Migranti e fascismo, il M5S è sempre più a destra

di Paolo Flores d’Arcais

Oltre cinque mesi fa scrivevo: “il Movimento 5 stelle deve scegliere: tra destra e sinistra. Non nel senso dei partiti e delle forze organizzate che vengono presentate con queste etichette, sia chiaro, poiché anzi uno dei due motori del rapido, dilagante, tenace affermarsi elettorale del movimento è aver dichiarato che “destra e sinistra sono tutti eguali, noi siamo oltre” (l’altro motore è l’alternativa alla Casta, imponendo un tetto di due mandati rappresentativi e uno stipendio da cittadino medio ai deputati).

Ma certamente nel senso dei valori, degli interessi, dei grandi orientamenti programmatici, poiché quell’antica contrapposizione (giustizia e libertà contro oligarchia e privilegio) diventa anzi più stringente – etica e perfino “antropologica” – proprio col tramonto delle ideologie dominanti nel secolo scorso”.

Da allora nel M5S è stato tutto un rincorrere il lepenismo (in Italia il salvinismo-melonismo). Sui migranti, ma qui il salvinismo-melonismo è diventata l’ideologia ufficiale del PD, alias PDR Partito Di Renzi. E sulle radici storiche e simboliche, cruciali nel determinare un’identità: Di Maio che arriva all’oscenità di infangare Berlinguer mettendogli accanto il fucilatore repubblichino Almirante, e oggi il movimento di Grillo e Casaleggio jr. che rifiuta di sostenere una legge in realtà moderata contro l’apologia di fascismo (reato già esistente ma rottamato da vergognosi distinguo e menefreghismi, è il caso di dirlo).
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Fattispecie di reato: la tortura

di Armando Lancellotti

Tra pochi giorni, a fine giugno, la legge sull’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento penale italiano arriverà a Montecitorio, per concludere, forse, l’iter di approvazione parlamentare. Si potrebbe pensare che stia per essere scritta una pagina positiva della storia legislativa e politica del nostro paese, ma la realtà delle cose è ben diversa e per almeno due grandi ordini di ragioni: innanzi tutto perché il ritardo con cui il codice penale italiano riconosce la fattispecie del reato di tortura è a dir poco epocale, visto che la stessa Italia ratificò la Convenzione internazionale contro la tortura (Onu, 1984) nel gennaio 1988, insomma una trentina di anni fa; in secondo luogo perché il testo approvato al Senato il 17 maggio scorso è talmente rabberciato e contraddittorio da tradire lo spirito stesso di una legge che dovrebbe in modo netto e senza equivoci riconoscere la tortura come fattispecie di reato e delle peggiori.

Un “tradimento” che lo stesso Luigi Manconi, che nel maggio del 2013 aveva presentato il progetto di legge in qualità di presidente della commissione parlamentare sui diritti umani, non ha esitato a definire inaccettabile, avanzando le stesse critiche e perplessità espresse da associazioni quali Amnesty International ed Antigone o dalle vittime della tortura di Stato italiana e dai parenti delle stesse. Vittime, che nel paese dei fatti di Genova 2001, di Cucchi e di Aldrovandi tra gli altri, sono numerose e ancora in attesa (vana) che venga fatto un minimo di giustizia e venga loro restituita quella dignità di uomini e cittadini che è stata a loro negata dai violenti abusi di potere di uomini dello Stato, dell’arbitrio dei quali sono caduti in balia.

Il testo della legge, se verrà approvato in via definitiva, sembra fatto apposta per restringere il campo dell’applicabilità della medesima e per mantenere ampio invece quello dell’impunità delle forze dell’ordine, per introdurre attenuanti, nonché elementi di discrezionalità ed ostacoli di vario genere all’applicazione della fattispecie penale.
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La brutta figura dell’Italia in grave ritardo sul reato di tortura

di Dacia Maraini

È sconcertante che ancora oggi si debba parlare di tortura in sede istituzionale. È dal 1987 che in Europa è entrata in vigore una Convenzione per prevenire la tortura. La convenzione è stata ratificata da 47 Stati europei. In Italia si è aspettato l’ottobre del 2012 per sottoscriverla, ma ancora nel 2016 non è stata ratificata. Quindi da noi non esiste ancora un reato di tortura.

Mi chiedo: si tratta della solita negligenza nostrana, dei soliti ritardi per gineprai burocratici o c’è ancora una parte del Paese, o della classe dirigente del Paese che ritiene la tortura un metodo efficace per estorcere confessioni? A guardare la faccia devastata di Stefano Cucchi morto misteriosamente in mano a polizia e medici, si direbbe di sì.

Già Voltaire nel 1769 scriveva: «La tortura è uno strano modo di interrogare gli uomini. Tutto fa supporre che questa parte delle nostra legislazione debba la sua prima origine a qualche brigante di strada. La maggior parte di questi signori hanno ancora l’usanza di schiacciare i pollici, di bruciare i piedi e imporre altri tormenti a chi rifiutava di dire loro dove aveva nascosto il denaro».

Giustamente Voltaire mette in luce l’aspetto predatorio della tortura. Beccaria a sua volta ha spiegato bene che la tortura serve solo a fare dire ai torturati quello che vogliono i torturatori. E allora quale sarebbe il suo scopo? Prima di tutto umiliare, degradare, asservire la persona molesta che si vuole controllare e dominare. È per questo che l’Europa (a furia di dire male dell’Europa dimentichiamo alcune buone regole che si è imposta fin dal principio) ha proibito la tortura.
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Tortura - Foto di Todosnuestrosmuertos

Tortura: una legge sbagliata, manca il reato specifico del pubblico ufficiale

di Lorenzo Guadagnucci

Il Senato ha approvato una legge sulla tortura. Detta così verrebbe da sospirare: finalmente. E invece siamo di fronte a una legge profondamente sbagliata se la sua finalità dev’essere – come dev’essere – la prevenzione di ulteriori abusi rispetto a quelli – troppi – commessi e documentati neggli ultimi anni.

Il testo passato al Senato pecca soprattutto in un punto, laddove definisce la tortura come reato generico e non come reato specifico del pubblico ufficiale. È una differenza sostanziale, perché svuota l’effetto deterrente che una legge del genere deve avere. Gli agenti devono sapere che l’abuso sui detenuti o su persone momentaneamente provate delle libertà è un reato odioso e insopportabile per chi veste una divisa e rappresenta lo stato. Non un reato qualunque con una semplice aggravante se commesso da un agente.

Altro elemento inaccettabile, la correzione introdotta rispetto al testo originario del senatore Luigi Manconi, con l’indicazione che si parla di tortura solo quando si riscontrino “più atti di violenza o minaccia” (emendati dall’Aula in “con violenze o minacce gravi”). Una formulazione che ricalca l’emendamento leghista che alcuni anni fa fece scandalo e condusse il parlamento ad accantonare la legge. Oggi questo dettaglio, cioè il fatto che in caso di violenza o minaccia singola non si possa parlare di tortura, passa inosservato. Miracolo delle larghe intese (che in questo caso si estende a Sel e 5 Stelle visto il loro assenso e il loro silenzio).
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