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Massimo Abbatangelo: vitalizio al camerata che teneva il tritolo

di Riccardo Lenzi

Come è noto il portale web della Camera dei deputati contiene una scheda per ciascuno degli eletti in quel ramo del Parlamento a partire dalla prima legislatura della Repubblica italiana. Tra queste, dopo aver letto una sua intervista rilasciata a un quotidiano nazionale all’indomani del pasticcio sui vitalizi, sono andato a leggere la scheda di Massimo Abbatangelo, napoletano, classe 1942, deputato del Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale dal 1979 al 1994.

Nel 1987, nonostante una richiesta di rinvio a giudizio per la strage di Natale sul treno Napoli-Milano, il Rapido 904 sul quale venne collocata una bomba il 23 dicembre 1984, il suo partito decise di ricandidarlo. L’iter giudiziario dell’onorevole Abbatangelo – la cui posizione fu stralciata fin da subito dal processo principale in cui erano imputati, tra gli altri, due boss mafiosi: il siciliano Pippo Calò (poi condannato quale mandante) e il napoletano Giuseppe Misso (Missi all’anagrafe, assolto per l’imputazione più grave) – si concluse nel 1994 con un’assoluzione piena per il reato di strage (“per non aver commesso il fatto”; in primo grado era stato condannato all’ergastolo) e una condanna a 6 anni per detenzione di armi ed esplosivo.

Non proprio un fiore all’occhiello per chi siede in Parlamento. Detto questo, secondo una sentenza definitiva pronunciata in nome del popolo italiano, il manesco Abbatangelo non è tra i responsabili della strage che fece 16 vittime e 267 feriti, nello stesso luogo in cui dieci anni prima “ignoti” neofascisti toscani, supportati dalla loggia P2 (cfr. Atti Commissione d’inchiesta P2), avevano messo una bomba sul treno Italicus.

Trent’anni dopo la strage di Natale: chi siamo noi?

Rapido 904

di Riccardo Lenzi, presidente Associazione Piantiamolamemoria

Da sabato scorso, 20 dicembre, e fino alla Befana – per iniziativa di Piantiamolamemoria, Unione Fotografi Organizzati, Libera e Rete degli archivi per non dimenticare – la sala d’attesa della stazione centrale di Bologna ospita una mostra fotografica che documenta la strage avvenuta il 23 dicembre 1984 all’interno della galleria di 18 chilometri che separa la Toscana dall’Emilia. Lo stesso tunnel lungo la ferrovia Direttissima dove, dieci anni prima, ci fu la strage sul treno Italicus.

Per la prima volta la bomba fu fatta esplodere tramite un radiocomando, per essere certi che, scoppiando dentro la galleria, provocasse il maggior danno possibile; fino ad allora i terroristi neri avevano usato i timer. Inoltre si è recentemente provato che la miscela esplosiva, denominata Semtex (pentrite, T4, nitroglicerina e tritolo), era la stessa che Cosa nostra e i suoi complici useranno otto anni dopo per la strage di Via D’Amelio. Chi è stato? Ad oggi per questo attentato sono stati condannati il boss di Cosa nostra Giuseppe Calò e il suo sodale Guido Cercola (suicidatosi in carcere dieci anni fa), Franco Di Agostino e Friedrich Schaudinn (cittadino tedesco, esperto di elettronica); assolti per l’accusa di strage, ma condannati per detenzione illecita di esplosivo il criminale neofascista napoletano Giuseppe Misso e il parlamentare del Msi Massimo Abbatangelo.

A distanza di trent’anni rileggere in sequenza altri fatti avvenuti in quel 1984, può forse aiutarci a decifrare meglio le ragioni del recente rinvio a giudizio di Totò Riina (il processo alla Corte d’Assise di Firenze è iniziato a novembre): «la strage del Rapido 904 fu ideata e pensata al fine di distogliere momentaneamente l’impegno repressivo e investigativo dello Stato dalla lotta alla mafia verso il diverso obiettivo del terrorismo eversivo, costituendo tale strage la prima e immediata risposta dell’organizzazione mafiosa ai mandati di cattura del primo maxiprocesso a Cosa Nostra, emessi nel settembre 1984 dai giudici Falcone e Borsellino a seguito delle dichiarazioni di Tommaso Buscetta».