Le mani sulla città: così la ‘ndrangheta ha cementificato Reggio Emilia

Inchiesta Aemilia
Inchiesta Aemilia
di Paolo Cagnan

Vent’anni di gru, di camion, di escavatori. Di “economia che gira”. Economia legale e illegale. Imprenditoria sana e imprenditoria malata, criminale. Legate in un groviglio d’interessi a volte inestricabile, di cui ora resta il pesante lascito fatto di migliaia di appartamenti vuoti, ditte fallite e una città cementificata che sta tentando di riprendersi. Eccolo qui, il Sacco di Reggio.

1. La crescita dell’urbanizzazione

In questa prima puntata della nostra inchiesta sulle mafie in edilizia, ripercorreremo insieme a ritroso quanto accaduto dalla fine degli anni Ottanta sino a pochi anni fa. Diciamo sino al 2001. Vent’anni in cui, complici due piani regolatori che sembravano ritagliati su misura per assecondare la lobby del mattone, si è costruito di tutto, e dappertutto.

Il numero record d’imprese di costruzioni

L’onda lunga di quel periodo è giunta sino ai giorni nostri. Basti dire che nel 2010, quando già la crisi del biennio precedente iniziava a mietere le sue numerose vittime, alla Camera di commercio di Reggio erano ancora registrate – fonte Narcomafie – 13.246 imprese di costruzioni, di cui 10.756 artigiane: uno dei numeri più alti d’Italia, in relazione alla superficie del territorio di riferimento.
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Operazione Aemilia

La ‘ndrangheta è a Reggio, ma in Emilia: 3 libri profetici

di Daniele Barbieri

Poco più di un anno fa avevo scritto in blog una «calda recensione» a un bel romanzo di Antonio Fantozzi intitolato 1 sbirro, Wild Bill Hickok e il caro Paolo: strano titolo per un noir vivissimo, choccante, molto politico, sanguigno come i precedenti e com’è il suo autore (lo conosco solo di scrittura, magari di persona non è intelligentemente feroce come nelle sue pagine). Scrivevo fra l’altro:

Se abitate a Reggio o se comunque questa città ha per voi un valore (il lavoro e il riformismo, la Resistenza, “i morti di Reggio Emilia”, gli asili più belli del mondo, l’efficienza e l’onestà mescolate alle cooperative) dovete leggere questo libro. Forse odierete Fantozzi ma dovete – anzi dobbiamo – fare i conti con quello, perlopiù spiacevole, che su Reggio scrive». E subito dopo: «Il vero Antonio Fantozzi ha due difetti: scrive assai bene ed è molto di sinistra.

Se volete leggere tutta la recensione digitate «Deadwood? Che schifo, sembra Reggio Emilia» ma io vi consiglio di procurarvi il romanzo anzi la trilogia; anche di un altro libro di Fantozzi ho scritto qui: «Com’è fosca Reggio (in Emilia)» … e, con ogni evidenza, il dito-titolo del mouse batte dove il dente reggiano duole.

Perché ne riparlo ora? In gennaio come forse sapete – qualche titolo sui media ma non “da strillo” – una inchiesta sulla ‘ndrangheta denominata Aemilia ha scosso l’Emilia Romagna. Riassumendo (mi baso su quanto scrisse «Il fatto quotidiano») la Direzione distrettuale antimafia di Bologna «ha disposto 117 arresti nell’ambito dell’inchiesta “Aemilia” che ha colpito il clan Grande Aracri e i suoi contatti con la politica e l’imprenditoria».
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Fratelli Cervi

Gattatico (Reggio Emilia), casa Cervi diventi monumento nazionale: online la petizione

del Museo Cervi

Qui il testo della petizione per la quale si può firmare fino al prossimo 25 luglio. Casa Cervi, oggi museo frequentato da decine di migliaia di cittadini, è il luogo di memoria legato alla storia della famiglia omonima, al sacrificio dei sette fratelli, e a tutta la storia della Resistenza fatta dalla parte dei contadini italiani. L’Istituto Cervi nasce il 24 aprile 1972 da quattro soci fondatori: Provincia di Reggio Emilia, Comune di Gattatico, ANPI nazionale e Alleanza Contadini (oggi CIA). Consegue lo status di ente morale con Decreto del Presidente della Repubblica il 18 luglio 1975.

Un sito unico nel suo genere: i piedi ben piantati nella terra reggiana, dove affondano le sue radici identitarie, ma i pensieri rivolti ad un confine più ampio. Forse la stessa visione che avevano i Cervi, quando ruotavano il loro mappamondo, diventato non a caso l’emblema di questa storia insieme al primo trattore.

Da allora l’ente intitolato a Papà Cervi ha fatto molta strada; luogo frequentato da generazioni di italiani di tutte le età, è anche un organismo fatto di territori: si associano al Cervi istituzioni, associazioni culturali e soprattutto enti locali. Grandi città (Roma, Milano, Firenze), provincie, regioni e soprattutto piccoli comuni dal Piemonte alla Sicilia. Ad oggi sono quasi 150 i soci ordinari dell’Istituto Cervi, compagni di strada raccolti negli oltre 40 anni di attività al servizio dei valori democratici, della storia del ‘900, dello studio delle campagne italiane.
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Il femminile, la sua storia e un confronto all’Archiginnasio di Bologna

Sovrane
Sovrane

di Carla Colzi e Clelia Mori

Siamo partite da Reggio Emilia con la convinzione di assistere a un dibattito tra due belle intelligenze: Annarosa Buttarelli, filosofa, femminista e autrice tra l’altro di “Sovrane. L’autorità femminile al governo”, il libro che presentava quel giorno alla biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, e Luciano Canfora, storico della democrazia e autore di diversi saggi, con cui lo discuteva.

Credevamo che l’incontro tra due culture diverse, così significativamente rappresentate, potesse costruire un passetto avanti nella ricerca filosofica e storica della nostra realtà e speravamo in un piccolo prezioso guadagno per tutte, ma soprattutto tutti. Il simbolico ha un grande valore di cambiamento.

Leggendo “Sovrane”, avevamo capito che il libro, che citava numerose altre studiose, cercava di fare il punto storico e filosofico sull’assenza delle donne e del loro pensiero dal governo in genere, a partire dalla sua attuale e oggettiva crisi patriarcale. Un’assenza che datava dalla nascita della democrazia e si prolungava fino all’illuminismo, dove comunque le donne sono diventate sì cittadine, ma passando attraverso il contratto sessuale di matrimonio, non in quanto altra metà di diritto del genere umano, e dichiarava il bisogno di darsi un nuovo concetto di autorità e di potere, che, secondo Annarosa, poteva essere riformulato solo passando ad una nuova analisi della Realtà.
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La partigiana olandese ospite a Correggio: “Così ci opponemmo al regime nazista”

Mirjam Ohringer
Mirjam Ohringer
Dal 26 al 28 aprile scorso Correggio ha ospitato la European Resistance Assembly – ERA, la tre giorni organizzata in provincia di Reggio Emilia e dall’Istoreco con l’Anpi e il Comune di Correggio e l’Associazione Materiale Resistente. Tra gli ospiti c’era la partigiana olandese Mirjam Ohringer ed ecco di seguito la sua testimonianza

di Gemma Bigi. Ha collaborato Adriano Arati, ufficio stampa ERA

Mirjam Ohringer è nata nel 1924 ad Amsterdam da una famiglia di origine ebraica proveniente dalla Galizia. Dopo l’occupazione dell’Olanda nel 1940 da parte della Wehrmacht inizia la sua resistenza: raccogliere soldi per far arrivare clandestinamente i fuggiaschi dalla Germania, trasportare messaggi, distribuire volantini contro l’occupante.

Aveva sedici anni questa ragazza, aveva il terrore di venire scoperta e deportata, ma ha continuato a resistere e oggi, ad anni di distanza, ricorda quei volti, quelle persone che hanno insegnato a lei e ai suoi compagni come comportarsi per far fronte al nazismo. Ricorda i suoi famigliari e i tanti amici che non hanno potuto vedere al fine della barbarie. Era spinta dalla passione politica, dalla consapevolezza di chi era e dalla voglia di stare dalla parte giusta.
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Emergenza Nord Africa a Bologna: a fine proroga per 200 profughi l’unica prospettiva sono i 500 euro per andarsene

Profughi a Prati di Capraradi Francesca Mezzadri

Il 28 febbraio è arrivato e anche in Emilia Romagna scade la proroga di due mesi del ministero dell’Interno riguardo la chiusura delle strutture che accolgono i migranti provenienti dal Nord Africa in attesa di ricevere una risposta alle richieste d’asilo, di protezione internazionale o di permesso umanitario. Secondo l’ultima circolare del 18 febbraio 2013, il destino dei profughi nordafricani verrà deciso dalle prefetture delle province che “dovrebbero favorire i percorsi d’uscita da queste strutture”. Tra le misure previste dal dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno, vi è anche la “buonuscita” di 500 euro procapite.

“Sono a Bologna ai Prati di Caprara da due anni,” spiega K. durante un incontro che si è tenuto martedì 26 febbraio presso il Tpo tra migranti e operatori di associazioni interculturali regionali, “come molti altri ho ottenuto un permesso temporaneo di 6 mesi, rinnovato ad altri 6 mesi, perché sono ancora in attesa di ricevere una risposta alla mia richiesta d’asilo. Per ora non possiamo fare nulla. Ci hanno detto solo che dopo il 28 febbraio ci daranno 500 euro, ma io non voglio 500 euro, ho bisogno di un percorso che mi porti a qualcosa di concreto perché sono un rifugiato libico, un rifugiato da oltre due anni”.
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Fratelli Cervi

Rientrando nel mito: lo strano caso dei fratelli Cervi, icona dell’antifascismo e dell’anticomunismo

di Mirco Zanoi, coordinatore culturale Istituto Cervi

L’elemento più interessante e fecondo, nel lancio del romanzo di Dario Fertilio L’ultima notte dei Fratelli Cervi, è la permanenza del mito attorno all’icona dei Cervi. Siamo i primi a rallegrarci di questo rifiorito interesse, anche se non ci risultano novità storiografiche e documentarie. Elementi, insomma, che possano riaprire la ricostruzione di quei momenti frenetici e disperati, che costituirono il primo vero confronto a Reggio Emilia tra la Repubblica Sociale e il nascente movimento partigiano.

Siamo, giusto per ripercorrere un po’ la storia, alla fine del 1943, quando ancora parole come Resistenza, CLN, Brigate di vario colore stavano nella testa di pochi. E la Liberazione lontanissima nei tempi, oltre che incognita nei modi. La guerra “vera” aveva toccato il suolo italiano da poche settimane, trasformando buona parte della penisola in zona occupata; una gigantesca retrovia del fronte tra due visioni di occidente. A cui si aggiungeva certamente una terza visione dell’Europa e del Mondo, che guardava ad est.

Permanenza del mito, si diceva: pochi frutti del patrimonio simbolico del ‘900 italiano hanno il privilegio di essere emblemi dell’antifascismo, e allo stesso tempo (con minor forza ma non poca durata) dell’anticomunismo. Ai Cervi tocca questa sorte, tutt’altro che singolare a ben pensarci. C’era (e c’è) qualcosa di assolutamente perfetto nell’epopea familiare dei Cervi, quando Togliatti prima e Calvino poi elessero questa vicenda a narrazione pubblica, a mito fondativo della Resistenza nelle campagne: innovatori irruenti e irriducibili, avanguardie di una minoranza antifascista, ancor più minoritaria ed esclusiva perchè domestica, fatta letteralmente in casa attraverso letture le più disparate. Perfetta perché lascia sul campo 7 vite preziose (un numero epico, da Tebe ai western, passando per i Samurai), ma al contempo lascia integra una casa destinata a diventare luogo di memoria, e un volto anziano e saggio come quello di Papà Cervi; una storia insomma,che ha tutti gli ingredienti per il bestseller. Come infatti fu.
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Terre demaniali: Bologna cuore delle campagne nazionali per la loto tutela

Foto di Michele Pelosidi Elisa Castelli

Circa un anno fa veniva approvata la legge di stabilità 2012 (ex legge finanziaria), che norma e definisce, secondo l’art.7, la dismissione dei terreni agricoli demaniali. Quest’articolo, poi rivisto e modificato nell’art.66 del DDL 24 Gennaio 2012, n°1, pone le basi per la vendita di terreni demaniali, con lo scopo di coprire una parte del debito pubblico.

In sintesi l’applicazione di questo decreto è spendibile su tutto il territorio nazionale, laddove i terreni agricoli non siano “utilizzabili per altre finalità istituzionali”, art.66, 1. Rientrano in questa dicitura differenti beni paesaggistici e produttivi, quali le aree protette (per cui “l’agenzia del Demanio acquisisce preventivamente l’assenso alla vendita da parte degli enti gestori delle medesime aree” art.66,6), e le aree che, “su richiesta dei soggetti interessatic, possono essere vendute da comuni, province, regioni, essendo proprietà di queste ultime.

L’estensione di questi territori non è di facile censimento, anche in virtù di precedenti decreti legislativi che ne hanno modificato l’entità, ma secondo la Coldiretti si tratta al momento di circa 338 mila ettari di terreni agricoli coltivabili, per un valore di circa 6,2 miliardi di euro. Sono, inoltre, zone agricole demaniali anche i territori caratterizzati dagli usi civici. Il diritto d’uso civico è vincolato all’utilizzo collettivo e indiviso di un dato patrimonio ambientale, affonda le radici nella storia di produzione agricola e di allevamento locale dei comuni rurali e montani.
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Dal sito di Roberto Zamboni

Istoreco: gli albi della memoria e i caduti dimenticati dallo Stato

«Dimenticati di Stato» è il titolo che un ricercatore volontario veronese, Roberto Zamboni, ha voluto attribuire al sito web da lui creato e gestito per la divulgazione delle informazioni acquisite sulle sepolture dei militari italiani internati in Germania e stati limitrofi dopo l’8 settembre 1943 e deceduti durante la prigionia.

Le motivazioni di questo titolo sono da attribuire alle difficoltà che le famiglie degli scomparsi hanno spesso incontrato, e tuttora incontrano, nella ricerca dei luoghi di tumulazione dei loro cari e nelle richieste di traslazione in patria delle salme. È anche noto che molte famiglie italiane non hanno mai ricevuto comunicazione per le sepolture nominate effettuate dalle autorità italiane nei cimiteri appositamente realizzati all’estero per i caduti di guerra, compresi i deportati militari e civili.

Problemi che, nella gestione degli Albi della Memoria in Istoreco, rileviamo frequentemente, per le numerose richieste di notizie da parte delle famiglie, proprio sui luoghi di sepoltura dei Caduti, compresi quelli della Grande Guerra, su come procedere per l’eventuale rimpatrio delle salme e sulle istituzioni di riferimento.L’insistenza di queste richieste ci ha suggerito di attivare contatti anche con associazioni o volontari che si occupano del problema, attivando una collaborazione appunto con Roberto Zamboni.
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