Televisione a effetto immediato

di Vincenzo Vita L’«American Economic Review» ha recentemente pubblicato uno studio curato da Ruben Durante dell’Universitat Pompeo Fabra di Barcellona, da Paolo Pinotti della Bocconi di Milano e da Andrea Tesei della Queen Mary University di Londra. Tema: l’influenza sul voto della televisione commerciale di marca berlusconiana. La ricerca è interessante non solo perché ribadisce […]

La Rai senza immaginario

di Vincenzo Vita Il manifesto di domenica scorsa ne ha già parlato. Tuttavia, la polemica è cresciuta molto. Giustamente. Si tratta dell’ipotesi di cambio di destinazione d’uso dei canali 24 e 25 del digitale terrestre, oggi utilmente adibiti a trasportare «Rai Movie» e «Rai Premium»: pezzi forti dell’offerta di film, audiovisivi e fiction del servizio […]

Rai e non solo, nuova geopolitica dell’informazione

di Vincenzo Vita

È stato votato il parere dovuto dalla commissione parlamentare di vigilanza sul contratto di servizio Stato-Rai. Il testo non si discosta granché da quello che già si è avuto modo di commentare. In breve, l’articolato risalta per la continuità con il passato. Ed è chiaramente frenato da un clima freddo se non ostile.

E sì, perché il vituperato «partito-Rai» non esiste più, da tempo. Vale a dire quel complesso di forze politiche e culturali che aveva a cuore le sorti del servizio pubblico, sentimento perseguito anche con eccessi corporativi e con il peccato della lottizzazione. Tuttavia, per anni l’azienda di viale Mazzini è riuscita a reggere il colpo.

Nel caso del gruppo Fininvest-Mediaset – a fasi alterne competitore o alleato – vi era sullo sfondo il conflitto di interessi mai seriamente regolato. Ecco, il contratto di servizio – nella sua debolezza «strategica» – è un indizio di un clima mutante. Infatti, nella stesura, appena ritoccata dal parere della commissione di vigilanza, non si trovano o non sono compiutamente affrontati alcuni nodi cruciali.
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Rai, un contratto degno di don Abbondio

di Vincenzo Vita

Dopo la non commendevole figura della volta precedente (triennio 2013/2015), quando il Contratto di servizio che regola i rapporti tra il Governo e la Rai non entrò mai in vigore, ecco che finalmente è stato concluso il lavoro del gruppo istituito dal ministero dello sviluppo e dalla concessionaria pubblica. L’articolato ora copre un quinquennio (2018/2022) e ha una tempistica dettata dalla Convenzione con lo stato del 28 aprile 2017. Lì si prevedevano sei mesi e più o meno ci siamo.

Ora, però, c’è il vaglio da parte della Commissione parlamentare di vigilanza, cui seguirà suggello definitivo. Ma, come in una matrioska, dopo aver sfilato la Convenzione, ecco che arriva la legge di (contro)riforma n.220 del dicembre 2015, quella che ha affidato al potere esecutivo la guida pressoché totalitaria dell’azienda: pessima l’ispirazione, pessimi i risultati. Con simile tagliola, i pur diligenti estensori del «contratto» hanno potuto fare un po’ di maquillage, intriso -però- di diverse insidie che qua e là peggiorano persino le versioni precedenti, la cui architettura rimane simile.

Qualche considerazione sparsa. Entra in scena tra i generi televisivi e radiofonici agli articoli 3 e 4 il «servizio». Che cos’è? La Rai non è complessivamente un servizio, pubblico? E poi. I «minori» descritti dall’articolo 8 come si collegano al recente decreto legislativo del ministro Franceschini che introduce la classificazione delle opere cinematografiche «non adatte ai minori di anni 6»? Il sistema di «segnaletica» rischia di saltare per eccesso di domanda.
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Rai: il disastro degli zelanti a viale Mazzini

di Vincenzo Vita

“Non si uccidono così anche i cavalli?” recita il titolo di un famoso film del 1969 di Sydney Pollack con Jane Fonda. Ed è proprio il cavallo scolpito da Messina che simboleggia la Rai a morire in queste ore. Sì, perché la miscela tra dilettantismo, arroganza e insipienza politica sta riuscendo nell’opera di devastazione del servizio pubblico che a nessuno – destra dura e pura, berlusconiani, sinistrorsi delle terze vie – era finora riuscito.

Le ultime decisioni tese a sfiduciare da parte della maggioranza di un consiglio di amministrazione ormai logoro l’amministratore Campo Dall’Orto, del resto rivelatosi la persona sbagliata al posto sbagliato, ci raccontano che l’occupazione di viale Mazzini da parte del mondo “renziano” è miseramente fallita. Tra il dramma e la farsa. Con grande improntitudine fu varata con impeto autoritario la (contro)riforma, la legge 220 del dicembre 2015. Quest’ultima, a costo di sovvertire quarant’anni di giurisprudenza costituzionale e le linee guida adottate dalle stesse forze che diedero vita al partito democratico, attribuì poteri assoluti all'”uomo solo al comando”, scelto verosimilmente più per la partecipazione alla Leopolda che per meriti manageriali.
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Non solo Rai, il voyeurismo è dilagante

di Vincenzo Vita

Sul caso incredibile di “Parliamone sabato” ha scritto con argomentazioni efficaci su “il manifesto” Bia Sarasini. Ma la discussione non è finita, e sono previste, giustamente, anche iniziative simboliche. Tuttavia, proprio per non chiudere il caso con la punizione “esemplare” della chiusura della trasmissione condotta da Paola Perego, qualche riflessione è doverosa. Troppo comodo, se no. In verità, quella incriminata è stata una particolare caduta negli inferi del sessismo misto al razzismo, vittime le donne dell’est.

Una sorta di errore di grammatica – uno dei più gravi come un altro con l’apostrofo, per dire – da leggere, però, nella sintassi sbrindellata di tanta parte del day time. I palinsesti della mattina e del pomeriggio, fino ai fatidici quiz che servono da traino ai telegiornali, sono infarciti di televisione voyeuristica, di pornografia del dolore, di utilizzo “normale” delle donne secondo gli stereotipi vieti dell’universo maschile. Una donna o è un genio o un’eroina, o inesorabilmente assume le sembianze della moglie o della fidanzata subalterne o della persona libera ma dai facili costumi.

Stiamo parlando delle consuete immagini che ci sono riflesse dai talk di appendice che riempiono i canali. Il discorso non riguarda solo la Rai, ovviamente. Anzi. L’intero contesto è da quel dì “berlusconizzato”: pubblico e privato hanno confuso i rispettivi ruoli, sfidandosi nella corsa al ribasso pere l’indice di ascolto. Urla, pianti a orologeria, strepiti e esibizione di anatomia femminile sono diventati dagli anni ottanta in poi una delle cifre distintive della televisione generalista, come ha messo in luce il noto libro di Lorella Zanardo e su cui si è soffermato il recente film “Femminismo” di Paola Columba.
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Qualche pasticcio e alcune note utili per la Rai

di Vincenzo Vita

E infine lo scorso 10 marzo il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto “concernente l’affidamento in concessione del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale, con l’annesso schema di convenzione”. Un’osservazione di metodo: perché non è stato un atto concertato, bensì regalmente octroyé da parte del potere esecutivo? La legge n.220 del dicembre 2015 (la cosiddetta riforma) aveva reintrodotto lo strumento della convenzione, il cui ultimo esemplare fu quello del 1994, definitivamente soppiantato dal contratto di servizio. Dunque, si creerà qualche sovrapposizioni tra le fonti normative, ma stride il fatto che il consiglio di amministrazione di uno dei due contraenti abbia solo ex post detto la sua – con osservazioni a questo punto solo virtuali – sul testo. Creatività giuridica e amministrativa, sarà.

Tuttavia, il merito è a grandi linee positivo, essendosi fugata le perenne tentazione di spezzettare l’affidamento della funzione pubblica in più aziende, secondo un modello privatistico italiano che – giudizi politici a parte – ha sfornato finora figuracce come la privatizzazione di Telecom o schifezze inquietanti come la vicenda del “Sole 24 Ore”. Privatizzare senza capitalismo e senza capitale è davvero arduo.

L’esclusiva, insomma, rimane alla Rai per dieci anni, fino al maggio del 2027. La vecchia ambiguità in misura omeopatica, però, resiste. Laddove (artt. 13 e 14) si ribadisce la separazione manichea tra la parte dell’azienda vocata al puro servizio pubblico e la consorella “compromessa” con la competizione e il mercato. Passi, ovviamente, per ciò che concerne la trasparenza contabile sulla destinazione dei soldi del canone di abbonamento. Ma per il resto è davvero un pasticcio mediatico. Ad esempio, Montalbano è o no servizio pubblico? E Sanremo? E il rito delle partite di calcio?
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Mille proroghe: pubblicità, tetti e servizio pubblico, come la tv rischia di cambiare

a-rai

di Vincenzo Vita

Di proroga in proroga fino alla vittoria? Giusto per dire. Ma la Rai vede sempre più assottigliarsi il suo status di servizio pubblico. Infatti, ecco che l’intramontabile decreto “mille proroghe” contempla un ulteriore spostamento del calendario: le lancette del rinnovo della concessione si spostano a fine marzo del 2017. Con allegata convenzione, istituto abolito dalla vecchia legge Gasparri (n. 112 del 2004) e ora riscoperto.

Sull’articolato è d’obbligo il parere della Commissione parlamentare di vigilanza, che ha un mese di tempo, da quando – però – il testo viene inviato dal Governo. Al momento, non sembra esservi una traccia ufficiale, mentre – se mai – si rincorrono voci sull’eventuale rimaneggiamento dei tetti degli affollamenti pubblicitari. Oggi la trasmissione di messaggi pubblicitari da parte della Rai non può eccedere il 4% dell’orario settimanale di programmazione e il 12% di ogni ora (con possibile sforamento del 2% da recuperare nell’ora antecedente o successiva).

Voci interne fanno sapere che è stata studiata l’ipotesi di applicare il limite settimanale alle singole reti, con la perdita inesorabile di circa 80 milioni di entrate. Forse il verbo è al passato, se è vero ciò che ci ha dichiarato direttamente il sottosegretario con delega Giacomelli, il quale ha escluso tale “decrescita”. Chissà, forse è intervenuto un ripensamento.
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Anniversario strage di Ustica

L’anniversario di Ustica e la brutta informazione della prima rete Rai. Rimpiangiamo Paolini e Lucarelli

di Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione familiari vittime della strage di Ustica

È il XXXIII anniversario della Strage di Ustica. È l’anniversario particolarmente significativo perché la Magistratura, con la sentenza della Cassazione, sentenza definitiva quindi, ha condannato i Ministeri dei Trasporti e della Difesa perché il dc9 Itavia è stato abbattuto e perché non sono stati difesi i cittadini innocenti prima e poi è stata ostacolata la ricerca della verità. Quindi la verità è conquistata! Allora il programma in sé e fin dal titolo è informazione o provocazione? E poi, per dir così, gli ingredienti: si da spazio a un perito la cui perizia era stata scartata, fin dagli anni ’90 dal giudice che l’aveva commissionata perché inutilizzabile per le evidenti contraddizioni. lo si contrappone proprio a quel giudice. Ma siamo arrivati al 2013.

E allora vien proprio da chiedere comunque con quali ingredienti, quali novità si confeziona un programma di informazione. Salvo aspettarsi un dibattito Napolitano-Savoia per il prossimo 2 giugno. E se parliamo di Napolitano che proprio in occasione di questo 27 giugno scrive che bisogna partire dalla sentenza della Cassazione per costruire una politica coerente per la verità ci viene da pensare che quel programma, così evidentemente inaccettabile per i contenuti e i protagonisti, sia ancora un colpo di coda di quegli ambienti che devono essere chiamati a rispondere per le loro responsabilità. Dunque un brutto programma e una pericolosa azione politica.
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