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L’esercizio del risentimento contro chi sostiene la Costituzione

di Nadia Urbinati

Sul Corriere della Sera del 2 novembre scorso, Angelo Panebianco ha lanciato un j’accuse contro i “puristi” della Costituzione che nel 2016 si opposero alla riforma costituzionale Renzi-Boschi perché segno di una “svolta autoritaria”. Scrive l’articolista del Corriere: “Sembra proprio che alla maggioranza di questi paladini della Costituzione nata dalla Resistenza importi ben poco sia della Costituzione che della Resistenza: la difesa della Costituzione contro le ‘involuzioni autoritarie’ è più che altro un’arma politica di comodo da utilizzare contro il nemico di turno, si chiami Bettino Craxi, Silvio Berlusconi o Matteo Renzi”.

A ruota, sul sito del Pd, Democratica, è uscito poco fa un commento elogiativo dell’articolo di Panebianco a firma di Vittorio Ferla, il quale si scaglia contro “i puristi” (lunga la lista delle loro professioni) che avrebbero non solo portato l’Italia nelle braccia dei “minacciosi totalitari”, quelli di Cinquestelle, ma ora “tacciono” di fronte alle parole di Grillo sulla “rottamazione del Parlamento” e “l’aggressione al Capo dello Stato”. Per Ferla i puristi avevano un piano: far fuori Renzi, perché Renzi sarebbe il nemico, non il M5S.

La campagna contro chi si oppose a quel referendum-plebiscito è oggi un penoso esercizio di risentimento, dei renziani e di chi pensava a Renzi come al mezzo per attuare un progetto che attendeva sottotraccia da qualche decennio. Panebianco, da coerente conservatore, è risentito che il gollismo non abbia avuto corso in Italia – e che chi ci ha provato (Craxi, Berlusconi, Renzi) abbia pietosamente fallito. Ed è importante che sia Panebianco a mettere in fila i dioscuri del cesarismo gollista. Noi abbiamo chiamato quel progetto – il gollismo appunto – un progetto autoritario. Panebianco lo conferma. In Francia, il gollismo è stato atterrato nel 1969 proprio come progetto autoritario. Ma, si sa, il 1969 era l’anno della ubriacatura del radicalismo politico!

Sardegna: bocciato il referendum dei furbetti dell’insularità

del Manifesto Sardo

L’Ufficio regionale del referendum ha dichiarato illegittima la richiesta di un referendum regionale diretto a proporre l’inserimento del “principio di insularità” in Costituzione. Il presidente del Comitato promotore ritiene incomprensibile questa decisione, definendola frutto di un’interpretazione burocratica della legge e lesiva del diritto dei sardi ad utilizzare lo strumento referendario. Pubblichiamo il comunicato del coordinamento dei comitati sardi per la democrazia costituzionale.

È singolare l’affermazione del dott. Frongia il quale dimentica o ignora che un “referendum sull’insularità in Costituzione” non ricade in nessuna delle ipotesi di referendum consultivo previste dalla legislazione sarda vigente. Come già sostenuto dal Coordinamento regionale per la difesa della democrazia costituzionale, la posizione della Corte su questa proposta è chiara e netta: non è previsto chiedere a una frazione (regionale) del corpo elettorale nazionale di esprimersi su proposte di modifica costituzionale; in tema di revisione della Costituzione il solo referendum ammissibile è quello previsto dall’art. 138 Cost.

L’acqua pubblica nell’urna

di Alex Zanotelli

«Il parlamento si è fatto beffa del referendum del 2011. E la privatizzazione va avanti. È necessario perciò portare il tema dell’acqua nell’attuale campagna elettorale, chiedendo a ogni candidato e a ogni partito di esprimersi su questo tema vitale».

Il processo di privatizzazione dell’acqua, in atto in Italia, è una minaccia al diritto alla vita. Nonostante il Referendum del 2011 – quando il popolo italiano aveva deciso che l’acqua doveva uscire dal mercato e che non si poteva fare profitto su questo bene così sacro – i governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni hanno fatto a gara per favorire il processo di privatizzazione dell’oro blu.

Non migliore fortuna abbiamo avuto in parlamento, che aveva il dovere di tradurre in legge quello che il popolo italiano aveva deciso con il referendum, ma non l’ha fatto. A questo scopo il parlamento aveva a disposizione anche la legge di iniziativa popolare che aveva ottenuto oltre 500.000 firme. Ci sono voluti anni di pressione perché quella legge fosse presa in considerazione dalla Commissione ambiente della camera presieduta da Ermete Realacci (Pd). E quando l’ha finalmente accolta, la Commissione l’ha radicalmente snaturata e poi non l’ha mai fatta discutere in parlamento. È grave che due presidenti della Repubblica, Napolitano e Mattarella, non abbiano richiamato i parlamentari al loro dovere di legiferare secondo i dettami del referendum.

Matteo Renzi, viale del Cazzaro

di Alessandra Daniele

Matteo Renzi è un modello obsoleto. Infatti non riceve più aggiornamenti. Questa settimana s’è notato particolarmente nel suo logorroico e soporifero comizio a Piazza Pulita, l’ennesima anacronistica ripetizione del solito copione ormai completamente logoro, dalla litania sugli 80 euro panacea di tutti i mali, alla cazzata del milione di posti di lavoro che conta anche chi ha lavorato un’ora in un mese, alla rituale difesa della sua imbarazzante ministra-immagine, e della ripugnante controriforma anticostituzionale che portava il suo nome, alla mitizzazione di Obama, corresponsabile della carneficina siriana e libica.

Come Norma Desmond in “Viale del Tramonto”, Renzi continua a recitare un film che non ci sarà mai, per un pubblico che non c’è più. Anche quando è in diretta sembra una replica vecchia di anni, persino più vecchia della sua stessa età. Un fantasma smagnetizzato degli anni ’80, un Claudio Martelli in cromakey. La cosa più patetica del suo vaniloquio di Piazza Pulita è stata la scusa accampata per il mancato ritiro della politica che aveva solennemente promesso: “M’hanno detto no, tu non hai diritto di decidere per i fatti tuoi di andare a fare i soldi in America, e lasciarci qui”.

Testuale. Se Matteo Renzi provasse a fare i soldi in America, finirebbe in galera. Non che gli americani siano più scafati o più legalitari, ma s’incazzano di più quando s’accorgono che qualcuno li vuole fregare. E Renzi si farebbe scoprire subito anche lì. Innanzitutto perché non parla inglese. Lo simula. Come tutte le sue presunte competenze. È un modello obsoleto. Quello che gli americani chiamano One-Trick Pony.

Referendum: a un anno dal 4 dicembre 2016

di Domenico Gallo

È passato un anno da quel voto. Malgrado l’amarezza e le incertezze del tempo presente, il 4 dicembre 2016 rappresenta un tornante, una svolta nella storia della democrazia italiana. Abbiamo osservato, a suo tempo, che con questo referendum il popolo italiano ha compiuto un vero e proprio atto costituente. Precedenti a questo furono, l’insurrezione popolare del 25 aprile 1945, la scelta della Repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente il 2 e 3 giugno 1946, la bocciatura della riforma costituzionale imposta dal governo Berlusconi, il 25 e 26 giugno 2006.

Il 4 dicembre, in controtendenza rispetto ad ogni altra ricorrenza elettorale, gli italiani si sono recati in massa a votare, con un’affluenza alle urne del 65,47%. La riforma Renzi-Boschi è stata spazzata via con un risultato finale di 19.419.507 voti a favore del NO (pari al 59,1% dei votanti) e 13.432.208 a favore del SI (pari al 40,9%) alle urne.

Il responso è stato netto e definitivo, gli elettori ancora una volta hanno espresso fiducia nel modello di democrazia prefigurato dai padri costituenti e nei beni pubblici repubblicani che quel modello attribuiva al popolo italiano. Dopo quasi settant’anni dalla sua entrata in vigore il popolo, riconfermando la validità della Costituzione, ha impedito la trasformazione – già in atto – della Repubblica in una sorta di principato, sottoposto al protettorato dei poteri finanziari internazionali che avevano dettato la riforma al governo Renzi, manifestando la loro avversione per le Costituzioni antifasciste del dopoguerra.

In Lombardia votiamo no al selfie di Maroni

di Mario Agostinelli e Daniele Farina

In Catalogna succedono cose serie e drammaticamente allusive delle implicazioni dei percorsi identitari nella involuta fase europea e mondiale. In Lombardia e Veneto assai meno. Se si volesse seriamente discutere di poteri, di autonomie locali, bisognerebbe piuttosto farlo partendo da quegli enti chiamati comuni. Per ragioni storiche e fatti.

Con un esame piuttosto impietoso anche dell’ultima geniale abolizione delle province, con trasferimento presunto di parte delle competenze alle regioni e la creazione di evanescenti città metropolitane. Non guasterebbe anche, per una valutazione della bontà dell’idea, un esame del come le creature regionali hanno gestito nientemeno che la materia sanitaria e le relative risorse.

Là dove il diritto alla salute collassa e dove lo si autoproclama eccellente. Regnante Formigoni la “Lombardia dell’eccellenza” (e dei cadaveri del Santa Rita) aveva cominciato a proporre più di dieci anni fa, attraverso la formulazione del proprio statuto e la modifica degli articoli 115, 116, 117,

Catalogna, una crisi di sistema

di Joan Subirats

La tradizione politica vede nel conflitto il suo asse fondamentale. Di fatto, la democrazia è il sistema politico che ha assunto legittimità perché capace di garantire, in maniera pacifica, il confronto tra idee e interessi diversi, tra maggioranze e minoranze. In un sistema politico ragionevolmente organizzato, inteso come il quadro comune entro cui muoversi, la qualità della democrazia dipenderà dalla capacità di dissenso che è in grado di contenere senza recare danni alla convivenza civile. La questione si complica quando, per qualsiasi motivo, uno o più degli attori che operano in questo quadro di riferimento comune, non si sentono inclusi nel sistema, non sentono riconosciute le proprie differenze e non vedono opportunità di difendere le proprie idee e valori. E così finiscono per percepire come oppressiva e asfissiante quella che fino a poco prima era vista come un’arena condivisa.

La Spagna, dal suo consolidamento come Stato contemporaneo, ha attraversato diverse crisi di questo tipo. Ciò che adesso ci preoccupa non è quindi un fenomeno completamente nuovo. Anzi, è ripetitivo. Non sembra ragionevole pensare che questa sia solo una conseguenza della resilienza protestataria di una delle parti, piuttosto è bene pensare in termini di responsabilità condivise e di problemi interni alla concezione di base del sistema.

Non ci servono soluzioni o esperienze utilizzate in passato. Siamo ancora intrappolati negli schemi (westfaliani) del XIX e del XX secolo. E questi schemi servono sempre meno a manovrare nel grande scenario delle interdipendenze incrociate che caratterizzano la globalizzazione e il grande cambiamento tecnologico. Alcuni mesi fa, ricevendo il Premio Diario Madrid, la direttrice del Guardian, Katherine Winer, ha espresso il suo totale scetticismo sulle possibilità reali di una Brexit, e i fatti le stanno dando ragione.

Spagna-Catalogna: sempre più tesa la situazione intorno all’indipendenza

di Maurizio Matteuzzi

Spagna-Catalogna, una partita a ping pong con la pallina che è una bomba e i giocatori sempre più vicini al baratro. Martedì 10 ottobre era l’attesissimo, il tesissimo D-Day. Meglio l’I-Day: I come indipendenza. Il giorno in cui il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, doveva presentarsi al Parlament di Barcellona per proclamare, la nascita della “Repubblica catalana come Stato indipendente e sovrano”. Nata sull’onda del referendum dell’1 ottobre, inutilmente contrastato a colpi di manganello dal governo di Mariano Rajoy (Partido Popular, la destra più rancida erede del franchismo) e dalle altre forze spagnole e spagnoliste (“Madrid”), a cominciare dal re di Borbone, per finire alla “sinistra” istituzionale e monarchica (il PSOE di Pedro Sánchez) passando per la destra liberale e ripulita dalla corruzione irrefrenabile del PP (Ciudadanos di Albert Rivera).

Per il “blocco costituzionalista” PP-PSOE-C’s il problema catalano era – è – solo un problema di “legalità” (e di ordine pubblico) e non di “legittimità” e di “diritto all’autodeterminazione”, dal momento che la costituzione del ’78 (anch’essa erede diretta dei 40 anni di dittatura franco-fascista) non prevede il diritto alla secessione. Quindi i 2 milioni di sì del primo ottobre, sui 5.3 milioni di elettori catalani, sono troppo pochi per invocare per l’indipendenza.

Ma, a parte il fatto che i votanti e i sì sarebbero stati con ogni probabilità molti di più se le condizioni di quel giorno fossero state meno orribili di quelle che hanno rimandato inevitabilmente alle immagini indelebili della Santiago del Cile pinochettista degli anni ’80 e del G8 del 2001 a Genova, è chiaro come il sole che il problema catalano, con tutte le sue implicazioni in giro per l’Europa e per il mondo, è un problema politico.

Perché la Catalogna piace

di Valerio Romitelli

Statistiche da citare non ne ho, né forse non le si potrebbe ricavare da nessuna parte e ammetto pure di potermi sbagliare, tuttavia sui fatti di Catalogna ho una netta sensazione: che a livello di opinione mondiale prevalga comunque la simpatia. Dagli svariati media consultabili,leggibili o ascoltabili come dagli infiniti segnali che vengono dalla rete mi pare infatti chiaramente percepibile che nell’insieme dei discorsi e delle chiacchiere planetarie il vantaggio dei consensi – sia pur di misura – finisca per andare al referendum, anche prescindendo dai suoi più accesi sostenitori. Ora, trovo ciò qualcosa di niente affatto scontato, ma assai sorprendente. Perché?

Ma perché in questo modo si sono rivelate quanto mai deboli tutte le argomentazioni mobilitate per condannare la rivendicazione dell’indipendenza catalana, nonostante si tratti di argomentazioni non da poco, all’apparenza del tutto razionali e pertinenti. Difficile infatti assolvere questa rivendicazione dalle imputazioni rivoltegli contro da parte dei suoi detrattori: di essere anticostituzionale, di non avere delimitazioni e contorni definiti, di essere priva di qualsiasi chiara prospettiva geopolitica, di rappresentare anche alcune delle frange più esclusive e xenofobe dei residenti in quella regione spagnola, di funzionare come copertura della corruzione serpeggiante tra i suoi governanti, di non avere neanche ottenuto quel fragoroso successo tanto voluto dai suoi promotori e così via.

Riforma elettorale: due leggi e elementi incostituzionali, dove lavorare

di Alfiero Grandi

Noi rivendichiamo con forza il risultato del referendum del 4 dicembre 2016, che troppi stanno cercando di ignorare e di far dimenticare. Naturalmente la vittoria del No appartiene a tutti coloro che il 4 dicembre 2016 si sono pronunciati contro la deformazione della Costituzione fortemente voluta da Renzi. Quindi non è solo nostra, ma perfino di settori che in passato non si sono certo schierati a difesa della Costituzione, ma questo è un problema loro non nostro.

In questo ambito noi rivendichiamo di avere svolto un ruolo preciso, che riteniamo importante. Non solo siamo partiti per primi l’11 gennaio di un anno fa, proprio in questa sala, nella campagna per il No, ma soprattutto abbiamo lavorato per dare dignità, argomenti di merito e forza collettiva a quanti erano contrari alla deformazione della Costituzione ma erano frenati dal timore di entrare nell’orbita politica di altri.

Grazie a noi chi non si sentiva di centro destra e neppure dei 5 stelle, con cui pure abbiamo spesso collaborato nella campagna referendaria, è stato incoraggiato a dire un No forte e chiaro e questo ha contribuito a salvare la nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Questo lo rivendichiamo con forza. Renzi aveva ragione su un punto: c’era, e c’è, un rapporto inscindibile tra modifiche della Costituzione e legge elettorale (Italicum) da lui fortemente volute.