Giove (Cgil Emilia-Romagna): “Ecco perché la nostra autonomia è diversa da quella di Veneto e Lombardia”

di Tommaso Nutarelli

In questi giorni si è riacceso il dibattito intorno all’autonomia differenziata, richiesta da Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Un tema complesso, che ha sollevato dure polemiche e molte critiche anche da parte dei sindacati. Cgil, Cisl e Uil, infatti, vedono nell’autonomia un attacco all’unità del paese, con il rischio che si creino regioni di serie A e B e aumenti così il divario tra nord e sud.

Luigi Giove, segretario generale della Cgil Emilia-Romagna, spiega tuttavia al Diario del Lavoro che le richieste della sua regione sono completamente diverse da quelle di Veneto e Lombardia, regioni che, secondo Giove, puntano effettivamente a una vera e propria secessione. Nel caos comunicativo e politico di queste settimane, afferma Giove, non emergono le differenze tra la proposta dell’Emilia-Romagna rispetto alle altre due; e si corre il rischio che l’Emilia-Romagna svolga involontariamente il ruolo di ulteriore puntello a una proposta che in realtà non condivide assolutamente.

Giove, qual è la posizione dell’Emilia-Romagna sull’autonomia differenziata?

Stiamo discutendo con la Regione Emilia Romagna da circa due anni su questo tema. Il nostro giudizio in merito si articola in una duplice valutazione, da un lato è politica e, dall’altra, sui contenuti. In origine l’idea dell’Emilia-Romagna era quella di contrapporre al progetto sostanzialmente secessionista di Veneto e Lombardia, una forma di regionalismo rafforzato – che comunque comparta delle criticità – senza minare l’unità nazionale. Oggi questa impostazione permane, anche se è mutato il quadro politico di riferimento.
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Elezioni europee e regionali: il prossimo voto in Emilia Romagna

Regione Emilia Romagna - Foto di Wikipedia

di Sergio Caserta

In Italia, si sa, da quando ai partiti si sono sostituite congerie di apparati al servizio di gruppi economici o di vari interessi, la politica prende veramente vita solo in corrispondenza di scadenze elettorali, che per le peculiari caratteristiche del Paese, totale discordanza tra diversi livelli istituzionali, avvengono con frequenza e cadenze ravvicinate. Cosicché non abbiamo ancora digerito le elezioni politiche del 4 marzo che hanno terremotato il quadro politico, che si avvicinano rapidamente quelle europee e le regionali in Emilia Romagna, Piemonte, Sardegna, Abruzzo e Calabria, più un centinaio di comuni per lo più al di sotto dei quindicimila abitanti.

Il governo giallo verde a meno di improvvisi scossoni difficilmente andrà in crisi, la prova del nove è rappresentata dal DEF che se conterrà provvedimenti anche parziali in tema di reddito di cittadinanza, flat tax e pensioni, è destinato a consolidare il Salvimaio, almeno fino alle europee, con buona pace della “ruota della fortuna” auspicata da Renzi. Lo ha detto chiaramente Salvini, rispondendo a Berlusconi: va bene allearsi alle amministrative, ma il governo non si tocca. È chiaramente un gioco delle parti che consente ai due di spalleggiarsi, tranquillizzando i propri elettorati, quello residuale di Berlusconi è ormai rappresentato pressoché unicamente dal mondo Fininvest.
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Il Piano sociale e sanitario regionale 2017-2019 tra approssimazione, demagogia e neoliberismo

Ospedali e sanità

di Gianluigi Trianni

Oggi 11 luglio sarà presentato in Assemblea legislativa (già Consiglio) regionale il Piano Sociale e Sanitario Regionale 2017-2019 (Pssr 2017-2019), nella versione licenziata lo scorso 4 luglio dalla Commissione politiche per la salute e sociali, con il voto favorevole dei gruppi Pd e Misto e l’astensione del M5S.

Secondo la legislazione regionale vigente il Pssr definisce “gli indirizzi per la realizzazione e lo sviluppo del sistema integrato socio sanitario”, è di durata triennale e comunque con efficacia fino all’entrata in vigore di quello successivo. Quindi il Pssr 2017-2019 è il documento che fissa l’insieme di principi, scelte e regole, cui saranno vincolati gli atti di programmazione (= definizione degli obbiettivi ed allocazione delle risorse) sociosanitaria in regione Emilia Romagna nel prossimo triennio.

Tale piano proposto dalla Vicepresidente e Assessore alle politiche di welfare e politiche abitative M. Gualmini e dall’Assessore alle Politiche per la Salute S. Venturi ha acquisito parere favorevole:

  • dal Consiglio delle Autonomie locali;
  • dalla Conferenza regionale del Terzo Settore;
  • dalle Organizzazioni Sindacali,

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Urbanistica in Emilia Romagna: territorio consegnato alla speculazione fondiaria

di Ilaria Agostini, Piergiovanni Alleva, Rossana Benevelli, Jadranka Bentini, Antonio Bonomi, Paola Bonora, Sergio Caserta, Piero Cavalcoli, Pier Luigi Cervellati, Mauro Chiodarelli, Vezio De Lucia, Paolo Dignatici, Marina Foschi, Mariangiola Gallingani, Michele Gentilini, Giulia Gibertoni, Giovanni Losavio, Tomaso Montanari, Ezio Righi, Giovanni Rinaldi, Piergiorgio Rocchi, Edoardo Salzano, Maurizio Sani, Sauro Turroni, Daniele Vannetiello

La giunta dell’Emilia-Romagna il 27 febbraio ha deliberato il disegno di una nuova legge urbanistica regionale, proponendolo all’approvazione dell’Assemblea legislativa. Secondo l’assessore alla programmazione territoriale Raffaele Donini, che l’ha presentata, la nuova legge sarebbe fondamentale per affermare il principio del consumo di suolo a saldo zero, promuovere la rigenerazione urbana e la riqualificazione degli edifici, semplificare il sistema di disciplina del territorio, garantire la legalità. Sono slogan che mascherano l’obiettivo essenziale del disegno di legge, ovvero l’impianto di un regime privilegiato a favore delle iniziative immobiliari private.

Proclamando risparmio di suolo e qualificazione urbana, la legge va in senso opposto. Il limite del tre per cento posto all’espansione dei territori urbani, già in sé molto elevato, è aggiuntivo, non alternativo all’ulteriore occupazione di suolo che i piani urbanistici ammettono. E l’«addensamento» indiscriminato, concepito e ribadito come unico modo della rigenerazione urbana, non promette qualità, ma ecomostri.
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Sardegna: che ne facciamo dei beni dismessi dal demanio militare?

Demanio militare
Demanio militare
di Stefano Deliperi

el maggio 2015 la Giunta regionale della Sardegna ha predisposto e avviato l’attuazione al progetto pluriennale “Il patrimonio è risorsa – IN PARIS” e ha avviato la predisposizione del disegno di legge in tema di gestione, valorizzazione e dismissione di beni appartenenti al patrimonio regionale.

L’obiettivo è razionalizzare la gestione di tutto il patrimonio immobiliare, compresi i numerosi beni ferroviari (ex Ferrovie della Sardegna e Ferrovie Meridionali Sarde) e quelli in capo alle agenzie agricole AGRIS e LAORE. Secondo i dati regionali, il patrimonio regionale attualmente è composto da 2.457 cespiti: 688 fabbricati e 1.769 terreni. Per il 2015 si prevede un incremento del patrimonio pari al 270%: la Regione autonoma della Sardegna arriverà, così, a gestire circa 14 mila unità immobiliari accatastate.

Da tempo, con intensità altalenante, la Regione e una parte dell’opinione pubblica insistono perché si giunga a sempre maggiori dismissioni di beni immobili appartenenti al demanio militare in base all’art. 14 dello statuto speciale per la Sardegna. In molti casi, infatti, si tratta di beni non più utili alle esigenze della difesa, mentre potrebbero esser destinati ad altre finalità pubbliche.
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L’Emilia Romagna tra storia e futuro: in libro del Mulino sulle politiche regionali

Tra storia e futuro. Politiche per una regione smart
Tra storia e futuro. Politiche per una regione smart
di Vittorio Capecchi, Sergio Caserta e Angiolo Tavanti

Si tratta di una ricerca sulle trasformazioni dell’economia in Emilia Romagna realizzata dalla Associazione Valore Lavoro di Bologna (il cui presidente è Angiolo Tavanti) con il finanziamento dell’Assessorato alle attività produttive della Regione Emilia Romagna basata un campione di interviste qualitative per realizzare una ricerca azione avente due obiettivi:

  • a) capire quale può essere una adeguata politica regionale per realizzare in Emilia Romagna una regione “intelligente, ecocompatibile e inclusiva”;
  • b) individuare i nuovi cluster di imprese che si aggiungono a quelli che da più anni hanno successo in questa regione e capire come questi cluster stanno affrontando la più grave crisi economica dal dopoguerra.

Per raggiungere i due obiettivi della ricerca sono state fatte:

  • a) interviste a protagonisti di politiche regionali considerando tre gruppi di attori: attori che hanno risposto alla crisi dal basso (come i Fab Lab, aggregazioni di imprese per territorio o per specializzazione…); attori intermedi (associazioni imprenditoriali e sindacali, enti locali, centri di ricerca e formazione… ); attori regionali (Assessorati regionali, Ervet, Aster, responsabili regionali di associazioni imprenditoriali e sindacali..);
  • b) interviste a imprese che rappresentano l’intreccio tra storia e futuro nelle diverse direzioni della innovazione tecnologica.

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Regioni senza ragioni e sinistra senza idee

Sinistra - Foto di Andrea Pominidi Ugo Boghetta

Sono incazzato. Certo non è una novità per chi si è proposto la missione impossibile di dare qualche scossa per svegliare la Bella Sinistra Addormentata senza essere il principe azzurro. Sono incazzato perché qualche giorno fa Chiamparino ha detto che le Regioni sono superate. E Zingaretti gli è andato dietro. Sono infatti alcuni anni, cioè da quando in Lombardia mi sono trovato ad affrontare il tema del federalismo della Lega e la rincorsa del centrosinistra, che vado dicendo che le Regioni non hanno senso.

Chiamparino ha proposto le macro regioni rispolverando una vecchia elaborazione della Fondazione Agnelli. Nulla di nuovo. Una proposta peggiore del male. Dopo le province ora si chiude di fatto anche il livello superiore. Il tema è sempre quello: i costi, non l’efficacia delle istituzioni democratiche. Il fatto è che le Regioni sono un’istituzione sbagliata perché non corrispondono alla realtà italiana centrata su comuni e province. Sono anche dannose perché si frappongono fra i cittadini, i territori e chi le politiche le decide: il Parlamento ed il governo. Sono uno spreco in quanto distribuiscono solo soldi: sanità, trasporti. Sì, perché gli sprechi esistono e solo una sinistra imbecille non li denuncia. In tre lustri l’apprezzamento degli italiani sembra passato dal 40% al 28%.

E non mi si dica che togliere le regioni è un attacco alla democrazia. Le istituzioni democratiche devono essere poche, con ambiti concreti, poteri chiari e risorse reali. Le istituzioni devono essere altresì centralizzate per un verso e orizzontali per l’altro. Non si crederà mica che nel mondo attuale si possano usare degli stuzzichini se si vuole imbrigliare Finanza, mercati, padroni? Ma, domanda, lo vogliamo veramente fare? Io penso che per una democrazia efficace basti: una Camera con regole precise e non superabili nelle prerogative fra governo e parlamento e una legge elettorale proporzionale.
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Elezioni - Foto di Davide e Paola

Ancona e le Marche: a uno anno dalle elezioni il caso del “piccolo Mose”

di Sergio Sinigaglia

Manca meno di un anno alle elezioni locali e regionali e le Marche in questi mesi sono state attraversate da inchieste giudiziarie che hanno scosso la classe politica ed economica. Prima la vicenda della Banca delle Marche che ha avuto l’onore delle cronache nazionali. Le accuse vanno dalla associazione per delinquere al falso in bilancio. Trentasette gli indagati. In prima fila l’ex direttore Massimo Bianconi, a seguire vicedirettori, amministratori, dirigenti e funzionari.

Un affaire che ha colpito un istituto con un bacino occupazionale di tremila lavoratori, i quali si sono più volte mobilitati per salvaguardare il posto dopo la gestione molto allegra dei vertici dell’istituto di credito. Una inchiesta pubblica de L’Espresso mesi fa collegava Bianconi al giro dei “furbetti del quartierino” di impronta romana. Insomma una brutta storia.

A seguire la vicenda delle spese allegre dei gruppi consiliari che ha messo sotto indagine praticamente tutta l’assemblea regionale. Per carità si parla di cifre modeste. I consiglieri hanno a disposizione una cifra annua complessiva di circa 340 mila euro. L’elenco di come sono stati utilizzati i fondi ha suscitato un certo scandalo. C’è da dire che si tratta di importi ridotti, al massimo qualche centinaio di euro, ma in tempi di crisi e di campagne demagogiche sulla “casta” le voci di spesa piuttosto discutibili hanno sollevato scalpore e polemiche a non finire. In particolare l’acquisto di un saggio sull’orgasmo femminile, costo 16 euro e qualche centesimo, è stato al centro dell’attenzione dei media (anche della satira di Crozza). L’importo è ridicolo, ma la cosa sconcertante è attingere dalla cassa del gruppo per un pugno di euro…
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Emilia Romagna: l’Altra Europa con Tsipras e la scadenza delle elezioni regionali

Alexis Tsipras - Foto di Wikipedia
Alexis Tsipras - Foto di Wikipedia
dei Comitati territoriali l’Altra Europa con Tsipras

Venerdì 25 luglio 2014, a Bologna presso il centro Giorgio Costa, si è svolto un incontro dei rappresentanti dei comitati locali di tutte le province dell’Emilia Romagna dell’Altra Europa con Tsipras, per discutere degli sviluppi dell’attività del movimento dopo le elezioni europee, della costruzione di un soggetto politico espressione delle forze della sinistra, nonché della scadenza imminente delle elezioni regionali, determinate dalle dimissioni di Vasco Errani.

Nel corso dell’incontro, che seguiva una precedente riunione del 6 luglio, è stata espressa la volontà comune di procedere nell’impegnativa sfida, da tutti considerata complessivamente molto positiva, di costruire anche in Italia un soggetto politico nuovo, aperto e unitario, adeguato alle difficili sfide della grave crisi economica e sociale. Un soggetto fondato sulla partecipazione attiva dei cittadini e la centralità dei comitati locali (di Comune e/o di quartiere).

Intorno all’impegnativa scadenza elettorale, sono state espresse dai quaranta rappresentanti dei comitati intervenuti, opinioni articolate sulle condizioni indispensabili e necessarie per partecipare alle elezioni. In molti degli interventi svolti, con più netta convinzione in alcuni comitati, sono emerse considerazioni sull’importanza della scadenza, sulla necessità di garantire continuità all’esperienza positiva delle elezioni europee, sulle conseguenze negative di una mancata partecipazione diretta alle elezioni per il consolidamento e la coesione del movimento, per costruire anche in Regione una presenza alternativa al Partito Democratico, oggi dominato dalle posizioni neoliberiste e centraliste di Renzi.
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Emilia Romagna: Errani, il PD e la prossima legislatura regionale

Regione Emilia Romagna - Foto di Wikipedia
Regione Emilia Romagna - Foto di Wikipedia

di Sergio Caserta

Vasco Errani ha fatto molto bene, responsabilmente e risolutamente, a dimettersi da Presidente della Regione dopo la sentenza d’appello che lo riguarda; ha ottenuto per questo suo atto il sostegno e la solidarietà di larga parte del mondo politico e delle forze sociali. Perfino il Grande Rottamatore nella recente riunione della direzione PD, ha avuto per lui parole d’elogio. Tutti plaudono all’indiscutibile onestà e totale dedizione alla causa della regione, dei cittadini eccetera.

A suo tempo, prima delle precedenti elezioni, scrissi (in solitudine) che mi sembrava un errore il terzo mandato (forse oggi lo pensa anche Errani). Già allora la situazione programmatica e politica si presentava abbastanza appannata, per non dire deteriorata; poi scoppiò lo scandalo di Del Bono e delle sue “spese pazze” da vicepresidente. Era un segnale preciso delle cose che non andavano.

Ora il problema non è solo giudicare personalmente Errani, bensì cercare di comprendere quale sia la situazione e il futuro della regione, una delle più importanti d’Italia per reddito e capacità produttive, almeno prima dell’attuale grave crisi economica. Una forza politica seria dovrebbe trarre da una vicenda anche spiacevole che azzera la sua classe dirigente, l’occasione per comprendere se tutto ha veramente funzionato bene, se non ci sono elementi di correzione da imprimere all’azione politica e programmatica.
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