL, Laboratorio Religioni).

Ne è emersa un’articolata riflessione sulla situazione dell’Italia, un Paese che non è più cattolico – “ormai diversamente cattolico”, come Pace l’ha definito – e che peraltro per molti versi sembra ostinarsi a non volerne prendere atto, insistendo nel rappresentarsi tramite una mappa monocolore che ormai appartiene al passato, e non corrisponde per nulla a una realtà fatta di oltre 650 luoghi musulmani, 37 templi sikh (nella foto in alto quello di Pessina Cremonese), per non dire dei siti buddisti d’ogni sorta, e poi pentecostali, induisti, taoisti… un proteiforme caleidoscopio in continua espansione in cui hanno fra l’altro un significativo spazio i cristiani ortodossi dell’immigrazione dall’Europa orientale, ulteriore e cospicuo tassello che si aggiunge al quadro delle minoranze storiche, ebrei, valdesi, luterani, testimoni di Geova…
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Libertà di religione, una questione oggi più che mai cruciale / 1

Charlie Hebdo
Charlie Hebdo
di Amina Crisma

Che cosa significa oggi per noi “libertà di religione”? Dopo la strage perpetrata a Parigi dal fascismo jihadista, e dopo la manifestazione che ne è stata la grande, bella, plurale e pacifica risposta, dovremmo essere tutti consapevoli della sua cruciale importanza: è una questione vitale che ci riguarda tutti da vicino, che riguarda le forme concrete che vogliamo dare alla nostra civile convivenza di oggi e di domani.

La libertà di religione non è un lusso: è parte costitutiva e ineludibile di un autentico vivere da cittadini in una libera polis, e chiunque a qualsiasi titolo ha responsabilità politiche dovrebbe prendersene debita cura. In questo mio intervento, propongo una riflessione su due aspetti: il nesso fra libertà di religione e laicità, e la problematica situazione della libertà religiosa nel nostro Paese, in questi giorni additata all’attenzione da un dibattito significativo.

1. Libertà di religione è che ognuno possa praticare liberamente la propria, ed è anche libertà di non averne nessuna

Il tema della libertà religiosa è tornato a imporsi con una pregnanza particolare al centro dell’attenzione in questi giorni, in tutta la densità delle sue implicazioni, teoriche e pratiche, politiche e giuridiche e culturali, individuali e collettive, esistenziali e sociali…Dopo la strage perpetrata a Parigi dal fascismo jihadista, torniamo a pensarla non come un’entità scontata, astratta e remota, ma come qualcosa che ci riguarda da vicino, tutti e ciascuno, nel rapporto con l’intimità della nostra coscienza e del nostro destino creaturale come nel legame solidale che ci unisce ai nostri simili, nel nostro rapporto con la polis, con lo spazio pubblico del nostro essere cittadini, come nel vissuto della nostra esperienza individuale.
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Emilia Romagna: la controrivoluzione in una sola Regione

Religione - Foto di Emilius Da Atlantide
Religione - Foto di Emilius Da Atlantide
di Roberto Vuilleumier

Il puntuale (un orologio svizzero, e io me ne intendo) amico Daniele mi ha segnalato una bizzarra notizia proveniente dalla vasta “campagna laica” chiamata Reggio Emilia. La notizia parla di un insegnante che avrebbe chiesto a un’alunna, che si era appena fatta il segno della croce dopo aver udito un’autoambulanza «di evitare manifestazioni di questo tipo» perché il segno della croce avrebbe potuto, a detta del professore, offendere ragazzi che credono in altre religioni e avrebbe invitato la giovane, in alternativa a “toccare ferro”.

La notizia è narrata da Fabio Filippi, consigliere regionale, che stigmatizza l’episodio commentando e definendo quanto accaduto «palesemente in contrasto con le norme concordatarie e con la sensibilità comune». Il buffo è che Fabio Filippi non si limita a palesare la sua contrarietà ma va oltre e si attiva in una “alquanto scarna” interrogazione regionale ma dal testo inequivocabilmente controrivoluzionario.

Ecco il testo.
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Là dove la ragione vacilla: risposta a Panebianco sul Corsera a proposito di immigrazione

Lavoro immigrati - Foto Cau Napolidi Maurizio Matteuzzi

Dal compianto maestro e amico Pierugo Calzolari avevo appreso la lezione del “rasoio di Hanlon“, che il suddetto, da signore qual era, sintetizzava così: “non attribuire a malizia ciò che può essere adeguatamente spiegato con l’incompetenza”; e che io, popolano e tutt’altro che signore, formulerei invece così: “prima di pensare alla malizia prendi in considerazione l’idiozia”.

Ho usato questa massima in senso kantiano, facendola mia, in specie in considerazione della miseria umana. Ma c’è un limite a tutto, come diceva Totò, ogni limite ha la sua pazienza. Leggo sul Corriere della sera:

“Per esempio, certi gruppi, provenienti da certi Paesi, dovrebbero essere privilegiati rispetto ad altri gruppi, provenienti da altri Paesi, se si constata che gli immigrati del primo tipo possono essere integrati più facilmente di quelli del secondo tipo. È possibile che convenga favorire l’immigrazione dal mondo cristiano-ortodosso a scapito, al di là di certe soglie, e tenuto conto del divario nei tassi di natalità, di quella proveniente dal mondo islamico”.

Be’, qui il rasoio non mi sorregge. È un passo di “mein Kamf”? No, è di Panebianco, ed è uscito sul nostro giornale di più consolidata tradizione. Che dire? Selezioniamo dunque i cristiani, meglio, i cattolici? O magari gli misuriamo gli attributi, perché appunto abbiamo bisogno di più nascite? Si rimane veramente senza parole. E qui il “rasoio” non regge. Non può essere che si arrivi a tanto. E allora, che spiegazioni darsi?
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“Philomena”: un film consigliato per un Natale laico

Philomena
Philomena
di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Al centro del film Philomena di Stephen Frears ci sono due personaggi, entrambi stanno affrontando una grave difficoltà esistenziale. Sono tra loro molto diversi, così come sono profondamente distanti tra loro i mondi da cui provengono. Queste differenze sembrano rendere piuttosto improbabile la possibilità, non solo di un incontro, ma anche di una qualche forma di condivisione. Eppure è questa la storia, basata su fatti realmente accaduti, che il film ci racconta, del loro incontro e della nascita di un legame profondo, che li aiuta nella loro ricerca di una via di uscita dalla propria crisi personale.

Dei due protagonisti spicca in particolare la figura di Philomena. Giunta ad una veneranda età, non è ancora riuscita ad elaborare un trauma della sua giovinezza. Non ancora maggiorenne rimase incinta in seguito ad un incontro occasionale con un suo coetaneo (ricordato con tenerezza). Venne affidata ad un istituto religioso che si occupava dell’accudimento delle ragazze madri (sono le famigerate Magdalene Sisters, già oggetto di un duro film di denuncia di Peter Mullan, vincitore del Leone d’oro a Venezia nel 2002).

La logica seguita dall’istituto era ferrea e senza compassione: le madri erano peccatrici della peggior specie, che avrebbero dovuto espiare la loro colpa per tutta la vita. Non erano degne di occuparsi dei figli, il frutto della loro lussuria. Per questo motivo essi erano sottratti alle madri dopo il loro svezzamento, ed affidati in adozione a famiglie rispettabili ed affluenti, capaci della giusta riconoscenza verso l’istituto religioso. Le madri, soggette ad un regime quasi carcerario, erano indotte a sottoscrivere liberatorie con le quali rinunciavano ad ogni diritto nei confronti dei loro figli.
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