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Madri o lavoratrici, nel Paese del Fertility day le donne restano senza diritti

di Nadia Somma

L’Italia non è un Paese per donne. Le statistiche ce lo ricordano impietosamente tutte le volte. La “Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri”, presentata alla fine di giugno al Ministero del Lavoro, descrive la dura realtà contro la quale impattano molte donne italiane. Il documento è stato praticamente ignorato da buona parte della stampa e sarebbe interessante capirne il motivo. Non fa notizia la disoccupazione femminile o l’impoverimento delle famiglie o il numero crescente di giovani donne senza un reddito?

In Italia, le lavoratrici che scelgono di mettere al mondo un figlio o una figlia corrono il rischio di restare disoccupate, di crescere i figli in una famiglia monoreddito e quindi a rischio di povertà, e di perdere definitivamente l’indipendenza economica.

La situazione è preoccupante. Le dimissioni e le risoluzioni consensuali delle lavoratrici e dei lavoratori sono state 37.738 nel solo 2016. Il 12% più del 2015 (31.249), il 19% del 2014 e l’11,27% in più rispetto al 2013 confermando un trend negativo che non conosce arresto e che coinvolge soprattutto chi è in attesa del primo figlio: circa il 60% del totale.

Francesca Re David: prima donna al vertice Fiom

di Massimo Franchi

La notizia della giornata sindacale è arrivata dalla Cgil. Con la conferma dell’anticipazione data da Il Manifesto nel giorno della manifestazione di piazza San Giovanni. A sostituire Maurizio Landini alla guida della Fiom sarà Francesca Re David (nella foto), a lungo segretaria nazionale e molto vicina al leader dei metalmeccanici. Una continuità sindacale che però diventa storia: per la prima volta una donna guiderà una federazione dei metalmeccanici, rompendo i 16 anni di dominio reggiano (sia Landini che il predecessore Rinaldini vengono dalla terra di Prodi) portando una romana alla carica che fu di Bruno Trentin e Claudio Sabattini.

Se il passaggio di Landini a segretario confederale verrà ratificato dall’Assemblea generale della Cgil del 10 e 11 luglio, due giorni sarà l’assemblea della Fiom a eleggere Re David sempre su proposta di Susanna Camusso. Se si tratterà di un traghettamento fino al congresso del 2018 o di una leadership più lunga dipenderà molto anche dal contesto esterno in Cgil. Quello che anche Susanna Camusso chiama «percorso unitario» che va a superare le divisioni del congresso 2014 dovrà reggere alla prova delle tante anime della Cgil, dai riformisti ai pensionati.

Non una di meno: un nuovo movimento o un movimento nuovo

di Rosanna Marcodoppido

Un anno fa nasceva Non Una di Meno a partire da un appello a firma della rete romana Io decido e delle Associazioni nazionali Udi e DIRE. Arrivarono ben presto da tutta Italia adesioni entusiastiche di singole e di gruppi subito connessi tra loro grazie alle nuove tecnologie comunicative e a incontri che alcune di Io Decido realizzarono in varie città. Si è così man mano formato un vero e proprio movimento che in un anno ha dato vita alla grande manifestazione del 26 novembre a Roma, a tre assemblee nazionali, ad uno sciopero globale femminista e a numerosi eventi locali a volte correlati tra loro su cui per brevità non mi soffermo e per i quali rimando a siti e pagine facebook.

Intorno a questo movimento si è sviluppato un dibattito che ha rimesso al centro anche alcuni nodi da sempre presenti nelle pratiche discorsive del femminismo e che ha assunto non di rado toni particolarmente aspri, a mio avviso poco utili per la costruzione di un serio contrasto al tanto che resta del patriarcato. Nell’intento di fornire alcuni elementi di conoscenza di cui penso ci sia bisogno, provo a dare una mia parziale lettura di questa esperienza come soggetto da sempre attento ai mutamenti della realtà delle donne, con un sapere politico accumulato dentro l’Udi in tanti anni di femminismo. È opportuno cominciare dalle radici politiche forse meno note.

2 giugno: ecco le donne che hanno fatto la Repubblica

di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi

L’Italia è una Repubblica fondata… sulle donne. Inutile girarci attorno, anche se non riconosciute, visto il gap persistente nello loro partecipazione alla vita pubblica ed economica del paese, sono loro la vera ossatura di questa nazione. E lo furono anche nel corso della storia, partecipando alle lotte d’indipendenza e a quella partigiana, ma anche dovendo lottare per vedersi riconosciuto il più universale di tutti i diritti: quello di poter votare ed essere attrici del proprio destino.

In principio furono le suffragette, un ristretto gruppo di donne istruite e combattive che nel primo ‘900 lottò strenuamente per ottenere l’estensione del suffragio alle donne italiane. Il debito di riconoscenza verso figure come Lidia Poet, Anna Kuliscioff, Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori, Sibilla Aleramo e Giacinta Martini Marescotti, pioniere della parità di genere in Italia, è oggi ampiamente riconosciuto, perché senza di loro, forse, quel 2 giugno di 71 anni fa, le donne si sarebbero ritrovate ancora escluse dalla possibilità di votare e accedere al Parlamento.

Libere: il film che parla della Resistenza vista dagli occhi delle donne

di Carmen Palma per MiFaccioDiCultura

Il 20 aprile è uscito nelle sale di tutta Italia Libere, il nuovo docufilm scritto e diretto dalla regista Rossella Schillaci. Distribuito da Lab 80 film in occasione della festa della Liberazione, Libere è un racconto sull’emancipazione femminile durante la Resistenza, un ritratto di un’epoca apparentemente lontana che ha ancora molto da insegnarci.

Il documentario raccoglie storie di ogni genere: i momenti di battaglia, il rapporto delle donne partigiane con la società, frammenti di vita quotidiana.

LIBERE un film di Rossella Schillaci from Lab 80 film on Vimeo.

Questo film ha una particolarità: non vedrete volti narrare le vicende che segnarono l’Italia durante il conflitto, non vedrete sguardi segnati da rughe profonde perdersi in ricordi di un tempo lontanissimo. Libere è fatto di tante voci fuori campo, voci flebili e sottili ma cariche di intensità. Niente volti, niente nomi. Solo limpide voci di donne che accompagnano immagini e video d’epoca. Due mani frugano tra le fonti conservate presso l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, recuperando metri e metri di pellicole, vecchi articoli di giornale, fotografie, cinegiornali, documenti personali. Sono le mani della storia, che dispiegano frammenti di vita sotto ai nostri occhi come tanti piccoli quadri.

Anna Rossi-Doria: uguali e diverse, sull’amicizia tra due donne storiche

di Mariuccia Salvati

Nel 2007 e nel 2010 Anna ha pubblicato due volumi antologici di suoi scritti: il primo e più corposo è Dare forma al silenzio e il secondo è Sul ricordo della Shoah. Entrambe le antologie spaziano negli anni. Dare forma al silenzio raccoglie nella prima sezione (dal titolo Saggi storici) ricerche di storia delle donne dal 1985 in poi e nella seconda (dal titolo L’altra metà della storia) scritti sulla politica delle e per le donne che vanno dal 1983 all’88.

La seconda antologia riunisce saggi pubblicati tra il 1993 e il 2006. In realtà Anna era già una storica attiva prima del 1983 (data del primo scritto ripubblicato che contiene riferimenti a esperienze antecedenti), avendo dedicato le sue prime ricerche alle riforme amministrative di Antonio Di Rudinì, al movimento contadino e al ruolo del ministro Gullo negli anni della Ricostruzione. È nei primi anni ’70 che ci siamo conosciute (io venivo da Milano) tramite l’Irsifar e siamo diventate amiche mentre collaboravamo insieme al gruppo di ricerca scientifica dell’INSMLI, già allora con competenze diverse (da quel lavoro, per intenderci, sarebbe nato il suo Il Ministro e i contadini e il mio Stato e industria nella Ricostruzione).

Nelle scelte disciplinari successive scoprimmo di essere quasi sempre divise. È di questa vitale “differenza” che vorrei parlare prendendo spunto dalle due raccolte, con l’intento non solo di rendere omaggio a Anna, ma di offrire una testimonianza sulla storiografia contemporanea, che conosce una prima cesura negli anni ’70, quando è investita da un’ondata di rinnovamento in linea con il dibattito internazionale (storia sociale, storia delle donne), ma anche dall’acuirsi, nel nostro paese più che altrove in ragione delle peculiarità del caso italiano, di contraddizioni inerenti al ruolo pubblico dello storico.

Non solo Rai, il voyeurismo è dilagante

di Vincenzo Vita

Sul caso incredibile di “Parliamone sabato” ha scritto con argomentazioni efficaci su “il manifesto” Bia Sarasini. Ma la discussione non è finita, e sono previste, giustamente, anche iniziative simboliche. Tuttavia, proprio per non chiudere il caso con la punizione “esemplare” della chiusura della trasmissione condotta da Paola Perego, qualche riflessione è doverosa. Troppo comodo, se no. In verità, quella incriminata è stata una particolare caduta negli inferi del sessismo misto al razzismo, vittime le donne dell’est.

Una sorta di errore di grammatica – uno dei più gravi come un altro con l’apostrofo, per dire – da leggere, però, nella sintassi sbrindellata di tanta parte del day time. I palinsesti della mattina e del pomeriggio, fino ai fatidici quiz che servono da traino ai telegiornali, sono infarciti di televisione voyeuristica, di pornografia del dolore, di utilizzo “normale” delle donne secondo gli stereotipi vieti dell’universo maschile. Una donna o è un genio o un’eroina, o inesorabilmente assume le sembianze della moglie o della fidanzata subalterne o della persona libera ma dai facili costumi.

Stiamo parlando delle consuete immagini che ci sono riflesse dai talk di appendice che riempiono i canali. Il discorso non riguarda solo la Rai, ovviamente. Anzi. L’intero contesto è da quel dì “berlusconizzato”: pubblico e privato hanno confuso i rispettivi ruoli, sfidandosi nella corsa al ribasso pere l’indice di ascolto. Urla, pianti a orologeria, strepiti e esibizione di anatomia femminile sono diventati dagli anni ottanta in poi una delle cifre distintive della televisione generalista, come ha messo in luce il noto libro di Lorella Zanardo e su cui si è soffermato il recente film “Femminismo” di Paola Columba.

L’otto tutto l’anno: oggi lo sciopero contro la violenza maschile sulle donne

di Ingrid Colanicchia

Lo avevano detto che la manifestazione del 26 novembre scorso contro la violenza maschile sulle donne non sarebbe stata che una tappa di un percorso più ampio e ambizioso. E le donne del movimento “Non una di meno” sono di parola: quella promessa trova infatti oggi conferma e nuovo slancio con lo sciopero generale indetto per l’8 marzo sotto lo slogan: “Se le nostre vite non valgono, allora ci fermiamo”.

«Constatiamo ogni giorno quanto la violenza sia fenomeno strutturale delle nostre società, strumento di controllo delle nostre vite e quanto condizioni ogni ambito della nostra esistenza: in famiglia, al lavoro, a scuola, negli ospedali, in tribunale, sui giornali, per la strada… per questo – spiegano le promotrici – il prossimo 8 marzo sarà uno sciopero in cui riaffermare la nostra forza a partire dalla nostra sottrazione: una giornata senza di noi».

Accogliendo l’invito a organizzare uno sciopero internazionale lanciato dalle donne argentine, la rete “Non una di meno” ha fatto quindi appello a tutti i sindacati per una giornata di mobilitazione nazionale. Cgil, Fiom, Cisl e Uil non hanno accolto la richiesta. Ma lo hanno fatto alcuni sindacati di base che hanno dunque indetto uno sciopero generale di 24 ore (Usi, Usb, Cobas, Slai Cobas per il sindacato di classe, Confederazione dei comitati di base, Sial Cobas, Usi-ait, Sindacato generale di base; la Flc-Cgil – lavoratori settore della scuola pubblica e privata – ha indetto 8 ore di sciopero).

“Non una di meno”: il 26 novembre a Roma per dire no alla violenza sulle donne

di Ingrid Colanicchia

«Ni una mujer menos, ni una muerta más». Non una donna in meno, non una morta in più. Si racconta che dicesse spesso così Susana Chávez, la poeta messicana, attivista per i diritti umani, che ha speso gran parte della sua vita per denunciare i femminicidi che hanno reso tristemente nota Ciudad Juárez, la città dove era nata e dove, nel 2011, a soli 36 anni, ha trovato la morte: mutilata e uccisa con tutta probabilità per quella sua stessa battaglia.

La speranza di Susana non si è tradotta in realtà: da allora, in Messico e non solo, di morte ammazzate per mano di un uomo ce ne sono state tante. Al punto che “Ni una menos” è diventato il nome di un intero movimento che in America Latina riempie le piazze per dire no alla violenza sulle donne.

Un grido collettivo che ha attraversato l’Oceano e che sarà scandito a gran voce da quante e quanti il 26 novembre confluiranno a Roma per la manifestazione nazionale “Non una di meno”, indetta dalla Rete IoDecido (che a Roma, da tre anni, si è mobilitata sul tema della salute, contro la violenza di genere eccetera); da D.i.Re – Donne in rete contro la violenza (che riunisce i Centri Antiviolenza non istituzionali e gestiti da associazioni di donne sparsi sul territorio nazionale); e dall’Udi – Unione donne in Italia (storica associazione femminile nata tra il 1944 e il 1945 dall’esperienza dei Gruppi di Difesa della Donna, creati in supporto alla Resistenza).

“Libertina, snaturata, irosa”: storia delle donne internate in manicomio durante il fascismo

a-internate

di Elena Viale

Mentre in Italia restano da chiudere ancora due Opg – gli ospedali psichiatrici giudiziari tristemente famosi per la loro lunga storia di condizioni disumane di degenza – e si fanno tentativi di ristrutturare l’istituzione dalle fondamenta, dal passato delle cure psichiatriche del nostro paese continuano a emergere terribili testimonianze.

Durante il Ventennio fascista, per esempio – complice l’ampliarsi della categoria della “devianza” morale e sociale – i manicomi si riempirono di donne accusate di essere libertine, indocili, irose, smorfiose o, soprattutto, madri snaturate. I ricercatori Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante hanno passato al vaglio i documenti del manicomio cittadino di Sant’Antonio Abate, uno degli storici luoghi di trattamento dei disturbi psichici e custodia di persone sgradite alla società, per raccontare le vite delle donne che vi erano recluse durante quel periodo. Ora foto, lettere e cartelle cliniche dell’archivio dell’istituto sono esposte in una mostra in corso alla Casa della Memoria e della Storia di Roma.

Ho contattato Annacarla Valeriano, della Fondazione Università degli Studi di Teramo, per parlare di devianza, ospedali psichiatrici e foto segnaletiche.