Nessuno spazio a Forza Nuova: Bologna è antifascista

di Coalizione Civica per Bologna

La presenza di Forza Nuova a Bologna, come quella di Casa Pound, con gli indegni caroselli di Berselli, sono una provocazione nella città Medaglia d’oro alla Resistenza. Lo sono da sempre. Lo sono dichiaratamente. E male hanno fatto le istituzioni cittadine a sottovalutare il problema, per tutto questo tempo, obbligando la città a subire la situazione odierna. Formazioni politiche che si richiamano direttamente al fascismo sono fuori dall’arco costituzionale e, in un paese capace di fare i conti con il proprio passato e di applicare la Costituzione, sarebbero già state messe al bando e sciolte da tempo.

Per questo chiediamo con forza che sia revocato l’uso di Piazza Galvani per il comizio di Forza Nuova domani, venerdì 16 febbraio. A livello di potestà comunale, chiediamo nuovamente che sia accelerato l’iter, per dare corso a quanto sancito dal Consiglio Comunale con l’approvazione dell’ordine del giorno di Coalizione Civica (Bologna è antifascista): nessuno spazio sia concesso a chi non rispetta il dettato costituzionale. Un passo piccolo, ma necessario, che sta avendo riscontri anche nei comuni della città metropolitana, come in molte altre città.
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Iran, rabbia antica nella rivolta imprevista

di Marina Forti

Le proteste scoppiate in Iran negli ultimi giorni di dicembre hanno colto tutti di sorpresa: il regime, il governo del presidente Hassan Rohani, le forze di sicurezza che hanno reagito in ritardo, i commentatori interni e quelli stranieri, che si sono buttati a cercare analogie con l’ondata di proteste seguita alle elezioni presidenziali del 2009.

Le analogie evidenti sono le strade invase da folle per lo più molto giovani, i gesti di sfida dei manifestanti, e l’ampio uso di telefonini per far circolare immagini e brevi video. Ma le analogie si fermano qui, le differenze sono molte. Negli ultimi giorni in Iran è emersa una corrente sotterranea di rabbia che va oltre gli schieramenti politici noti. Cerchiamo di ricapitolare.

La prima manifestazione di protesta è scoppiata il 28 dicembre a Mashhad, nel nord-est del Paese, contro l’aumento dei prezzi dei generi alimentari – le uova ad esempio rincarate di quattro volte in poche settimane – di prima necessità. Proteste simili non sono nuove in Iran, anche se di solito non ricevono grande attenzione mediatica. In particolare, negli ultimi mesi sono state segnalate numerose piccole proteste su scala locale, ad esempio per gli stipendi non pagati o contro licenziamenti improvvisi. Ci sono state proteste quando banche o istituzioni di credito semi-ufficiali sono fallite lasciando i risparmiatori con nulla in mano.
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A Fermo, un presidio contro la “festa” di Casapound

di Mario Di Vito

Fermo dice no a Casapound. Nella città dove il nigeriano Emmanuel Chidi Namdi ha trovato la morte poco più di un anno fa, la visita del segretario del movimento di estrema destra Simone Di Stefano ha provocato la reazione del fronte democratico della cittadina marchigiana. Così, mentre la rinnovata sede di Casapound apriva i battenti, ieri pomeriggio, a qualche decina di metri di distanza, in piazza del Popolo, gli esponenti del Comitato 5 luglio (nato proprio per ricordare l’omicidio razzista di Emmanuel, ‘colpevole’ di non aver chinato la testa quando l’italiano Amedeo Mancini aveva dato della «scimmia» a sua moglie), con rappresenanti della Cgil, dell’Anpi e di altre associazioni si sono riuniti in presidio per volantinare e far sentire la voce della Fermo democratica e antifascista.

«In questa città la presenza di Di Stefano viene vissuta come una provocazione – dice il segretario regionale di Sinistra italiana Giuseppe Buondonno -. Purtroppo negli ultimi tempi le organizzazioni di stampo neofascista come Casapound gettano sempre più frequentemente la maschera».

Gli organizzatori del presidio attaccano ancora: «Coccolati dai poteri forti e tollerati da troppe amministrazioni locali, Casapound e i neofascisti cercano di ripresentarsi con una immagine ripulita anche grazie alle platee offerte dai talk show e dalla retorica della pacificazione, ignorando il carattere antifascista della Costituzione e sterilizzandone la memoria».
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Barricate caserecce e imprenditori politici del razzismo

a-gorino

di Annamaria Rivera

Dopo che Gorino Ferrarese è salita agli onori (si fa per dire) delle cronache per le sue barricate contro donne e bambini profughi, una nuova notizia è emersa dal fondo melmoso di questa frazione di Goro che conta appena 641 anime. Da almeno un anno e anche durante i giorni della vergogna, all’interno e all’esterno della chiesa locale è restata affissa un’ignobile locandina che recitava: «Visto che noi siamo, per voi, infedeli: ma perché non ve ne andate nel vostro califfato di Iraq con il santo Califfo El Bagdadi, il quale vive di armi e uccide a tutto spiano coloro che non sono sunniti?».

Autore dell’affissione e del testo, non precisamente evangelico, è il parroco Paolo Paccagnella, da oltre venticinque anni pastore delle pie pecorelle di Gorino, il quale di certo non condivide il giudizio severo dell’Arcidiocesi di Ferrara, che aveva definito la notte delle barricate come qualcosa «che ripugna alla coscienza cristiana». Ancor più ripugnante suona oggi l’invettiva del parroco, se si considera che tra le dodici richiedenti-asilo respinte coi loro otto bambini, a furor di barricate alla casereccia, v’erano alcune cittadine nigeriane di fede cristiana, fuggite, in modo tanto avventuroso quanto coraggioso, dalle persecuzioni e dalle orrende violenze di Boko Haram.

Manco a dirlo, anche in questa occasione il sindaco di Goro, Diego Viviani, è caduto dalle nuvole, lui che, durante le barricate, aveva più volte espresso comprensione per «la paura dei cittadini»: così scioccamente opportunista, il sindaco piddino, da non considerare che a dar manforte ai barricadieri caserecci fosse stato un buon numero di leghisti partiti da Ferrara, non precisamente suoi alleati.
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Tor Sapienza

La guerra è persa, la rabbia è rimasta. Come spiegare i recenti episodi di violenza in Italia

di Marcello Esposito e Francesco Cancellato

Diffondiamo da Tysm Literary Review l’intervista fatta il 16 novembre 2014 a Nadia Urbinati da Marcello Esposito e Francesco Cancellato. Nadia Urbinati, riminese, è titolare della prestigiosa cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York. Nel 2008 è stata insignita del titolo di Commendatore al merito della Repubblica Italiana, per aver «dato un significativo contributo all’approfondimento del pensiero democratico e alla promozione di scritti di tradizione liberale e democratica italiana all’estero». Pochi, meglio di lei, insomma, possono offrirci gli strumenti per leggere in filigrana quel che sta accadendo in questi difficile fase della storia dell’Italia che, sperando sia passeggera, continuiamo a definire crisi. E che più passa il tempo, più genera frustrazione, disillusione, rabbia.

D. Professoressa Urbinati, le botte agli operai della Thyssen, gli scontri di Tor Sapienza, l’aggressione a Salvini, l’assalto alla sede del Partito Democratico a Milano, così come le molte altre contestazioni di piazza di queste settimane. Che lettura dà dei tanti episodi di rabbia e violenza di queste ultime settimane?

R. Apparentemente non c’è un nulla che li lega: sono tutti fatti autonomi l’uno dall’altro, portati avanti da soggetti che rappresentano specifici problemi. Tuttavia, ognuno di loro, oltre a denunciare un problema, punta il dito verso una politica che non è in grado di risolverlo.
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Kill Billy: domani la protesta dei lavoratori Ikea in tutta Italia

Proteste Ikea - Foto IlFattoQuotidiano.it
Proteste Ikea - Foto IlFattoQuotidiano.it
di Noemi Pulvirenti

Colosso dell’arredamento a buon mercato, l’Ikea da anni è entrata nelle nostre case arredandole a buon prezzo e con design. Paghi poco i mobili e anche l’Ikea paga poco i propri dipendenti. Domani, sabato 26 luglio, in tutte le sedi nazionali ci saranno dei presidi promossi da SìCobas e AdlCobas in solidarietà dei facchini.

La protesta dei lavoratori è iniziata nell’ottobre del 2012 a Piacenza, quando i facchini delle cooperative del consorzio CGS hanno cominciato a scioperare per far valere i propri diritti di lavoratori chiedendo una più equa distribuzione del lavoro e una paga più onesta. Poiché frutto ormai della nuova moda in fatto di lavoro, anche le grandi multinazionali indossano i panni della subappaltazione per dar in pasto i lavoratori alle cooperative e alle loro condizioni.

A maggio di quest’anno però la San Martino, cooperativa appaltatrice di Piacenza, sospende 33 facchini tra i più attivi e sindacalizzati e di questi ne licenzia 24, giustificando il licenziamento per “comportamenti irrispettosi per i valori della cooperativa”. Queste 24 persone licenziate, tutti uomini e alcuni padri di famiglia, non hanno più uno stipendio e riescono a sopravvivere grazie alla Cassa di Resistenza, fondo di solidarietà che serve a sostenere lavoratori e lavoratrici impegnati in lotte in difesa del posto di lavoro. E non mancano le pressioni da parte della cooperativa che tenta di intimidire i lavoratori inviando lettere di contestazione.
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Migranti a Bruxelles

La mobilitazione dei rifugiati e dei migranti a Bruxelles

di Marta Lotto

Il Consiglio europeo si riuniva il 26 e 27 giugno 2014, sordo alle proteste che si alzavano a un isolato dalle proprie porte laddove la critica e la contestazione sono ammesse in tempi di summit. I contenuti di un corteo che riempivano di un senso diverso le parole d’ordine del vertice “libertà, sicurezza e giustizia” rimbalzavano sui vetri dei palazzi del SEAE – Il servizio Europeo per l’azione esterna, di un quartiere fantasma e deserto all’ora di cena.

Si costruivano consapevolezze e legami, motivazioni a scavalcare le divergenze per azioni e lotte comuni. Qualcuno sperava di poter influenzare gli orientamenti strategici della programmazione legislativa e operativa dell’UE in materia di immigrazione affidandosi a Dio e alla bontà delle proprie ragioni, ma in molti echeggiava un senso di impotenza e cresceva la determinazione a costruire percorsi politici per guadagnare visibilità e per ottenere libertà di circolazione, di mobilità e di vita.

Nel palazzo si rafforzava l’impegno a “mettere in opera una gestione efficiente delle frontiere esterne dell’UE, attraverso la prevenzione e la lotta contro l’immigrazione irregolare, anche per evitare perdite di vite umane di migranti che intraprendono viaggi pericolosi”.
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Bologna: con la comunità eritrea contro il Festival filo-regime

Festival Bologna Eritrea
Festival Bologna Eritrea
di Melting Pot Europa

Come denuncia il Coordinamento Eritrea Democratica, il Festival che si terrà a Bologna il prossimo fine settimana è un evento-propaganda di una dittatura responsabile di detenzioni arbitrarie, torture e sistematica negazione della libertà di espressione e religione. Dall’oppressione del governo eritreo fuggono ogni mese almeno 3 mila persone, per la maggior parte giovani che tentano di sottrarsi alla schiavitù della leva militare a tempo interminato e ad un futuro già ipotecato nella sottomissione e nell’obbedienza.

La loro fuga, come quella di tanti altri che scappano da persecuzioni inenarrabili, incontra la violenza dei regimi di frontiera dell’Europa e non solo, molti sono imprigionati e rapiti in Egitto e in Israele, molti altri in Libia, mentre chi riesce ad attraversare il Mare Mediterraneo si trova a combattere contro l’accoglienza fallimentare del nostro governo e contro la trappola del regolamento di Dublino.

Contro tutto ciò ribadiamo la necessità che vengano subito attivati percorsi di ingresso regolari in Europa, per porre fine alle continui stragi di migranti alle frontiere vicine e lontane. Ma riteniamo urgente anche che le istituzioni sviluppino consapevolezza sulla situazione geo-politica dei paesi di provenienza di richiedenti asilo e migranti, rifiutando ogni collaborazione e complicità con governi responsabili dei peggiori crimini.
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Il Brasile mondiale e il paradosso nel Paese del “futebol”

Coppa del mondo in Brasile
Coppa del mondo in Brasile
di Maurizio Matteuzzi

Domenica 15 luglio, nell’euforia per la rocambolesca vittoria per 2 a 1 sull’Ecuador all’ultimissimo istante della sua prima partita ai mondiali in Brasile, certamente la nazionale Svizzera non ha prestato attenzione a una particolarità (quasi) unica del teatro della sua impresa: aver giocato e vinto nello stadio più caro del mondo dopo quello londinese di Wembley, ricostruito nel 2007 al costo di 918 milioni di euro, e dopo il nuovo Yankee Stadium di New York, inaugurato nel 2009 e costato 1100 milioni di euro.

Lo Stadio nazionale di Brasilia, intitolato all’indimenticabile Mané Garrincha, la “alegria do povo”, è costato 664 milioni di euro. Tre volte tanto il budget inizialmente previsto e il più costoso fra i 12 stadi costruiti o rimodellati in occasione della grande e controversa kermesse brasiliana. Peraltro costati tutti fra il doppio e il triplo di quanto era stato calcolato dopo che nel 2007 la FIFA di Sepp Blatter aveva assegnato al Brasile i campionati mondiali del 2014.

Il Brasile di Lula era in pieno boom economico e sociale e l’assegnazione della massima manifestazione del calcio sembrava il logico riconoscimento del suo nuovo status sulla scena internazionale (sancito poi, nel 2009, anche dalla scelta di Rio de Janeiro come sede delle olimpiadi del 2016). Allora l’entusiasmo per quello che fu subito definito, dato il rapporto simbiotico fra il “futebol” e il paese, “il mondiale dei mondiali”, era (quasi) unanime – i sondaggi davano l’80% di giudizi favorevoli – e l’appuntamento era visto sia come la grande occasione per la Seleção verde-oro, già “pentacampeão”, di conquistare il sesto titolo e divenire l’unica e irraggiungibile “hexacampeão”, sia come una sorta di risarcimento, 64 anni dopo, per il tragico “Maracanzo” del 1950, quando l’Uruguay del grande Obdulio Varela, celebrato da Osvaldo Soriano e Eduardo Galeano, vinse per 2 a 1 la finale contro il Brasile gelando i 200 mila del Maracanã e procurando una ferita nell’immaginario collettivo brasiliano che non si è più rimarginata.
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Forconi - Foto di Mirko Isaia

Lavoro o rivolta: tra forconi e proteste la ripresa che non si vede

di Sergio Caserta

C’era da aspettarselo: quando riferendosi alla Grecia al collasso e percorsa dai sommovimenti della gente disperata, ci dicevano tranquillizzanti che in Italia la situazione era diversa, era lo sguardo degli occhi “foderati di prosciutto” di chi si ostina a edulcorare la realtà per esorcizzare i problemi.

Le piazze infiammate dai “forconi inferociti”, i blocchi stradali, l’aria di rivolta contro tutto e tutti ma che s’indirizza con determinazione contro la classe politica, fanno temere una situazione fuori controllo dagli sbocchi imprevedibili. Il Paese è attraversato da tensioni fortissime, il governo Letta mostra la sua insufficienza strutturale, rispetto a una situazione che si fa ogni giorno più pesante; appare in tutta la sua drammatica evidenza il clamoroso errore politico di aver dato vita alle larghe intese, e poi a quelle ristrette, lasciando a un Berlusconi decaduto ma non disarmato, l’opportunità di un’opposizione spregiudicata con la corrispondenza delle folle in pericoloso movimento, tant’è che ha già provveduto a incontrare i capirovolta.

Grillo fa la sua parte per agitare la situazione ma non è lui il vero pericolo, le masse si dirigeranno naturalmente a destra se non c’è una svolta politica molto chiara e netta. Ci vogliono risposte urgenti e risolute sul piano economico e sociale, andava già fatto e si è perso un tempo irragionevole.
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