Cosa è (e cosa non è) il reddito minimo degli altri Paesi europei

di Giovanni Perazzoli, Stradeonline.it

Comprensibilmente il reddito minimo condizionato degli altri paesi europei suscita molta perplessità in Italia. È difficile orientarsi, anche perché il principio sembra cozzare con il senso comune. Come? Chi non lavora ha un reddito? Nonostante esistessero da lungo tempo, di questi strumenti non abbiamo saputo nulla, al massimo è sembrato che fossero cose da paesi scandinavi, paesi poco popolati, un po’ strani. Scoprire che la Francia è forse il paese con il welfare più generoso è troppo destabilizzante, si oppone al senso della realtà. Doveva succedere.

I populisti hanno approfittato, in direzione antieuropea, dell’ottusa difesa della politica italiana (a destra come a sinistra) del welfare corporativo e clientelare. Proverò qui a rispondere ad alcune domande, cercando di cogliere lo spirito di questo sistema. Partiamo dai nomi. I “redditi di cittadinanza” o i “redditi di inclusione” degli altri, Francia, Germania e Regno Unito, si chiamano: Revenu de solidarité active, Arbeitslosengeld II, Jobseekers allowance.

Alt! Ma è corretto l’uso di “reddito di cittadinanza” del M5s?

A molti è parsa, con buone ragioni, una denominazione ingannevole, perché allude a un welfare incondizionato; potrebbe però essere difesa così: se il revenu de solidarité active francese fa perno sul valore della “solidarietà”, quello del M5s fa perno sulla “cittadinanza”. Allo stesso modo, il Rei (Renzi-Gentiloni) fa perno sull'”inclusione”. Non mi fermerei sui nomi. Bisogna cercare di cogliere invece lo spirito di questi sistemi di welfare, se non si vuole prendere per buone le patacche.
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Sostegno al reddito: le tante – troppe – limitazioni del progetto dell’Emilia Romagna

Come minimo un reddito
Come minimo un reddito
della campagna Come minimo un reddito

Esprimiamo soddisfazione per le parole con cui l’assessore al Welfare della Regione Emilia Romagna ElisabettaGualmini apre a una collaborazione di tutti i soggetti interessati per la definizione della misura di sostegno al reddito che la Regione ha intenzione di rendere operativa a partire dal 2016.

Registriamo invece con preoccupazione le affermazioni con le quali dichiara che la misura sarà temporanea, che potrebbe essere rivolta solo a certe categorie di soggetti, come gli anziani e le famiglie con bambini, e che potrebbe andare a sostituire alcune spese sociali (rappresentando una partita di giro). Consapevoli della limitatezza dei fondi disponibili a livello regionale, e sostenitori convinti della necessità di lottare per istituire a livello nazionale una misura universalistica e incondizionata di sostegno al reddito, crediamo comunque che una misura discrezionale e troppo limitata nel tempo possa rivelarsi poco efficace anche come sperimentazione a livello locale.

La campagna Come minimo un reddito, grazie allo sforzo di varie realtà (Forum Welfare, AILES, ACT!, Naufragi, TILT Emilia Romagna, TILT Italia e Piazza Grande), ha già portato su questo tema alla costituzione di un intergruppo al quale hanno partecipato vari consiglieri regionali, di maggioranza e opposizione.
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Chiara Saraceno: “La povertà in Italia è una emergenza sociale. Ecco cosa fare”

Chiara Saraceno
Chiara Saraceno
di Ignazio Dessì

Il tema è pressante, anche se inspiegabilmente se ne parla poco. È stato Tito Boeri a lanciare l’ultimo allarme parlando del pericolo povertà che incombe in Italia su talune fasce di popolazione. Il presidente dell’Inps ha denunciato la mancanza di strumenti efficaci di sostegno e ha parlato di sperequazioni sociali, a livello pensionistico e occupazionale. Ha rilevato come di questo passo saranno soprattutto i giovani e coloro che perdono il lavoro dopo i 55 anni a incontrare difficoltà. Ma com’è davvero la situazione nel nostro Paese? Ne abbiamo parlato con Chiara Saraceno, una delle sociologhe italiane più note e apprezzate.

Professoressa, negli ultimi 8 anni la povertà in Italia è aumentata. Crede siamo vicini ad una vera emergenza sociale?

“Non siamo ‘vicini’, siamo già in una emergenza sociale, anche se i nostri politici sembrano non accorgersene, o comunque non la considerano una priorità. L’Italia è uno dei paesi in cui la povertà è aumentata di più durante la crisi. In particolare, dal 2008 al 2013 è raddoppiata la povertà assoluta, passando dal 4 a quasi l’8% della popolazione che non riesce a consumare un paniere di beni essenziali. Si è anche riallargato il divario tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno”.

Chi riguarda più precisamente tale emergenza? Il presidente dell’Inps fa riferimento a certe categorie e in particolare a chi perde il lavoro dopo i 55 anni.
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Reddito minimo garantito per tutti

Il reddito minimo? Ce lo chiede la Costituzione

di Giovanni Perazzoli, autore di Contro la miseria. Viaggio nell’Europa del nuovo welfare (Laterza, 2014)

Il reddito minimo è stato teorizzato dal liberale Beveridge, in Gran Bretagna, nel lontanissimo 1942, proprio nel contesto della ricerca della “piena occupazione”. Il reddito minimo garantito rende le società che lo adottano più dinamiche, e questo è un fattore essenziale per la generazione della ricchezza. Una rete di sicurezza aumenta la disponibilità d’impresa, incentiva la ricerca di un lavoro per il quale si è più tagliati (e dunque anche più “produttivi”), riduce la pressione del ricatto della povertà ad accontentarsi oppure a non far niente. Una società che crea ricchezza è una società ambiziosa e libera. Il welfare universalistico del lavoro, inoltre, costringe le stesse imprese ad essere competitive e a non utilizzare il ricatto dell’occupazione per sopravvivere al loro esser del tutto decotte.

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha recentemente affermato che introdurre in Italia una forma di reddito minimo garantito per i disoccupati sarebbe incostituzionale. Si è richiamato, per dimostrarlo, al primo articolo della Costituzione: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Ha poi aggiunto che una politica di sinistra crea lavoro e non è assistenzialista come lo sarebbe il “reddito di cittadinanza”.
Matteo Renzi è evidentemente mal consigliato. L’articolo 38, secondo comma, della Costituzione italiana recita, infatti: “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”. La garanzia di un reddito minimo nel caso di disoccupazione involontaria non è incostituzionale, ad esserlo è, caso mai, la sua assenza: che non ci sia un reddito minimo è incostituzionale.
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Foto di Monica Arellano

Movimenti e associazioni per il reddito minimo garantito. Parte la campagna per una legge di iniziativa popolare

di Maria Chiara Patuelli, coordinatrice Forum Welfare Sel Bologna

L’Italia e la Grecia sono gli unici paesi europei ad essere totalmente privi di una misura di integrazione al reddito per le persone in situazione di povertà. Questa assenza, segno di un sistema di welfare che non ha il riequilibrio delle disuguaglianze economiche tra le sue priorità, è particolarmente grave in una situazione di crescente impoverimento.

Nel 2011 l’11% della popolazione italiana (oltre 8 milioni di persone), era sotto la soglia di povertà relativa, con una soglia fissata a 1.011,03 euro di spesa disponibile mensilmente per una famiglia di due componenti (dati Istat). I bambini sono tra i più poveri in Italia: il 27,8% delle famiglie con 3 figli minori è in situazione di povertà. La media è più alta anche tra gli anziani, tra chi ha titoli di studio bassi e tra gli operai.

Il sistema di welfare italiano è noto per essere tra i meno efficaci a livello europeo per il contrasto alle disuguaglianze: la spesa sociale pro-capite è nella media, ma incide molto meno sulla riduzione della povertà. La causa principale di questa asimmetria è la sproporzione nella spesa per il welfare del nostro paese, che è molto sbilanciata a favore della spesa per le pensioni (che riproducono le disuguaglianze nel reddito della vita lavorativa).
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