In morte di Ermanno Olmi: se ne va un mondo e un modo di interpretarlo

di Mario Agostinelli

Leggo meno i giornali e sempre più spesso mi infastidisce la televisione. Di conseguenza, la notizia della morte di Ermanno Olmi non mi è giunta online né metabolizzata da Wikipedia, ma attraverso il dolore già rimuginato da amici, il rincrescimento per un vuoto che non si può riempire a parole, l’apprezzamento sofferente per l’autenticità e la creatività di un uomo che sceglieva i tempi lunghi, sapeva collocarsi nella storia con le sue contraddizioni e riusciva a scrollarsi di dosso la rincorsa affannata del presente.

Come dice Tonio Dell’Olio, “non è moneta corrente che la storia contempli l’azione di registi ispirati e inventivamente geniali che hanno dato la parola agli ultimi”. E nemmeno che esalti quelli che hanno trasformato in poesia il dolore e la quotidianità senza cedere un frammento alla retorica né un granello alla verità nuda di storie solo apparentemente anonime e minori. Poveri, dialetto, terra e lavoro e poi qualche volo poetico e maestoso oltre le nostre pianure nebbiose – anch’io sono nato a Treviglio – per sognare la pace dopo la crudeltà delle guerre: un auspicio che viene sempre più rimosso, come se la pace non fosse il diritto da cui emanano e traggono senso tutti gli altri.

Il timore è che con lui se ne vada un mondo e anche un modo di interpretarlo. Provo una certa vena di pessimismo e non credo ai prodigi. Così, dietro la morte di Ermanno, vedo con rammarico una solidarietà infranta, tanti frammenti separati, ognuno dotato di ostinazione, poca sensibilità al pluralismo, perdita di meraviglia di fronte al vivente, che, anche quando muore, può invece trasferire la sua identità, la sua unicità in una eredità comune e incancellabile, se la si è potuta e voluta valorizzare a suo tempo nelle forme più aperte di comunità.
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Il lato umano di un intellettuale e regista: omaggio a Gian Vittorio Baldi

Gian Vittorio Baldi
Gian Vittorio Baldi
di Nunzia Catena

Era l’estate caldissima del 1980 a Bologna, prima della bomba alla stazione, quando mi venne proposto un lavoro dalla direzione delle Cooperative Culturali E.R., che consisteva nell’andare ad intervistare alcuni personaggi che avevano un ruolo riconosciuto nel paesaggio culturale bolognese.
Tra le persone da intervistare c’era Gian Vittorio Baldi, il regista scomparso pochi giorni fa.

Gian Vittorio Baldi, per chi non ne fosse a conoscenza, è stato un produttore e regista caparbiamente indipendente, impegnato su temi sociali e politici, non a caso ha prodotto e diretto, tra decine di film e documentari, anche alcuni lavori di, e con, Pasolini. E mi fermo qui per quanto attiene la sua presentazione artistica.

Cominciai quel lavoro. Ero davvero molto giovane, molto impacciata, timida al limite dell’aggressivo, come quasi tutte le ragazze che arrivavano dal sud – allora così arretrato nella cultura femminile – in una città sconosciuta, in cui quasi tutto per me era difficile e oscuro. Sarà stato per questo che, quando entrai nello studio dell’abitazione di Gian Vittorio Baldi, anche se tutto era stato preparato dal mio ufficio per dare una certa formalità e scorrevolezza all’intervista, e lo trovai in penombra, quasi al buio, dietro una scrivania con i libri che stratificavano l’intera stanza, mi sembrò “un uomo grande e minaccioso”.
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