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Migranti: storia di un fenomeno rimosso

di Luca Cangianti

Accanto ai grafici, alle percentuali, ai titoli di giornale, ai testi di legge e alle circolari ministeriali che affrontano il fenomeno dell’immigrazione straniera in Italia, se guardiamo bene, in trasparenza vediamo il volto di un uomo. Ha trent’anni, il capo appoggiato su una mano e il sorriso malinconico. Il suo nome è Jerry Masslo. Suo padre fu ucciso dal Sudafrica dell’apartheid e così sua figlia di sette anni.

Arrivato in Italia gli fu negato l’asilo politico confinandolo in un limbo giuridico di estrema vulnerabilità: al tempo questo diritto era riservato solo a chi fuggiva dai paesi realsocialisti. Il 24 agosto 1989 quattro rapinatori italiani fecero irruzione nella baracca dove alloggiava insieme ad altri lavoratori agricoli. Volevano i soldi che avevano guadagnato con la raccolta dei pomodori. Spararono e uccisero Jerry Masslo.

La Storia dell’immigrazione straniera in Italia di Michele Colucci è un libro che rispetta nell’estetica e nella sostanza gli ideali scientifici dando conto dettagliatamente di fonti e rimandi bibliografici. Tuttavia, a differenza di molti altri studi analoghi, può esser letto con piacere anche da chi non sia obbligato a navigare nel gorgo accademico del publish or perish. L’oggetto dello studio è indagato con empatia, senza nulla togliere alla rigorosità dell’analisi.

Vienna: bambini nemici, un treno per salvarli

di Gianluca Gabrielli, storico e insegnante di scuola primaria

E chi se la ricorda questa storia? Dai, è passato un secolo! Eppure vale la pena raccontarla, tirarla fuori dai vecchi cassetti. Ascoltala, vedrai che parla anche di noi, di quello che potremmo voler essere. In fondo siamo noi, volenti o nolenti, a scegliere il nostro passato.

1919

Sono gli ultimi giorni di dicembre. Da Bologna e da Milano partono due treni carichi di viveri e capi di abbigliamento. Ci sono anche le maestre, “vigilatrici”. Sono stati organizzati dalle giunte comunali socialiste di varie città italiane e dalle associazioni operaie. Vanno a Vienna, la capitale dello Stato nemico per eccellenza, dell’esercito al di là delle trincee. Vanno là a prendere bambini, il treno dell’Emilia Romagna ne prenderà oltre seicento.

Non è una deportazione, li prendono per salvarli, perché rischiano di morire di fame e di freddo. Sono i sindaci e assessori socialisti di Bologna, Milano, Ravenna, Reggio Emilia e altre città che si sono accordati con il nuovo borgomastro socialdemocratico di Vienna: accoglieranno i bambini e le bambine per la durata dell’inverno, perché a Vienna è finito il carbone e manca il cibo, i bambini pesano un terzo di quello che dovrebbero pesare e il dopoguerra è un inferno.

L’eredità politica della tentata strage di Macerata

di Luigi Ambrosio

L’eredità politica della tentata strage razzista di Macerata è il definitivo sdoganamento della violenza basata sull’odio di razza in Italia. Da quel sabato mattina, era il 3 febbraio, sono accadute due cose. La prima: un mese dopo gli spari la Lega, il partito cui lo sparatore Luca Traini apparteneva, è esplosa nel consenso a Macerata, nelle Marche, e in tutto il Paese.

Non si può stabilire con scientifica certezza che gli spari abbiano gonfiato le urne, senza dubbio però si può affermare che gli spari non le hanno sgonfiate. Un elettore su 5 a Macerata ha messo la croce sul simbolo del partito cui lo stragista apparteneva e il cui leader, Salvini, nelle ore successive alla tentata strage affermò: “Una immigrazione incontrollata e finanziata porta allo scontro”.

La seconda: le aggressioni fisiche agli stranieri sono aumentate, avvengono alla luce del sole e in più di un’occasione chi ha usato magari carabine o fucini a pallini per prendere di mira gli immigrati ha minimizzato, ha parlato del suo gesto come se si fosse trattato di una specie di gioco. Gli italiani, abbandonata la retorica del popolo di “brava gente”, hanno iniziato a mostrare un volto feroce. La responsabilità principale è degli imprenditori dell’odio, a cominciare da Matteo Salvini, e di coloro che lo assecondano dimostrando di essere permeabili alla sua predicazione, come gli alleati di governo pentastellati.

Duemila Diciotti: anatomia di un Paese razzista

di Alessandra Daniele

Dopo aver ossequiato le peggiori dittature, e spacciato le peggiori razzie neocoloniali per missioni umanitarie, l’ONU è un pessimo pulpito dal quale predicare. E l’Unione Europea non è certo migliore. L’Italia però è davvero un paese razzista. Abbastanza da tributare il 33% delle intenzioni di voto a un ministro dell’Interno che finora non ha fatto nient’altro che declamare proclami razzisti al suo smartphone.

Dopo la copertina di Time e l’intervista della BBC, dovrebbe ormai essere chiaro a tutti quanto Matteo Salvini stia a cuore ai media che lo hanno creato, anche perché oggi è esattamente quello che serve all’establishment come spauracchio contro cui cercare di mobilitare un Fronte Europeista in realtà non migliore di lui.

In Italia da anni praticamente tutti i media e tutti i partiti, compresi quelli che adesso si fingono scandalizzati, ripetono ossessivamente agli italiani che il loro paese sarebbe più sicuro, più ricco, più civile senza immigrati, dando a loro – il 7% della popolazione – la colpa di tutto, persino del crollo dei ponti, delle sconfitte della Nazionale di calcio, delle malattie trasmesse dall’aria condizionata.

Sfruttando il degrado delle periferie-ghetto causato da un modello di “accoglienza” classista e criminogeno, e facendo leva sui peggiori istinti atavici del paese che ha inventato il Fascismo, la propaganda ha avuto ancora una volta pieno successo nel dirottare sul capro espiatorio di turno tutta la rabbia popolare causata dalla finanza globalista che continua a depredare sistematicamente le classi più deboli.

L’attuale dialettica fra razzismo istituzionale e razzismo popolare. Forse la storia può insegnarci qualcosa…

di Annamaria Rivera

La vicenda degli ostaggi sequestrati sulla nave “U. Diciotti” della Guardia costiera italiana, l’incontro ufficiale, a Milano, tra Salvini e Orbán (che lo ha definito “il mio eroe”), il tono sprezzante verso la magistratura col quale il primo ha commentato la notizia della sua incriminazione per sequestro di persona a scopo di coazione e per altri reati affini: tutto ciò configura in maniera esemplare la vocazione eversiva che caratterizza il governo fascio-stellato, in primis il suo ministro dell’Interno. Diciamo eversiva in senso proprio, cioè tendente a violare e stravolgere elementi basilari della Costituzione e del diritto internazionale.

Che questo disegno eversivo assuma caratteri rozzi, sguaiati, farseschi non deve trarre in inganno: in non pochi casi storici le svolte autoritarie, fino ai totalitarismi, sono state sottovalutate anche perché si manifestavano con stile di tal genere, quello che, in realtà, ne permise l’adesione di massa.

Della vicenda della “U. Diciotti”, ampiamente descritta e analizzata da altr*, mi soffermerò su un solo “dettaglio”, emblematico e rivelatore. La decisione di deportare verso l’Albania venti dei centosettantasette profughi sequestrati, oltre che violare, anch’essa, la Costituzione e il diritto internazionale, non ha altro senso se non quello squisitamente e grottescamente propagandistico.

Guido Barbujani: “Le razze non esistono, esiste il razzismo”

di Radio Popolare

Il genetista di fama mondiale Guido Barbujani, professore all’Università di Ferrara, ha presentato al Festival della Letteratura di Mantova il suo ultimo lavoro Il giro del mondo in sei milioni di anni (Il Mulino). A Radio Popolare ha spiegato che da quando siamo scesi dagli alberi e abbiamo iniziato a camminare sulla terra non ci siamo più fermati.

La storia umana è fatta di un nomadismo ancestrale innegabile e fondativo, ma la lente razziale ci ha impedito per secoli di capire chi siamo. Ora, però, che sappiamo inequivocabilmente che le razze biologiche non esistono, dobbiamo sconfiggere il razzismo, la negazione dei diritti a uomini e donne discriminati da ignoranza e pregiudizi. L’intervista di Claudio Jampaglia a Giorni Migliori.

È un tentativo di raccontare le migrazioni dell’umanità, a partire dalla prima. Quando parliamo di umanità è difficile mettersi d’accordo su quale sia il punto di inizio. La vita sulla Terra ha 4 miliardi di anni, dove troviamo il punto di inizio della storia? Noi l’abbiamo trovato nel momento in cui i nostri antenati si sono separati dagli antenati degli scimpanzé.

Il Manifesto degli scienziati razzisti, l’alibi della scienza per le leggi razziali

di Maria Mantello

Il 15 luglio 1938, il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della razza, faceva il suo pubblico esordio su Il Giornale d’Italia, che lo pubblicava anonimo in prima pagina sotto il titolo: Il fascismo e i problemi della razza, con questa introduzione: «Un gruppo di studiosi fascisti, docenti delle Università italiane e sotto l’egida del Ministero della cultura popolare ha fissato nei seguenti termini quella che è la posizione del fascismo nei confronti dei problemi della razza».

A seguire il testo, che dopo avere inanellato una sequela di corbellerie anche storiche sull’incontaminata stirpe italica, arrivava a proclamare l’esistenza di «una pura razza italiana». Pertanto continuava: «è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti», ed è necessario «additare agli italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca da tutte le razze extra europee, questo vuol dire elevare l’italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità».

E subito dopo si enunciava che «gli ebrei non appartengono alla razza italiana», inneggiando al divieto di matrimoni misti, perché altrimenti «il carattere puramente europeo degli italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani». Gli ebrei rappresentavano meno dell’1/1000 dell’intera popolazione, ma la “questione ebraica” fu elevata a dovere supremo dell’Italia fascista.

Censimento rom, se il ministro dell’Interno ignora le leggi

di Giulia Albanese, Mauro Barberis, Elena Bovo, Giuseppe Campesi, Carlo Spartaco Capogreco, Benedetta Carnaghi, Giuseppe Carnaghi, Fulvio Cortese, Francesco Paolo De Ceglia, Ernesto De Cristofaro, Claudio Fava, Marzia Finocchiaro, Antonio Fisichella, Francesco Germinario, Carlo Ginzburg, Elisabetta Grande, Adriana Laudani, Marco Lenci, Simon Levis Sullam, Giovanni Messina, Francesco Migliorino, Silvano Montaldo, Guido Neppi Modona, Antonio Pioletti, Fabio Repici, Isaia Sales, Attilio Scuderi, Domenico Simone, Giuseppe Strazzulla, Domenico Tambasco, Xavier Tabet, Maria Sole Testuzza

La politica, non solo in Italia, evita di interrogarsi su molte delle più complesse questioni sociali in chiave storica. Anche quando l’appello alla storia, lo si è affermato persino con riferimento alla profonda crisi economica che ha attraversato il Mondo nell’ultimo decennio, potrebbe fornire utili chiavi di lettura e soluzioni, se non definitive, quanto meno non improvvisate.

La storia, certamente in Italia, non fa parte della cassetta degli attrezzi delle classi dirigenti e c’è da chiedersi se, dopo il massiccio drenaggio di risorse che ha colpito la scuola e l’università, continuerà a far parte del bagaglio dell’opinione pubblica, dal cui giudizio dipendono, non solo le carriere dei governanti, ma la possibilità che essi hanno di assolvere al loro compito sentendosi realmente oggetto di giudizi lucidi e rigorosi.

Non si può, pertanto, commentare con sorpresa la dichiarazione del ministro dell’Interno italiano, onorevole Salvini, del 18 giugno 2018 secondo cui sarebbe opportuno sottoporre la popolazione Rom presente in Italia a un vasto censimento. In modo da poter poi espellere tutti coloro che dovessero risultare “irregolari”.

Come si diventa nazisti (senza accorgersene)

di Luciano Gallino

Tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, nella cittadina tedesca di cui parla questo libro (chiamata Thalburg dall’autore, in realtà Nordheim nello Hannover), si svolge di giorno in giorno un animato gioco collettivo la cui posta, senza che la maggior parte dei partecipanti se ne renda conto, è la democrazia. Sullo sfondo d’una situazione economica e sociale per più versi minacciosa agiscono parecchi attori, che hanno propositi diversi o contrapposti, modi differenti di interpretare la situazione, mezzi dissimili per agire. Alla fine vi sono vincitori trionfanti e vinti umiliati, la situazione sociale ed economica appare profondamente trasformata, e la democrazia è morta.

Nello stesso periodo, come sappiamo, un confronto analogo si stava svolgendo in tutta la Germania, e analogo ne fu l’esito. I suoi sviluppi sono stati analizzati da una letteratura storica e socio logica ormai imponente, ma in gran parte di questa gli attori di cui son state studiate le mosse sono cancellieri e ministri, capipartito e dirigenti dei massimi sindacati, forze armate e associazioni industriali nazionali. La scena è l’intero Paese, e le date e i luoghi sono per lo più un campione frammentato, e incontrollabile per l’immaginazione, tratto da duemila giorni – quanti durò all’incirca l’agonia della democrazia in Germania – e da dieci o ventimila città e paesi.

No-stop elettorale sulla pelle dei migranti

di Vincenzo Vita

Una domenica bestiale, quella passata. Tanto per la vicenda della nave Aquarius, in cui si è appalesata la smania fascistoide dei leghisti, quanto per la clamorosa scorrettezza in tema di comunicazione politica.

I fini dicitori obietteranno che le disposizioni della «par condicio», essendo stata quella dello scorso 10 giugno una consultazione parziale al di sotto del 25% della popolazione complessiva, si applicavano solo sul piano locale, esentando le trasmissioni nazionali. Tuttavia, la delicatezza della stagione istituzionale in corso e il dramma dei profughi avrebbero richiesto un’attenzione particolare.

Non c’è stata, né da parte delle emittenti né dal versante dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni cui pure spetterebbero compiti di vigilanza permanente. Non solo gli esponenti politici, a cominciare da Salvini e Di Maio, hanno impunemente scorrazzato tra un programma e l’altro, ma sono stati lungamente intervistati e accolti in pompa magna nei talk. Domenica le urne erano aperte e buona creanza avrebbe voluto che il silenzio elettorale venisse rispettato non solo nei confini territoriali, bensì pure nell’offerta generalista. E fa specie che non ci si sia neppure pensato.