Il ’68, questo anno formidabile e indimenticabile

di Silvia Napoli

Di celebrazione in celebrazione, sarà l’euforia enciclopedista del nuovo già stanco millennio, forse per ora il meno lungimirante della Storia, siamo arrivati al turno del ’68, espressione sempre vaga nei termini cronologici, quanto precisamente evocativa in termini di spirito dei tempi. Evocativa di un mood o modo di essere in primis, la famosa attitudine ribelle, diffusa allora su scala planetaria e per ora senza repliche annunciate.

Forse per questo, ci si approccia a tutte le molteplici esposizioni di feticci e memorabilia e testimonianze sull’arco temporale che va dai tardi anni ’60 ai primi Settanta con due prevalenti atteggiamenti: quello del bimbo nella stanza delle meraviglie o quello del pellegrino colpito da timore reverenziale e fideistico per ciò che oggi si configura come sorta di mistero o prodigio.

Difficile stilare un elenco ragionato e selettivo delle tante iniziative più o meno azzeccate, talvolta riflessive, talvolta scanzonate che si sono susseguite e continuano a farlo in questo scorcio di anno, un po’ in tutta Italia. In qualche modo, più o meno generate da padri nobili che siano, più o meno polifoniche che risultino, sono infatti inabilitate ad essere esaustive nella rappresentazione di tanta ricchezza di stimoli e di scambi e contaminazioni globali, non globalizzati, attenzione, che si produssero allora.
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Crisi e sindacato

In difesa della democrazia sindacale

di Umberto Romagnoli

Il dato caratteristico dell’ultimo periodo della storia sindacale è la crescita della conflittualità non tanto tra sindacati confederali quanto piuttosto che tra lavoratori e imprese. Senza il trauma che ne è seguito è assai probabile che l’autonomia contrattuale delle Confederazioni avrebbe continuato a sonnecchiare. Infatti, il risveglio è dovuto al maturarsi dell’idea che fosse consigliabile creare le condizioni normative al verificarsi delle quali il conflitto endo-sindacale non è più legittimo.

Anche se è scontato che tale evento abbia una pesante ricaduta sullo stesso diritto di sciopero. Ovviamente, si è liberi di seguitare a pensare che la sua titolarità individuale sia, come amava dire Gino Giugni, “un dogma fondato sulla ragione”. Tuttavia, è evidente che, in presenza dell’obbligo imposto anche ai sindacati dissenzienti di garantire l’esigibilità dei contratti, con lo sciopero i singoli lavoratori agiscono non solo contro la parte datoriale, ma anche contro i propri rappresentanti sindacali. E ciò costituisce un fattore frenante dello spontaneismo della protesta collettiva, ancorché giusta.

Quello sommariamente descritto è il contesto che segna l’orizzonte di senso gli accordi firmati tra il 2011 e il 2014 1 ed è al suo interno che essi vanno valutati. Nel dopo-costituzione, le parti sociali hanno riconosciuto – ciascuna per distinti (ma convergenti) motivi – la convenienza di comportarsi come se quello sindacale fosse o potesse diventare un ordinamento auto-sufficiente, originario e sovrano; una convenienza che a poco a poco ha dato origine ad una superba concezione di se stesse e del loro ruolo. Se analizzati da questa angolatura culturale, gli accordi non introducono discontinuità.
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Fiat - Foto di Martin Abegglen

Rappresentanza: un’imposizione in fabbrica che porta a sanzioni. Il caso Fiat

di Ciro d’Alessio

Un giorno in azienda il padrone convoca la Rsu e comunica che “al fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale dell’impresa”, ha bisogno di modificare “la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro”.

Ciò significa che può aumentare ritmi delle linee di montaggio, aumentare l’orario di lavoro giornaliero o tagliare le paure e spostare la mensa a fine turno. Ci ritroveremo in breve tempo con una fabbrica completamente riorganizzata, con gravi ricadute sulle condizioni materiali dei lavoratori e con seri rischi per la sicurezza degli stessi.

Ora mettiamo il caso che dopo una settimana o due un gruppo di lavoratori chiama la Rsu di fabbrica per denunciare i carichi eccessivi a cui sono sottoposti chiedendogli di intervenire perché la vita in fabbrica è diventata insostenibile. La Rsu chiederà ed otterrà un incontro con l’azienda nel corso del quale denuncerà le ricadute negative che la riorganizzazione del lavoro ha portato sulle linee.

La risposta dell’azienda sarà senza batter ciglio che lei altro non sta facendo che applicare la terza parte del testo unico sulla rappresentanza: titolarità ed efficacia della contrattazione collettiva nazionale di categoria e aziendale. A questo punto dinanzi al rifiuto dell’azienda la Rsu per far valere le ragioni dei lavoratori che rappresenta può solo scioperare, cercando mediante il conflitto di migliorare le condizioni dei lavoratori.
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Referendum sulla rappresentanza: è online il numero monografico di Imec, il periodico della Fiom

È scaricabile in versione integrale l’ultimo numero di Imec, il periodico della Fiom. Si tratta di un numero monografico interamente dedicato al tema del referendum sulla rappresentanza, tema di cui si è parlato in particolare con questi articoli: Rinaldini: la gravità dell’accordo del 10 gennaio e le sue ripercussioni Gianni Rinaldini e Bruno Papignani: verso […]

Crisi e sindacato

Rappresentanza: un accordo non fa primavera

di Umberto Romagnoli, giuslavorista

Confesso che non ci credevo più. Non credevo che il contratto nazionale potesse risollevarsi e, come Lazzaro, riprendere a camminare. Mi aveva spinto a rassegnarmi l’intonazione della formula adottata nell’art. 8 del decreto governativo (poi convertito in legge) del 13 agosto 2011; un’intonazione che mi sembrò subito di poter definire gladiatoria in ragione tanto della latitudine della derogabilità degli standard protettivi, da quelli fissati nei contratti nazionali a quelli legislativi, ad opera della contrattazione collettiva di prossimità quanto dell’estremizzazione dalla logica economicistica.

Ma ciò che mi aveva più impressionato era il fatto che la radicalizzazione di un corporativismo esasperatamente aziendalizzato, in una con l’indebolimento del ruolo del contratto nazionale e, in prospettiva, la balcanizzazione delle relazioni sindacali, assumesse come modello di riferimento l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011. Per 3/4 questa intesa riguardava la contrattazione aziendale (soggetti ed efficacia) e ne enfatizzava la centralità nella misura in cui le attribuiva la potestà di derogare alla contrattazione nazionale anche se ivi non prevista.

Da tempo, insomma, con una risolutezza che non ha precedenti, parti sociali e legislatore mandavano segnali di convergenza sulla necessità di emancipare il decentramento contrattuale da vincoli e limiti predeterminati. Si direbbe pertanto che, col protocollo d’intesa del 31 maggio di quest’anno, le parti sociali abbiano inteso rimediare all’evidente rachitismo della regolazione del contratto nazionale di lavoro: mentre le 14 righe del punto 1 dell’accordo di due anni fa contenevano poco più di un annuncio del proposito di fissare in maniera certa e trasparente i criteri di legittimazione della partnership contrattuale a livello nazionale, il protocollo dedica al medesimo tema un’attenzione che smentisce la sensazione che mi ha accompagnato negli ultimi tempi, e cioè che questa figura di contratto collettivo avesse i giorni contati. I 2/3 del nuovo testo hanno infatti la proprietà dei regolamenti esecutivi di principi che, enunciati in astratto, hanno bisogno di analitiche norme d’attuazione. Che adesso finalmente sono arrivate.
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