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Libere: il film che parla della Resistenza vista dagli occhi delle donne

di Carmen Palma per MiFaccioDiCultura

Il 20 aprile è uscito nelle sale di tutta Italia Libere, il nuovo docufilm scritto e diretto dalla regista Rossella Schillaci. Distribuito da Lab 80 film in occasione della festa della Liberazione, Libere è un racconto sull’emancipazione femminile durante la Resistenza, un ritratto di un’epoca apparentemente lontana che ha ancora molto da insegnarci.

Il documentario raccoglie storie di ogni genere: i momenti di battaglia, il rapporto delle donne partigiane con la società, frammenti di vita quotidiana.

LIBERE un film di Rossella Schillaci from Lab 80 film on Vimeo.

Questo film ha una particolarità: non vedrete volti narrare le vicende che segnarono l’Italia durante il conflitto, non vedrete sguardi segnati da rughe profonde perdersi in ricordi di un tempo lontanissimo. Libere è fatto di tante voci fuori campo, voci flebili e sottili ma cariche di intensità. Niente volti, niente nomi. Solo limpide voci di donne che accompagnano immagini e video d’epoca. Due mani frugano tra le fonti conservate presso l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, recuperando metri e metri di pellicole, vecchi articoli di giornale, fotografie, cinegiornali, documenti personali. Sono le mani della storia, che dispiegano frammenti di vita sotto ai nostri occhi come tanti piccoli quadri.

Anna Rossi-Doria: uguali e diverse, sull’amicizia tra due donne storiche

di Mariuccia Salvati

Nel 2007 e nel 2010 Anna ha pubblicato due volumi antologici di suoi scritti: il primo e più corposo è Dare forma al silenzio e il secondo è Sul ricordo della Shoah. Entrambe le antologie spaziano negli anni. Dare forma al silenzio raccoglie nella prima sezione (dal titolo Saggi storici) ricerche di storia delle donne dal 1985 in poi e nella seconda (dal titolo L’altra metà della storia) scritti sulla politica delle e per le donne che vanno dal 1983 all’88.

La seconda antologia riunisce saggi pubblicati tra il 1993 e il 2006. In realtà Anna era già una storica attiva prima del 1983 (data del primo scritto ripubblicato che contiene riferimenti a esperienze antecedenti), avendo dedicato le sue prime ricerche alle riforme amministrative di Antonio Di Rudinì, al movimento contadino e al ruolo del ministro Gullo negli anni della Ricostruzione. È nei primi anni ’70 che ci siamo conosciute (io venivo da Milano) tramite l’Irsifar e siamo diventate amiche mentre collaboravamo insieme al gruppo di ricerca scientifica dell’INSMLI, già allora con competenze diverse (da quel lavoro, per intenderci, sarebbe nato il suo Il Ministro e i contadini e il mio Stato e industria nella Ricostruzione).

Nelle scelte disciplinari successive scoprimmo di essere quasi sempre divise. È di questa vitale “differenza” che vorrei parlare prendendo spunto dalle due raccolte, con l’intento non solo di rendere omaggio a Anna, ma di offrire una testimonianza sulla storiografia contemporanea, che conosce una prima cesura negli anni ’70, quando è investita da un’ondata di rinnovamento in linea con il dibattito internazionale (storia sociale, storia delle donne), ma anche dall’acuirsi, nel nostro paese più che altrove in ragione delle peculiarità del caso italiano, di contraddizioni inerenti al ruolo pubblico dello storico.

Non solo Rai, il voyeurismo è dilagante

di Vincenzo Vita

Sul caso incredibile di “Parliamone sabato” ha scritto con argomentazioni efficaci su “il manifesto” Bia Sarasini. Ma la discussione non è finita, e sono previste, giustamente, anche iniziative simboliche. Tuttavia, proprio per non chiudere il caso con la punizione “esemplare” della chiusura della trasmissione condotta da Paola Perego, qualche riflessione è doverosa. Troppo comodo, se no. In verità, quella incriminata è stata una particolare caduta negli inferi del sessismo misto al razzismo, vittime le donne dell’est.

Una sorta di errore di grammatica – uno dei più gravi come un altro con l’apostrofo, per dire – da leggere, però, nella sintassi sbrindellata di tanta parte del day time. I palinsesti della mattina e del pomeriggio, fino ai fatidici quiz che servono da traino ai telegiornali, sono infarciti di televisione voyeuristica, di pornografia del dolore, di utilizzo “normale” delle donne secondo gli stereotipi vieti dell’universo maschile. Una donna o è un genio o un’eroina, o inesorabilmente assume le sembianze della moglie o della fidanzata subalterne o della persona libera ma dai facili costumi.

Stiamo parlando delle consuete immagini che ci sono riflesse dai talk di appendice che riempiono i canali. Il discorso non riguarda solo la Rai, ovviamente. Anzi. L’intero contesto è da quel dì “berlusconizzato”: pubblico e privato hanno confuso i rispettivi ruoli, sfidandosi nella corsa al ribasso pere l’indice di ascolto. Urla, pianti a orologeria, strepiti e esibizione di anatomia femminile sono diventati dagli anni ottanta in poi una delle cifre distintive della televisione generalista, come ha messo in luce il noto libro di Lorella Zanardo e su cui si è soffermato il recente film “Femminismo” di Paola Columba.

L’otto tutto l’anno: oggi lo sciopero contro la violenza maschile sulle donne

di Ingrid Colanicchia

Lo avevano detto che la manifestazione del 26 novembre scorso contro la violenza maschile sulle donne non sarebbe stata che una tappa di un percorso più ampio e ambizioso. E le donne del movimento “Non una di meno” sono di parola: quella promessa trova infatti oggi conferma e nuovo slancio con lo sciopero generale indetto per l’8 marzo sotto lo slogan: “Se le nostre vite non valgono, allora ci fermiamo”.

«Constatiamo ogni giorno quanto la violenza sia fenomeno strutturale delle nostre società, strumento di controllo delle nostre vite e quanto condizioni ogni ambito della nostra esistenza: in famiglia, al lavoro, a scuola, negli ospedali, in tribunale, sui giornali, per la strada… per questo – spiegano le promotrici – il prossimo 8 marzo sarà uno sciopero in cui riaffermare la nostra forza a partire dalla nostra sottrazione: una giornata senza di noi».

Accogliendo l’invito a organizzare uno sciopero internazionale lanciato dalle donne argentine, la rete “Non una di meno” ha fatto quindi appello a tutti i sindacati per una giornata di mobilitazione nazionale. Cgil, Fiom, Cisl e Uil non hanno accolto la richiesta. Ma lo hanno fatto alcuni sindacati di base che hanno dunque indetto uno sciopero generale di 24 ore (Usi, Usb, Cobas, Slai Cobas per il sindacato di classe, Confederazione dei comitati di base, Sial Cobas, Usi-ait, Sindacato generale di base; la Flc-Cgil – lavoratori settore della scuola pubblica e privata – ha indetto 8 ore di sciopero).

“Non una di meno”: il 26 novembre a Roma per dire no alla violenza sulle donne

di Ingrid Colanicchia

«Ni una mujer menos, ni una muerta más». Non una donna in meno, non una morta in più. Si racconta che dicesse spesso così Susana Chávez, la poeta messicana, attivista per i diritti umani, che ha speso gran parte della sua vita per denunciare i femminicidi che hanno reso tristemente nota Ciudad Juárez, la città dove era nata e dove, nel 2011, a soli 36 anni, ha trovato la morte: mutilata e uccisa con tutta probabilità per quella sua stessa battaglia.

La speranza di Susana non si è tradotta in realtà: da allora, in Messico e non solo, di morte ammazzate per mano di un uomo ce ne sono state tante. Al punto che “Ni una menos” è diventato il nome di un intero movimento che in America Latina riempie le piazze per dire no alla violenza sulle donne.

Un grido collettivo che ha attraversato l’Oceano e che sarà scandito a gran voce da quante e quanti il 26 novembre confluiranno a Roma per la manifestazione nazionale “Non una di meno”, indetta dalla Rete IoDecido (che a Roma, da tre anni, si è mobilitata sul tema della salute, contro la violenza di genere eccetera); da D.i.Re – Donne in rete contro la violenza (che riunisce i Centri Antiviolenza non istituzionali e gestiti da associazioni di donne sparsi sul territorio nazionale); e dall’Udi – Unione donne in Italia (storica associazione femminile nata tra il 1944 e il 1945 dall’esperienza dei Gruppi di Difesa della Donna, creati in supporto alla Resistenza).

“Libertina, snaturata, irosa”: storia delle donne internate in manicomio durante il fascismo

a-internate

di Elena Viale

Mentre in Italia restano da chiudere ancora due Opg – gli ospedali psichiatrici giudiziari tristemente famosi per la loro lunga storia di condizioni disumane di degenza – e si fanno tentativi di ristrutturare l’istituzione dalle fondamenta, dal passato delle cure psichiatriche del nostro paese continuano a emergere terribili testimonianze.

Durante il Ventennio fascista, per esempio – complice l’ampliarsi della categoria della “devianza” morale e sociale – i manicomi si riempirono di donne accusate di essere libertine, indocili, irose, smorfiose o, soprattutto, madri snaturate. I ricercatori Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante hanno passato al vaglio i documenti del manicomio cittadino di Sant’Antonio Abate, uno degli storici luoghi di trattamento dei disturbi psichici e custodia di persone sgradite alla società, per raccontare le vite delle donne che vi erano recluse durante quel periodo. Ora foto, lettere e cartelle cliniche dell’archivio dell’istituto sono esposte in una mostra in corso alla Casa della Memoria e della Storia di Roma.

Ho contattato Annacarla Valeriano, della Fondazione Università degli Studi di Teramo, per parlare di devianza, ospedali psichiatrici e foto segnaletiche.

“Donne, aspirate all’indipendenza economica”: Bianca Pitzorno si racconta

Bianca Pitzorno

Bianca Pitzorno

di Noemi Milani

“Come diceva Elsa Morante, la letteratura è trasfigurazione e quindi anch’io ho sempre scritto storie vere e che sentivo vicine. Per questo motivo quasi sempre quelle che racconto sono vicende di donne: ho studiato con altre ragazze e, nonostante abbia due fratelli, fino all’adolescenza i maschi erano ridicoli per me, quasi non esistevano. Al contrario ho sempre conosciuto bene i desideri e le storie delle donne”, racconta Bianca Pitzorno, nel salotto del suo appartamento a Milano.

Autrice di culto per generazioni di lettori, non ama le domande scontate e nemmeno i lettori frettolosi che, dopo aver letto il suo ultimo romanzo, La vita sessuale dei nostri antenati, si chiedono perché la storia abbia un finale che sembra aperto. Preferisce parlare di femminismo, donne e il loro ruolo nella società di oggi, come in quella di ieri.

Il suo ultimo romanzo

“In tanti mi dicono che Ada sono io, invece l’unica cosa che abbiamo in comune è l’anno di nascita”, ammette la scrittrice. “Di tutti i personaggi del romanzo, solo Claudia Eugenia, l’antenata del 1700, è ispirata a una mia vera ava, Donna Lucia. Era una sorta di eroina nella rivoluzione contro i Savoia, figlia unica e non sposata, era diventata inseparabile con una coppia di banditi.

Addio a Sandra Mantovani, voce della storia e della libertà

di Antonio Bonomi

L’8 marzo, ogni anno, da decenni è costume che da tutte le reti radio e tv risuoni la voce di Sandra Mantovani, storica interprete dei canti popolari e di protesta italiani. È morta il 1 ottobre scorso, a 88 anni, nella sua casa a Milano. Con il marito, l’etno-musicologo Roberto Leydi e un gruppo di “noi di sinistra”, fece vivere un filone di ricerca e di diffusione del patrimonio popolare, dai “Dischi del Sole” e “Nuovo Canzoniere Italiano” a spettacoli di grande successo come “Bella Ciao” e “Ci ragiono e Canto” degli anni Sessanta. Le sue canzoni ci indicano ancora le aggrovigliate vie della storia e della libertà.

Oltre il Fertily Day: “Io, mamma lavoratrice, non ce l’ho fatta”

Oltre il Fertily Day

Lettera di una donna che ha chiesto di restare anonima

Dopo giorni di lacrime e dubbi scrivo a te, rendendoti destinatario di un flusso di coscienza ma anche di una dichiarazione di fallimento. Prima di entrare nel merito dello sfogo, ti racconto però un breve aneddoto che ti farà sorridere… Ho sempre sognato di fare la giornalista, fin da bambina, e ti ho sempre letto; quando al liceo ci assegnarono un tema sui nostri miti, mentre i miei compagni parlarono di Che Guevara o di Bob Marley, io parlai di te… Scrissi di volermi occupare di cronaca di costume perché l’unica cosa in cui ero brava era osservare la gente e il mio maestro eri tu…

Son passati 20 anni da quel tema e la realtà è che non sono diventata giornalista. Mi sono iscritta a giurisprudenza perché, figlia di magistrato, ho seguito il consiglio paterno, quel genere di consigli che ti pesano come macigni ma che ti sembrano ineluttabili, perché non riesci a contraddire la persona che per te è l’essenza della ragionevolezza. Son finita a fare l’avvocato, neanche troppo brava, e provo anche a fare la madre, ruolo cercato e voluto con lacrime e sangue (ho perso in grembo ben due figli, ma ho due bimbe meravigliose). Ma proprio in questo sta il mio fallimento.

Ci ho provato, disperatamente, a conciliare le due cose. Ho chiesto orari ridotti che mi consentissero di portare le piccole al nido o alla scuola materna, mi sono avvalsa di tate, di aiuti di ogni genere, e per qualche tempo mi sono anche illusa di poter fare tutto. Ma la realtà è che è impossibile. Pur con tutti gli aiuti del mondo, ti ritrovi con il conto in banca prosciugato dagli stipendi alle tate e alle sostitute delle tate, dai folli costi dei nidi e delle attività extrascolastiche (che, pur senza esagerare, ti paiono irrinunciabili, come ad esempio un corso di nuoto, uno di inglese) e al contempo devi convivere con enormi sensi di colpa che ti tormentano.

Il burkini, la libertà delle donne e il ritorno del sacro

Burkini

Burkini

di Cinzia Sciuto

26 agosto 2016, a Francoforte è una giornata molto calda e le famiglie cercano un po’ di frescura nei parchi cittadini, alcuni dei quali sono attrezzati con piscinette e giochi d’acqua per i bimbi. Lei è seduta a bordo piscina, indossa dei pantaloni lunghi, arrotolati alle caviglie perché non si bagnino, una maglietta a maniche lunghe, sopra alla quale scivola un largo camicione smanicato. Il capo è coperto da una fascia nera che le avvolge la fronte e sulla quale è annodato un foulard. Avrà 30-35 anni.

È visibilmente accaldata, bagna più volte la mano e la porta alla fronte per rinfrescarsi. Davanti a lei sguazza una bimbetta di circa 4 anni, che indossa un costume da bagno e si diverte a schizzare la mamma. Guardo questa scena, guardo la bimba, e la prima cosa che mi viene in mente è: “Quando toccherà a lei? Quand’è che perderà l’innocenza dell’infanzia? Quando perderà il diritto di divertirsi liberamente e assumerà degli obblighi? Quand’è che sarà costretta a coprire il proprio corpo da capo a piedi anche in piena estate? A 12, 13 anni? O forse prima? Forse alla comparsa delle mestruazioni? Il che può avvenire anche intorno ai 9 anni…”.

In questa situazione due cose mi si sono materializzate molto chiaramente in testa. La prima è che se in quel momento fosse arrivato un gendarme (con i pennacchi, con i pennacchi…) e avesse intimato a quella donna di allontanarsi perché il suo abbigliamento non era consono, io, con il mio bikini, mi sarei battuta con le unghie e con i denti perché potesse rimanere così, vestita come era, lì dove era.