Sudan: i rivoluzionari esortano l’esercito a unirsi al popolo

di Giovanna Lelli, per il Comitato Europeo di Solidarietà con il Popolo Sudanese Il 6 aprile 2019 una gigantesca manifestazione a Khartoum (Sudan) occupa i luoghi antistanti la sede delle Forze Armate, nell’intento di esortarle a unirsi al popolo. Le masse dichiarano che vi resteranno fino alla caduta del regime. Gli slogan sono semplici e […]

Roma: Torre Maura peggio dell’Alabama

di Alessandro Portelli A costo di ripetermi: era meglio l’Alabama. Quello che è successo a Torre Maura in questi giorni, coagulo massiccio di infiniti episodi sparpagliati in tutta Italia, è una specie di pogrom verso un popolo su cui già è stata sperimentata la «soluzione finale». La distruzione del cibo destinato a famiglie e bambini […]

La Francia delle fratture

di Bruno Giorgini

A Parigi e nel resto di Francia, da Strasburgo a Marsiglia da Bordeaux a Toulouse, e lungo le strade coi blocchi, il movimento dei Gilet Jaunes (GJ) scende in piazza per il sedicesimo sabato consecutivo. Nessuno all’inizio c’avrebbe creduto, e invece decine di migliaia di persone si mobilitano da tre mesi, in modo militante occupando strade e piazze, spesso scontrandosi con la polizia. Nella capitale si muovono due cortei, stavolta inquadrati dalla polizia e con in nuce un servizio d’ordine dei manifestanti, fatto del tutto inedito.

Sugli Champs, dove c’è l’Eliseo e gli altri palazzi del potere, il dispositivo di sicurezza è molto fitto. D’altra parte Macron si era premurato di dire e ribadire in più occasioni che chi partecipa a una manifestazione dove possono avvenire violenze, nel caso in cui accadano, ebbene egli se ne rende complice per il solo fatto di stare lì. Dichiarazione che, se presa alla lettera, viola qualunque criterio proprio allo stato di diritto e democratico.

Ma a forte impatto politico. Comunque sia, le manifestazioni parigine a colpo d’occhio segnano la fine, almeno per oggi, della fase anarco insurrezionale del movimento, non discostandosi per nulla dai normali cortei sindacali col proprio servizio d’ordine che concerta passo a passo il percorso con le forze di polizia. Nonostante qualche singolo e piccolo gruppo scalpiti, per esempio lungo gli Champs quando si è cominciato a urlare “Non siamo delle pecore” quando la polizia si faceva asfissiante pretendendo di dettare addirittura l’andatura. Così qualcuno ha scantonato nelle vie laterali, seguito da vicino dai guardiani in armi, alcuni dei quali sbuffavano perché portano addosso una sorta di armatura che pesa venti chili, e gli indisciplinati manifestanti correvano: “Lo fanno apposta per farci affaticare” e si capisce che usare il manganello non gli dispiacerebbe troppo. Però bonariamente.
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“Con parole loro”: viaggio nei luoghi (e tra i diritti) fatti a pezzi dalla crisi

di Loris Campetti

La più strabiliante scoperta della politica è che il lavoro non esiste. Il prodotto invece c’è, che sia materiale o immateriale comunque c’è. Che dietro il prodotto ci sia qualcuno che l’ha generato è ininfluente, se non si vede non esiste, dunque è sufficiente renderlo invisibile per cancellarlo. Un telefonino è un telefonino e non chi l’ha costruito. Un algoritmo è un algoritmo e non chi l’ha inventato. Una pizza è una pizza e non il pizzaiolo che ha tirato la pasta o il rider che te l’ha portata a casa in bicicletta.

Eccola la geniale intuizione della politica, una nuova teoria creazionista che non prevede l’evoluzione dalla materia prima al prodotto, cioè il lavoro. Eccola la strabiliante scoperta che ha fatto breccia nella cultura della sinistra politica. Chi invece ben conosce i generatori degli amati prodotti sono gli imprenditori, i quali però non hanno alcun interesse a far circolare la notizia della loro esistenza perché se li si ignora, se i produttori diventano sconosciuti cioè invisibili, non esistono. E se non esistono, i padroni possono farne quel che vogliono di quei generatori di prodotti, senza interferenze della politica o dell’informazione, anzi con la loro subalterna complicità.
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Stefano Palombarini: “I gilets jaunes costituiscono una coalizione piuttosto inedita”

di Lionel Venturini. Traduzione di Leonarda Martino

La crisi è ormai politica, e l’insurrezione dei “gilets jaunes” pone delle domande sulla sua capacità di durare. Per Stefano Palombarini, autore con Bruno Amabile de “L’illusion du bloc bourgeois” [1] la crisi politica francese non è legata a lotte d’apparato o personali ma alla difficoltà di formare un nuovo blocco dominante. Perché Macron, eletto aggregando le classi medie attorno alla borghesia, vede restringersi sempre di più la sua base sociale.

Quello dei “gilets jaunes” è un movimento composito. Come spiega il fatto che non si disintegri?

SP Il sondaggio Ifop [Institut français d’opinion publique] sulla natura del sostegno ai “gilets jaunes” fa apparire tre categorie che supportano il movimento: gli impiegati (63%), gli operai (59%) e i lavoratori autonomi (62%, auto-imprenditori, commercianti, artigiani). Questa coalizione sociale è piuttosto inedita in Francia. A colpire, nella lista delle rivendicazioni inviata ai media, è che tutti gli interventi reclamati si indirizzano al governo, non ai datori di lavoro. La sola rivendicazione salariale è la SMIC [2] che è fissata dal governo, con la richiesta di portarla a 1300 Euro, vale a dire 150 Euro più di oggi, cosa molto ragionevole. Quanto al potere d’acquisto, il nocciolo delle rivendicazioni è una riduzione delle imposte. È precisamente l’abbandono delle rivendicazioni salariali tradizionali a permettere l’unificazione del movimento tra categorie che altrimenti non riuscirebbero ad accordarsi tra loro.
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Nessuno spazio a Forza Nuova: Bologna è antifascista

di Coalizione Civica per Bologna

La presenza di Forza Nuova a Bologna, come quella di Casa Pound, con gli indegni caroselli di Berselli, sono una provocazione nella città Medaglia d’oro alla Resistenza. Lo sono da sempre. Lo sono dichiaratamente. E male hanno fatto le istituzioni cittadine a sottovalutare il problema, per tutto questo tempo, obbligando la città a subire la situazione odierna. Formazioni politiche che si richiamano direttamente al fascismo sono fuori dall’arco costituzionale e, in un paese capace di fare i conti con il proprio passato e di applicare la Costituzione, sarebbero già state messe al bando e sciolte da tempo.

Per questo chiediamo con forza che sia revocato l’uso di Piazza Galvani per il comizio di Forza Nuova domani, venerdì 16 febbraio. A livello di potestà comunale, chiediamo nuovamente che sia accelerato l’iter, per dare corso a quanto sancito dal Consiglio Comunale con l’approvazione dell’ordine del giorno di Coalizione Civica (Bologna è antifascista): nessuno spazio sia concesso a chi non rispetta il dettato costituzionale. Un passo piccolo, ma necessario, che sta avendo riscontri anche nei comuni della città metropolitana, come in molte altre città.
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Iran, rabbia antica nella rivolta imprevista

di Marina Forti

Le proteste scoppiate in Iran negli ultimi giorni di dicembre hanno colto tutti di sorpresa: il regime, il governo del presidente Hassan Rohani, le forze di sicurezza che hanno reagito in ritardo, i commentatori interni e quelli stranieri, che si sono buttati a cercare analogie con l’ondata di proteste seguita alle elezioni presidenziali del 2009.

Le analogie evidenti sono le strade invase da folle per lo più molto giovani, i gesti di sfida dei manifestanti, e l’ampio uso di telefonini per far circolare immagini e brevi video. Ma le analogie si fermano qui, le differenze sono molte. Negli ultimi giorni in Iran è emersa una corrente sotterranea di rabbia che va oltre gli schieramenti politici noti. Cerchiamo di ricapitolare.

La prima manifestazione di protesta è scoppiata il 28 dicembre a Mashhad, nel nord-est del Paese, contro l’aumento dei prezzi dei generi alimentari – le uova ad esempio rincarate di quattro volte in poche settimane – di prima necessità. Proteste simili non sono nuove in Iran, anche se di solito non ricevono grande attenzione mediatica. In particolare, negli ultimi mesi sono state segnalate numerose piccole proteste su scala locale, ad esempio per gli stipendi non pagati o contro licenziamenti improvvisi. Ci sono state proteste quando banche o istituzioni di credito semi-ufficiali sono fallite lasciando i risparmiatori con nulla in mano.
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A Fermo, un presidio contro la “festa” di Casapound

di Mario Di Vito

Fermo dice no a Casapound. Nella città dove il nigeriano Emmanuel Chidi Namdi ha trovato la morte poco più di un anno fa, la visita del segretario del movimento di estrema destra Simone Di Stefano ha provocato la reazione del fronte democratico della cittadina marchigiana. Così, mentre la rinnovata sede di Casapound apriva i battenti, ieri pomeriggio, a qualche decina di metri di distanza, in piazza del Popolo, gli esponenti del Comitato 5 luglio (nato proprio per ricordare l’omicidio razzista di Emmanuel, ‘colpevole’ di non aver chinato la testa quando l’italiano Amedeo Mancini aveva dato della «scimmia» a sua moglie), con rappresenanti della Cgil, dell’Anpi e di altre associazioni si sono riuniti in presidio per volantinare e far sentire la voce della Fermo democratica e antifascista.

«In questa città la presenza di Di Stefano viene vissuta come una provocazione – dice il segretario regionale di Sinistra italiana Giuseppe Buondonno -. Purtroppo negli ultimi tempi le organizzazioni di stampo neofascista come Casapound gettano sempre più frequentemente la maschera».

Gli organizzatori del presidio attaccano ancora: «Coccolati dai poteri forti e tollerati da troppe amministrazioni locali, Casapound e i neofascisti cercano di ripresentarsi con una immagine ripulita anche grazie alle platee offerte dai talk show e dalla retorica della pacificazione, ignorando il carattere antifascista della Costituzione e sterilizzandone la memoria».
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Barricate caserecce e imprenditori politici del razzismo

a-gorino

di Annamaria Rivera

Dopo che Gorino Ferrarese è salita agli onori (si fa per dire) delle cronache per le sue barricate contro donne e bambini profughi, una nuova notizia è emersa dal fondo melmoso di questa frazione di Goro che conta appena 641 anime. Da almeno un anno e anche durante i giorni della vergogna, all’interno e all’esterno della chiesa locale è restata affissa un’ignobile locandina che recitava: «Visto che noi siamo, per voi, infedeli: ma perché non ve ne andate nel vostro califfato di Iraq con il santo Califfo El Bagdadi, il quale vive di armi e uccide a tutto spiano coloro che non sono sunniti?».

Autore dell’affissione e del testo, non precisamente evangelico, è il parroco Paolo Paccagnella, da oltre venticinque anni pastore delle pie pecorelle di Gorino, il quale di certo non condivide il giudizio severo dell’Arcidiocesi di Ferrara, che aveva definito la notte delle barricate come qualcosa «che ripugna alla coscienza cristiana». Ancor più ripugnante suona oggi l’invettiva del parroco, se si considera che tra le dodici richiedenti-asilo respinte coi loro otto bambini, a furor di barricate alla casereccia, v’erano alcune cittadine nigeriane di fede cristiana, fuggite, in modo tanto avventuroso quanto coraggioso, dalle persecuzioni e dalle orrende violenze di Boko Haram.

Manco a dirlo, anche in questa occasione il sindaco di Goro, Diego Viviani, è caduto dalle nuvole, lui che, durante le barricate, aveva più volte espresso comprensione per «la paura dei cittadini»: così scioccamente opportunista, il sindaco piddino, da non considerare che a dar manforte ai barricadieri caserecci fosse stato un buon numero di leghisti partiti da Ferrara, non precisamente suoi alleati.
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Tor Sapienza

La guerra è persa, la rabbia è rimasta. Come spiegare i recenti episodi di violenza in Italia

di Marcello Esposito e Francesco Cancellato

Diffondiamo da Tysm Literary Review l’intervista fatta il 16 novembre 2014 a Nadia Urbinati da Marcello Esposito e Francesco Cancellato. Nadia Urbinati, riminese, è titolare della prestigiosa cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York. Nel 2008 è stata insignita del titolo di Commendatore al merito della Repubblica Italiana, per aver «dato un significativo contributo all’approfondimento del pensiero democratico e alla promozione di scritti di tradizione liberale e democratica italiana all’estero». Pochi, meglio di lei, insomma, possono offrirci gli strumenti per leggere in filigrana quel che sta accadendo in questi difficile fase della storia dell’Italia che, sperando sia passeggera, continuiamo a definire crisi. E che più passa il tempo, più genera frustrazione, disillusione, rabbia.

D. Professoressa Urbinati, le botte agli operai della Thyssen, gli scontri di Tor Sapienza, l’aggressione a Salvini, l’assalto alla sede del Partito Democratico a Milano, così come le molte altre contestazioni di piazza di queste settimane. Che lettura dà dei tanti episodi di rabbia e violenza di queste ultime settimane?

R. Apparentemente non c’è un nulla che li lega: sono tutti fatti autonomi l’uno dall’altro, portati avanti da soggetti che rappresentano specifici problemi. Tuttavia, ognuno di loro, oltre a denunciare un problema, punta il dito verso una politica che non è in grado di risolverlo.
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