Convegnistica sportiva: quanta distanza dalla realtà scolastica

di Silvia R. Lolli Roma 24 e 25 gennaio 2020 fra le iniziative della Corsa di Miguel, FIDAL e UISP oltre alla stessa Corsa di Miguel organizzano il convegno internazionale sull’educazione fisica e sportiva dal titolo: “Se la scuola si mette a correre”, al Foro Italico. Roma 25 gennaio 2020 organizzazione del convegno della CISM […]

Buonanotte, signor Mao

di Silvia Napoli

Un titolo allusivo e tutto da sciogliere, ci introduce nel mondo erratico di Gabriele Battaglia, certamente talentuoso giornalista free lance, autore ugualmente freelance della propria stessa biografia che intravediamo come in filigrana attraverso i molteplici incontri che la costellano. Un reporter che ha quasi l’aria di essere li per caso e invece è mosso da intenzioni ben precise che ci vengono dichiarate da subito, nella amara ricostruzione dei fatti di Genova che fanno da prologo al libro.

Dunque un reporter con un passato, dal quale fuggire per provare a capire di più e che rimane come in certi romanzi americani invischiato nella stessa materia della sua investigazione: il volto bifronte della globalizzazione, nei suoi aspetti più contraddittori e meno indagati. Un tema di fondo che forse non si erano dati con queste caratteristiche, tutti gli autori antecedenti e anche recenti di saggistica, reportage e fiction di viaggi che vi possono venire in mente, italiani o stranieri e che, specialmente e anche con grande successo si sono dedicati e dedicate all’Estremo Oriente.

Il volume esce per Milieu edizioni, piccola casa editrice indipendente e agguerrita con una mission curiosa da declinare, quella di gettare uno sguardo su devianze e marginalità per recuperare, si direbbe, un certo romantico ribellismo cosi difficile da rintracciare se non in certi gialli marsigliesi o di Carlotto, a fronte di un panorama sociopolitico attuale che ha come skyline una guerra per scaramucce tra bande telematiche.
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Rimini, lavoro sfruttato

A settembre calano disoccupazione e tasso di disoccupazione: ma è proprio vero?

di Andrea Fumagalli

Alla pubblicazione dei dati Istat sull’occupazione relativi al mese di settembre, il governo Renzi ci ha già inondato e ancora ci inonderà di tweet sulla straordinaria efficacia della sua politica economica e sui mirabolanti risultati del Jobs Act. E la stampa “di regime”, dall’Unità al Corriere della Sera, passando per La Repubblica e le televisioni di Stato, non farà fatica ad accodarsi.

Che la statistica debba essere presa con le molle ce lo diceva già Trilussa qualche tempo fa (ricordate la media del pollo?), prima ancora che ci fossero censimenti e rilevazioni campionarie. E soprattutto prima ancora che le variabili economiche da quantificare e da stimare fossero definite ad hoc.

Per rimanere al tema della nota, prendiamo la definizione di disoccupato: lo è colui o colei che dichiara di aver effettuato almeno una azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane precedenti alla data della rilevazioni statistica. È invece occupato colui o colei che ha più di 15 e meno di 64 anni e che ha svolto almeno “un’ora” in un’attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, oppure ha svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare. Si noti il suggestivo riferimento al “corrispettivo in natura” in tempi di crescente lavoro gratuito…

Chi, invece, non risulta nella fascia di età 15-64 anni, né disoccupato/a né occupato/a, automaticamente viene definito inattivo. Gli inattivi sono dunque coloro che non hanno bisogno di lavorare. Ma è proprio così, come appare a un’analisi volutamente molto superficiale?
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Lose-lose situation: il cinema di Zalone e il racconto della realtà

Spider Funk - Foto di Luca Rossato
Spider Funk - Foto di Luca Rossato
di Giuseppe Scandurra

Un lunedì di due settimane fa, approfittando della presenza dei nonni, io e la mia compagna siamo usciti per andare insieme (finalmente) al cinema. Per l’occasione, Manuela, la mia compagna, mi ha imposto una sola condizione (da quando è mamma imporre condizioni è il suo modo di comunicare un evento felice): “Vado al cinema pochissime volte, quindi scegliamo un film che possa ricordarmi con piacere fino al prossimo lieto evento”. La scelta andò in direzione della copia restaurata in 3d dalla Cineteca di Bologna de “Il Gattopardo” (scelta che andava oltre Visconti: la piazza dove è sita la Cineteca ricorda a livello urbanistico quando il capoluogo emiliano giocava ad essere il contesto più berlinese in mezzo a un Paese ancora proibizionista e papalino; la sola differenza con l’oggi è che Bologna è proibizionista e papalina come tutte le altre città del Paese).

Ritardando l’uscita nella volontà di salutare i due bambini al meglio possibile (un tripudio di baci e abbracci come nemmeno fossimo andati a fare una passeggiata nel centro di Aleppo) siamo stati costretti a cambiare programma. In macchina ci colleghiamo (come nelle peggiori serie d’azione nordamericane) a “Mymovies” per vedere quali altri film sono in programmazione nella prima serata (1 e 1/2 visto l’orario). Su venti sale diciotto proiettano Checco Zalone, ovvero “Sole a catinelle”. Ci guardiamo, oramai impossibilitati a fare marcia indietro poiché sospinti da un principio snobistico e ideologico (due comunisti in libera uscita non possono perdere l’attimo).
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