Elezioni Basilicata, Pd e cinquestelle bravissimi a premiare Salvini

di Sergio Caserta E così malinconicamente registriamo la terza vittoria consecutiva del destra-centro a trazione leghista nelle elezioni regionali in Basilicata, dopo Abruzzo e Sardegna anche nella fu regione rossa ora regione dei basilischi, s’insediano le Sturmtruppen del “Capitano” che raccoglie copiosi consensi come pomodori maturi nel Meridione che solo un anno fa gli era […]

Matera 2019: vittoria del centro-destra alle regionali, restano la crisi e le stesse domande

di Michele Fumagallo Risultati delle elezioni regionali del 24 marzo in Basilicata: centro-destra 42,2%; centro-sinistra 33,11%; Movimento5stelle 20,32%; Basilicata Possibile 4,37%. Consiglieri eletti (20 in totale più il presidente di Regione): centro-destra 12 (6 alla Lega, 3 a Forza Italia, 1 a Fratelli d’Italia, 1 a Idea, 1 a Bardi presidente), centro-sinistra 5 (2 Comunità […]

Matera 2019: domani le regionali in Basilicata. Magari di basso profilo, ma da non guardare con snobismo

di Michele Fumagallo

Domani, domenica 24 marzo, ci sono le elezioni regionali in Basilicata che sono anche un primo test sulle iniziative di “Matera capitale europea della cultura”, l’operazione particolare che vive la città dei Sassi e che è stata conquistata nell’autunno 2014, e viene gestita in gran parte adesso, da personale di area Partito Democratico. Cercheremo di commentare i risultati elettorali dopo le elezioni, adesso invece mi preme dire qualcosa non solo su liste e candidati ma sulla politica generale in una regione che è sempre stata governata dal centro sinistra.

In Basilicata il centro sinistra ha saputo mantenere una continuità amministrativa anche quando la coalizione subiva pesanti sconfitte a livello nazionale. Ma questa specificità locale non è eterna evidentemente: le elezioni nazionali dell’anno scorso hanno evidenziato che la sicurezza (anzi la sicumera) con cui ci si muoveva era finita, ed era invece iniziato un declino che le inchieste della magistratura sulla sanità hanno accentuato.


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Dopo il voto: ripensare la sinistra in Sardegna

di Roberto Loddo

Dopo il testa a testa ipotizzato dagli exit poll tra Massimo Zedda e Cristian Solinas i risultati ufficiali del voto sardo hanno invece delineato un’ampia vittoria per il candidato del centrodestra e della Lega. Un centrodestra diverso da quelli precedenti caratterizzato dalla migrazione di settori della destra nel PSd’Az e da una Lega telecomandata dal ministro dell’Interno che diventa il primo partito della coalizione. Con queste premesse è molto difficile immaginare una giunta regionale non contaminata dalle mani nere dello spettro di Visegrád e dell’internazionale dell’intolleranza.

La vecchia formula del centrosinistra si è rivelata una medicina sbagliata per la coalizione civica e progressista. La stessa formula aveva fallito nelle elezioni regionali in Abruzzo del 10 febbraio. Massimo Zedda ha perso anche perché la Sardegna non è immune al declino inarrestabile delle sinistre riformiste europee. Salvini e Solinas non sono il frutto del destino cinico e baro ma sono il prodotto di scelte politiche dei governi europei e italiani che con trent’anni di politiche antisociali hanno disintegrato la società, alimentato le diseguaglianze e la rabbia delle persone.

Queste elezioni regionali sono la fotografia di una società stanca dell’esistente che in assenza di alternative al neoliberismo si è lasciata dominare da pulsioni di rancore e dall’idea che i penultimi devono salvarsi anche a costo di sacrificare gli ultimi. Le politiche dell’austerità sono state praticate dagli stessi soggetti politici che oggi chiedono un mandato agli elettori per costruire comitati di liberazione nazionale contro il governo dei giallo verdi. Riproporre agli elettori lo stesso piatto ma con un nome diverso potrebbe rivelarsi la risposta meno credibile alla sofferenza generata.
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Emilia Romagna, il boccone più ghiotto per la Lega

di Sergio Caserta

Manca meno di un anno alle elezioni regionali in Emilia Romagna, se l’attuale maggioranza riesce a rinviare la data ai primi di gennaio 2020, mancano undici mesi. Di mezzo ci sono altre elezioni regionali il 10 febbraio in Abruzzo e il 24 febbraio in Sardegna, poi il 26 maggio ci saranno le europee con annesse le elezioni in Piemonte e in Basilicata, infine toccherà alla Calabria e all’Emilia Romagna.

I sondaggi elettorali danno da mesi e in modo pressoché univoco la Lega di Salvini in crescita costante, i M5S in arretramento progressivo e altrettanto costante, il partito democratico ben che vada inchiodato ai risultati del 4 marzo, cioè il livello più basso della sua decennale esistenza.

Questi dati riguardano anche la regione guidata da Stefano Bonaccini, almeno secondo il recente sondaggio dell’IPSOS commissionato e pubblicato dal Corriere della sera edizione bolognese, e sono nefasti per il partito oggi al governo, in parentesi quelli delle precedenti regionali: Lega al 23% primo partito (19,42%), Pd crollo al 17%( 44,53%), M5S in arretramento al 15% (13,27%), Forza Italia si dilegua al 3%(8,36%) , altri al 4%, incerti 38% una quota alta ma non tanto da far pensare ad un ribaltamento, nel 2014 infatti voto solo il 38% con un’astensione inimmaginabile. Consideriamo inoltre che a sinistra del PD, due liste SEL e Altra Emilia Romagna, insieme raggiunsero circa il 7% e nel sondaggio non sono nemmeno rilevate.
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Le prossime elezioni regionali in Sardegna: intervista al candidato Massimo Zedda

di Marco Ligas

Le prossime elezioni regionali in Sardegna avvengono in un momento particolarmente difficile per il paese e per la nostra isola. Sono molti i cambiamenti verificatisi in questi ultimi anni, non solo politici ma anche sociali e culturali. Prevalgono segnali di impoverimento del popolo sardo e di crisi della democrazia. Con l’intervista che ti propongo non intendo soffermarmi sull’insieme delle questioni che puntualmente si affrontano nel corso delle campagne elettorali. Mi soffermo solo su alcune.

Parto dal tema lavoro ritenuto da tutti il principale. È da decenni che in Sardegna registriamo tensioni nei rapporti tra i lavoratori, i promotori delle attività industriali e i rappresentanti delle istituzioni; intanto cresce una disoccupazione sempre più preoccupante.

In queste relazioni si è consolidata la dipendenza delle nostre istituzioni nei confronti di una classe imprenditoriale arrogante, impegnata principalmente nella ricerca di attività speculative e di incetta di risorse pubbliche. Ministri e sottosegretari nonché assessori regionali, in difficoltà nel delineare progetti alternativi di sviluppo e di crescita, hanno ceduto frequentemente ai ricatti di questo padronato senza imporre alcuna garanzia o controllo sugli aiuti concessi.
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Elezioni europee e regionali: il prossimo voto in Emilia Romagna

Regione Emilia Romagna - Foto di Wikipedia

di Sergio Caserta

In Italia, si sa, da quando ai partiti si sono sostituite congerie di apparati al servizio di gruppi economici o di vari interessi, la politica prende veramente vita solo in corrispondenza di scadenze elettorali, che per le peculiari caratteristiche del Paese, totale discordanza tra diversi livelli istituzionali, avvengono con frequenza e cadenze ravvicinate. Cosicché non abbiamo ancora digerito le elezioni politiche del 4 marzo che hanno terremotato il quadro politico, che si avvicinano rapidamente quelle europee e le regionali in Emilia Romagna, Piemonte, Sardegna, Abruzzo e Calabria, più un centinaio di comuni per lo più al di sotto dei quindicimila abitanti.

Il governo giallo verde a meno di improvvisi scossoni difficilmente andrà in crisi, la prova del nove è rappresentata dal DEF che se conterrà provvedimenti anche parziali in tema di reddito di cittadinanza, flat tax e pensioni, è destinato a consolidare il Salvimaio, almeno fino alle europee, con buona pace della “ruota della fortuna” auspicata da Renzi. Lo ha detto chiaramente Salvini, rispondendo a Berlusconi: va bene allearsi alle amministrative, ma il governo non si tocca. È chiaramente un gioco delle parti che consente ai due di spalleggiarsi, tranquillizzando i propri elettorati, quello residuale di Berlusconi è ormai rappresentato pressoché unicamente dal mondo Fininvest.
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E-lezioni siciliane: meno di un elettore su 2 alle urne, un’altra occasione per riflettere

di Sergio Caserta

In Sicilia ha votato il 47%, una chiara minoranza. Questo è il primo rilevante dato su cui riflettere. Colin Crouch preconizzava in Postdemocrazia l’avvento di minoranze al comando senza consenso e José Saramago aveva descritto nel capolavoro Saggio sulla lucidità la rivolta silenziosa di un popolo astensionista che metteva alle corde il potere. Ora in epoca di seconda globalizzazione, l’astensionismo dei siciliani si somma a quello nella stessa giornata degli ostiensi e dei diversi popoli elettorali che quando possono dimostrare la propria ostile estraneità alle diverse offerte del mercato elettorale, soprattutto locale, lo fanno senza esitazioni, restando a casa. Così la rappresentanza dell’elettorato è ridotta a meno della metà.

Se valessero in questo caso le semplici regole democratiche, le elezioni sarebbero nulle e occorrerebbe tornare a votare con proposte più convincenti, invece tant’è, alla fine chi arriva primo vince e governa anche se rappresenta meno del 15% del corpo elettorale. Ha vinto la destra di Nello Musumeci che ha rimesso insieme il suo cartello elettorale tradizionalmente forte, aiutato da impresentabili candidati occulti e noti, come registrano le cronache; i Cinquestelle hanno avuto un notevole successo, essendo da soli il primo partito a notevole distanza dagli altri ma sono arrivati secondi; il Partito democratico esce con le ossa rotte, terzo a distanza con la sua coalizione che non raggiunge il venti per cento; infine la lista di sinistra, guidata da Claudio Fava che prende il sei per cento, un risultato troppo modesto per sentirsi soddisfatti.
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Regionali Sicilia, le vere elezioni cominciano ora

di Riccardo Orioles

Di dieci siciliani che incontri, due hanno votato per Silvio Berlusconi (uno con la pistola in tasca), due per Beppe Grillo e uno per Giulio Andreotti. I primi due se ne vanno soddisfatti e in fretta per gli affari loro, che non occorre sapere, i grillini si guardano in giro fra incazzati e orgogliosi, e il democristiano litiga con se stesso, con una mano dandosi pugni sui cosiddetti e con l’altra cercando di autofregarsi il portafoglio dalla tasca di dietro. Li vedi allontanarsi tutti e cinque per ignota destinazione.

Momento. Ma non avevi detto che erano dieci? Qua ce ne sono cinque. E gli altri? Gli altri semplicemente non esistono. O non si vedono, o sono partiti lontano – i giovani soprattutto – oppure sono qui trasparenti come fantasmi, a cui il serio politico non crede. Metà dei siciliani infatti non hanno votato affatto. Sono il primo partito, e infatti fanno un governo – a Berlino, a Toronto, a Dubai, dovunque li ha portati il vento – che non governa niente eppure decide tutto. Di dieci milioni di siciliani, metà sono (ancora) qui e metà sparsi nel mondo. Questi ultimi vanno aumentando, e partono a 18 anni.

I “Siciliani”, come sapete, non partecipano alle elezioni: il loro lavoro è l’antimafia sociale e il loro “partito” produce cittadini e non parlamentari. Ma è inutile nascondere che molti di noi un candidato amico l’avevano, ed era uno dei primi “Siciliani”, Claudio Fava. Quand’è venuto a Catania a San Cristoforo, non l’abbiamo lasciato solo ma ci siamo affollati attorno a lui: su mafia e antimafia non si discute, il resto, tutto il resto, viene dopo. Purtroppo, pochi giorni dopo, al centro della città, nel comizio “importante”, con lui c’era un barone del vecchio regno, certo Massimo D’Alema, e stavolta la piazza è rimasta semivuota.
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Com’è il cielo su Berlino? Si guardi ai risultati dell’ultima tornata

Elezioni a Berlino
Elezioni a Berlino

di Roberto Musacchio

255.740. Sono i berliner, i berlinesi, che hanno dato il loro voto alla Linke. Sono il 15,6% dei votanti, per altro con una affluenza in decisa crescita ben oltre il 60%. Erano stati 171.050, pari all’11,7% cinque anni fa. Voglio partire dalle cifre assolute, dalle persone in carne ed ossa perchè sono quelle che contano. Contano, o dovrebbero contare sempre, anche se la politica di oggi, quella dell’alto e senza alternative, le vorrebbe escluse.

Ma oggi, in Germania, ognuno deve e può contare in quella che è e sarà una vera e propria discussione di civiltà. Che pesa molto, perché molto pesa la grande Germania in una Europa sempre più tedesca. E se parli con le compagne o i compagni che quella campagna elettorale, quella di Berlino, l’hanno fatta ti dicono di cosa significa prendere i voti difendendo i profughi e chiedendo di cambiare la Germania e l’Europa.

La Linke di voti ne ha presi tanti. Il 23,7% nelle zone ad Est della città. Il 10,2% in quelle ad Ovest dove nelle precedenti comunali era sotto il 5%. E li ha presi contro tutti i muri. Sta al 16% tra i lavoratori, al 13% tra quelli autonomi, al 17% tra i pensionati e al 14% tra i disoccupati. Sono cifre, ma in realtà coscienze importanti. Si pensi che il voto al partito dell’alternativa per la Germania, l’Afd, sostanzialmente tutto sui migranti, arriva al 14,2% ma sfonda il 28% tra i lavoratori e il 22% tra i disoccupati. E il 17,1% a est e l’11,8% a ovest.
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