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Cosa intendiamo oggi per “umanità”? Un dibattito sulla rivista “Parolechiave”

di Amina Crisma

Come ci ricorda Giacomo Marramao nel saggio introduttivo del nuovo numero (57/2017) di Parolechiave, rivista a lungo diretta da Claudio Pavone e poi da Mariuccia Salvati che dal 1993 è la nuova serie monografica del periodico Problemi del socialismo fondato nel 1958 da Lelio Basso, “la definizione di umanità e di umano è stata da sempre intrinsecamente conflittuale, in quanto ha sempre rappresentato un campo di lotta tra strategie, forze materiali, spinte ideali avverse, un terreno di scontro drammatico e spesso sanguinoso fra pratiche di potere e logiche discriminatorie verso l’esterno (autoctoni e stranieri, “noi” e “gli altri”) come verso l’interno (élite e massa)”.

“L’inumanità e la disumanità sono dunque state sin dalle origini innervate nell’umano come fattori costitutivi del suo significato”, e quindi “non è da oggi che si è prodotto lo sconfinamento tra umano e disumano: quello che a prima vista si presenta come confine è stato in realtà sempre una linea d’ombra lungo la quale venivano attivati tanto i rituali di inclusione quanto i meccanismi di esclusione o reiezione”. Così dunque tanto la soglia umano/disumano, che molte terribili vicende della storia passata e presente si incaricano di illustrare, quanto il transito umano/post-umano prefigurato nel presente e verosimilmente dispiegato in un inquietante futuro, sono entrambi espressioni di una costitutiva e tremenda ambivalenza dell’umano in sé, “capace di fare il male quanto il bene”, come ci rammenta l’Antigone di Sofocle.

Stalking, i timori erano giustificati. Caro Orlando, la violenza non si risarcisce

di Nadia Somma

In uno dei monologhi di Mistero Buffo – Grammelot dell’avvocato inglese – Dario Fo raccontava di una legge medievale per cui il violentatore potesse salvarsi dalla condanna spargendo velocemente delle monete ai piedi della vittima a mo’ di risarcimento e recitando una formula rituale che lo rendeva intoccabile. Dario Fo ci parlava del Medioevo ma oggi?

Oggi accade in Piemonte. Una donna subisce stalking per mesi, viene controllata con appostamenti e inseguimenti, da casa sua fino al luogo di lavoro o verso casa del fidanzato. Ovunque vada, lui la segue e pedina. La sua vita non le appartiene più, viene sottratta da un uomo che la controlla quotidianamente, violando la sua privacy, imponendole una paura quotidiana. Quante volte avrà pensato alle donne aggredite, o peggio uccise, dai loro stalker? Quanta angoscia, rabbia, senso di impotenza avrà vissuto? Così si decide a denunciare lo stalker, che finisce in tribunale ma ne esce senza conseguenze. Ha il solo disturbo di pagare 1.500 euro, somma rifiutata dalla donna ma giudicata, a quanto pare, congrua dal gup (Giudice per udienze preliminari).

Questo è avvenuto grazie alla riforma del codice penale che porta il nome di Andrea Orlando, ministro della Giustizia del governo Gentiloni, che con l’obiettivo anche condivisibile e giusto di alleggerire il carico di lavoro dei tribunali e dare ai cittadini e alle cittadine una giustizia più veloce, ha commesso una svista. Ha introdotto le cosiddette condotte riparatorie per i reati procedibili a querela di parte (e che prevedono la possibilità di ritirare la querela) escludendo quelli ritenuti più gravi, ovvero procedibili d’ufficio.

Aborto e violenza, le donne sono per strada

di Bia Sarasini

Le donne sono per strada, questa settimana. Ottima notizia, perché come diceva uno striscione a Firenze, dopo la violenza denunciata da due ragazze americane da parte di due carabinieri, «Le strade sono libere quando le donne le attraversano». Due appuntamenti. Il primo, oggi, 28 settembre, è la giornata mondiale per un aborto sicuro, una data preparata da tempo per combattere contro i mille ostacoli a una pratica dell’aborto che garantisca la libertà di scelta e l’autodeterminazione delle donne.

In Italia l’appello è stato rilanciato da NonUnaDiMeno, la sigla che raccoglie associazioni, gruppi, movimenti e che dal 2016 ha portato anche in Italia una nuova ondata del movimento femminista, coinvolgendo e mescolando le generazioni, e anche i generi. Non pochi gli uomini e i ragazzi che partecipano. L’altro appuntamento è per sabato 30 settembre, l’appello contro la violenza viene dalla Cgil, è stato lanciato qualche giorno fa dalla segretaria Susanna Camusso e firmato da donne diverse e con storie diverse, istituzionali e di movimento, si prevedono appuntamenti nelle diverse città.

È necessaria, la voce delle donne. Quella che nessuno raccoglie e amplifica, proprio mentre dalla metà estate abbiamo assistito sia a un crescendo di violenze, tra stupri e femminicidi, sia a un dilagare nei media di commenti benpensanti, tutti concordi nel vedere nella libertà delle donne, il problema. Per questo NonUnaDiMeno intitola la manifestazione “ve la siete cercata”. Provocatorio, mirato a chi sembra ritenere che con un po’ di prudenza, tante aggressioni sarebbero risparmiate.

Il 28 settembre è l’occasione per fare il punto, anche in Italia, sulla possibilità di abortire. Un diritto che è garantito dalla legge 194, ma negato nei fatti. La media nazionale del 70% di medici obiettori lo rende di fatto molto difficile. «Una delle forme di violenza che viene agita ogni giorno contro le donne» dice NonUnaDiMeno. Le manifestazioni saranno in decine di città italiane, da Roma a Genova, da Venezia a Pompei, da Torino a Milano, Bari Taranto Lecce. C’è una mappa disponibile sul sito.

Flashmob, raduni, cortei. A Roma l’appuntamento è a Piazza Esquilino alle 18, a Milano al Pirellone. Annunciano partecipazione insieme a proprie iniziative molte organizzazioni, dall’Arci alle diverse Cgil. In Italia, vista la cronaca di questi giorni, il discorso sulla violenza si allarga.

Uno stupro è uno stupro, dice il documento di NonUnaDiMeno: «Rifiutiamo la retorica su cui si fonda: il “destino biologico” di fragilità e inferiorità a cui saremmo naturalmente assegnate. È questo che vogliono farci credere nelle corsie degli ospedali, quando schiere di obiettori ci impediscono di scegliere quando, come e se diventare madri. È questo che ci ripetono nelle aule dei tribunali, quando nei processi per stupro diventiamo noi le imputate, o quando non possiamo decidere se procedere o meno contro il nostro stalker. È questo che scontiamo senza indipendenza economica, con i salari più bassi dei nostri colleghi, con le molestie sul lavoro, con la cura della famiglia sempre più sulle nostre spalle».

E mentre si scende in strada, le violenze non si fermano. Ancora una ragazza spagnola per l’Erasmus a Rimini, ha denunciato lo stupro da parte di un italiano mentre era in stato di ubriachezza. Eppure sono tanti gli uomini, a cominciare dal presidente del Senato Pietro Grasso, che si sentono coinvolti. E chiedono scusa.

Anche moltissimi ragazzi, che dicono apertamente – per esempio sui social – quanto siano inconcepibili rapporti con ragazze semi-inconscienti. Una bella differenza dai tempi in cui il manuale del seduttore prevedeva il far bere la preda.

Anche l’appello promosso dalla Cgil punta il dito sui rimproveri che vengono mossi alle donne. Non c’è dubbio che sia necessaria tutta la forza femminile possibile. In strada, in tante, con voci plurali. Del resto, non c’è un luogo sicuro. La maggior delle violenze è domestiche. E solo un uomo su 4 che fa violenza è straniero.

Aborto legale e sicuro. Libere di scegliere, senza sottostare a imperativi sociali.

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano IlManifesto.it il 27 settembre 2017

Il femminicidio e la sindrome maschilista: la punta dell’iceberg

Femminicidio

di Maria Mantello

Il femminicidio è la punta dell’iceberg: il visibile del virus maschilista, che continua a veicolare grazie agli stereotipi sessisti per il controllo del corpo delle donne. Questi, sedimentati per secoli, e accettati nella passività dell’abitudine, creano quell’omertosa solidarietà sociale, che è l’invisibile supporto della sindrome maschilista, che estrinseca la sua sintomatologia nella più variegate condotte misogine della quotidianità.

Gli stereotipi, possiamo definirli una scorciatoia cognitiva della mente, che nell’associazionismo pulsionale, salta l’analisi critica e abbraccia la più comoda tradizione reazionaria, che schiaccia l’individualità su appartenenze identitarie di genere: funzionali al perdurare di strutturali asimmetrie di potere. Una vera e propria categorizzazione sociale, spacciata per “normale”, “naturale”, come appunto è la supposta superiorità del maschio sulla femmina.

Nella costruzione di questo sistema, il cattolicesimo ha avuto un ruolo determinante nel nostro Occidente, trasformando la funzione biologica della maternità, in un’essenza, in una caratteristica principio e fine esistenziale per le donne. Una “vocazione” (questa la parola usa il clero cattolico oggi) a essere strutturalmente sposa-madre. Ogni donna, quindi, indipendentemente dal fatto di avere o meno figli, sarebbe «naturalmente» «dedita all’altro». Eterna costola di Adamo.

Solo uno stupro, solo una lapidazione

di Ida Dominijanni

Il corpo martoriato di Noemi Durini, la sedicenne lapidata – è questa la parola giusta, evidentemente presente non solo nel vocabolario del fondamentalismo islamico – dal suo ragazzo diciassettenne in provincia di Lecce, interrompe come un lampo nella notte il delirio di un’opinione pubblica che da settimane si intrattiene sugli stupri, “indigeni” e “stranieri”, come una platea voyeur davanti a un film pornografico.

Ci ricorda, quel corpo, che la violenza più violenta, e sovente più definitiva, arriva sulle donne molto più frequentemente da uomini prossimi, per primi quelli che dicono di amarle, che da uomini lontani per razza, religione o cultura. Un fatto, non una fake, che sta scritto in tutte le statistiche, nonché nell’esperienza quotidiana di centinaia di centri antiviolenza sparsi per il paese. Ma si sa che i numeri, nonché l’esperienza, nulla possono sulle psicosi. E dunque il femminicidio di Lecce non placa il delirio dei giornali e degli onniscienti ospiti dei talk che con un occhio piangono sul cadavere di Noemi e con l’altro ridono soddisfatti perché l’archiviazione dello ius soli ci preserverà dall’invasione di interi popoli di stupratori.

Madri o lavoratrici, nel Paese del Fertility day le donne restano senza diritti

di Nadia Somma

L’Italia non è un Paese per donne. Le statistiche ce lo ricordano impietosamente tutte le volte. La “Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri”, presentata alla fine di giugno al Ministero del Lavoro, descrive la dura realtà contro la quale impattano molte donne italiane. Il documento è stato praticamente ignorato da buona parte della stampa e sarebbe interessante capirne il motivo. Non fa notizia la disoccupazione femminile o l’impoverimento delle famiglie o il numero crescente di giovani donne senza un reddito?

In Italia, le lavoratrici che scelgono di mettere al mondo un figlio o una figlia corrono il rischio di restare disoccupate, di crescere i figli in una famiglia monoreddito e quindi a rischio di povertà, e di perdere definitivamente l’indipendenza economica.

La situazione è preoccupante. Le dimissioni e le risoluzioni consensuali delle lavoratrici e dei lavoratori sono state 37.738 nel solo 2016. Il 12% più del 2015 (31.249), il 19% del 2014 e l’11,27% in più rispetto al 2013 confermando un trend negativo che non conosce arresto e che coinvolge soprattutto chi è in attesa del primo figlio: circa il 60% del totale.

Francesca Re David: prima donna al vertice Fiom

di Massimo Franchi

La notizia della giornata sindacale è arrivata dalla Cgil. Con la conferma dell’anticipazione data da Il Manifesto nel giorno della manifestazione di piazza San Giovanni. A sostituire Maurizio Landini alla guida della Fiom sarà Francesca Re David (nella foto), a lungo segretaria nazionale e molto vicina al leader dei metalmeccanici. Una continuità sindacale che però diventa storia: per la prima volta una donna guiderà una federazione dei metalmeccanici, rompendo i 16 anni di dominio reggiano (sia Landini che il predecessore Rinaldini vengono dalla terra di Prodi) portando una romana alla carica che fu di Bruno Trentin e Claudio Sabattini.

Se il passaggio di Landini a segretario confederale verrà ratificato dall’Assemblea generale della Cgil del 10 e 11 luglio, due giorni sarà l’assemblea della Fiom a eleggere Re David sempre su proposta di Susanna Camusso. Se si tratterà di un traghettamento fino al congresso del 2018 o di una leadership più lunga dipenderà molto anche dal contesto esterno in Cgil. Quello che anche Susanna Camusso chiama «percorso unitario» che va a superare le divisioni del congresso 2014 dovrà reggere alla prova delle tante anime della Cgil, dai riformisti ai pensionati.

Non una di meno: un nuovo movimento o un movimento nuovo

di Rosanna Marcodoppido

Un anno fa nasceva Non Una di Meno a partire da un appello a firma della rete romana Io decido e delle Associazioni nazionali Udi e DIRE. Arrivarono ben presto da tutta Italia adesioni entusiastiche di singole e di gruppi subito connessi tra loro grazie alle nuove tecnologie comunicative e a incontri che alcune di Io Decido realizzarono in varie città. Si è così man mano formato un vero e proprio movimento che in un anno ha dato vita alla grande manifestazione del 26 novembre a Roma, a tre assemblee nazionali, ad uno sciopero globale femminista e a numerosi eventi locali a volte correlati tra loro su cui per brevità non mi soffermo e per i quali rimando a siti e pagine facebook.

Intorno a questo movimento si è sviluppato un dibattito che ha rimesso al centro anche alcuni nodi da sempre presenti nelle pratiche discorsive del femminismo e che ha assunto non di rado toni particolarmente aspri, a mio avviso poco utili per la costruzione di un serio contrasto al tanto che resta del patriarcato. Nell’intento di fornire alcuni elementi di conoscenza di cui penso ci sia bisogno, provo a dare una mia parziale lettura di questa esperienza come soggetto da sempre attento ai mutamenti della realtà delle donne, con un sapere politico accumulato dentro l’Udi in tanti anni di femminismo. È opportuno cominciare dalle radici politiche forse meno note.

2 giugno: ecco le donne che hanno fatto la Repubblica

di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi

L’Italia è una Repubblica fondata… sulle donne. Inutile girarci attorno, anche se non riconosciute, visto il gap persistente nello loro partecipazione alla vita pubblica ed economica del paese, sono loro la vera ossatura di questa nazione. E lo furono anche nel corso della storia, partecipando alle lotte d’indipendenza e a quella partigiana, ma anche dovendo lottare per vedersi riconosciuto il più universale di tutti i diritti: quello di poter votare ed essere attrici del proprio destino.

In principio furono le suffragette, un ristretto gruppo di donne istruite e combattive che nel primo ‘900 lottò strenuamente per ottenere l’estensione del suffragio alle donne italiane. Il debito di riconoscenza verso figure come Lidia Poet, Anna Kuliscioff, Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori, Sibilla Aleramo e Giacinta Martini Marescotti, pioniere della parità di genere in Italia, è oggi ampiamente riconosciuto, perché senza di loro, forse, quel 2 giugno di 71 anni fa, le donne si sarebbero ritrovate ancora escluse dalla possibilità di votare e accedere al Parlamento.

Libere: il film che parla della Resistenza vista dagli occhi delle donne

di Carmen Palma per MiFaccioDiCultura

Il 20 aprile è uscito nelle sale di tutta Italia Libere, il nuovo docufilm scritto e diretto dalla regista Rossella Schillaci. Distribuito da Lab 80 film in occasione della festa della Liberazione, Libere è un racconto sull’emancipazione femminile durante la Resistenza, un ritratto di un’epoca apparentemente lontana che ha ancora molto da insegnarci.

Il documentario raccoglie storie di ogni genere: i momenti di battaglia, il rapporto delle donne partigiane con la società, frammenti di vita quotidiana.

LIBERE un film di Rossella Schillaci from Lab 80 film on Vimeo.

Questo film ha una particolarità: non vedrete volti narrare le vicende che segnarono l’Italia durante il conflitto, non vedrete sguardi segnati da rughe profonde perdersi in ricordi di un tempo lontanissimo. Libere è fatto di tante voci fuori campo, voci flebili e sottili ma cariche di intensità. Niente volti, niente nomi. Solo limpide voci di donne che accompagnano immagini e video d’epoca. Due mani frugano tra le fonti conservate presso l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, recuperando metri e metri di pellicole, vecchi articoli di giornale, fotografie, cinegiornali, documenti personali. Sono le mani della storia, che dispiegano frammenti di vita sotto ai nostri occhi come tanti piccoli quadri.