Elezioni 2018: tutti a promettere tutto, ma la scuola non ha spazio

di Manlio Lilli

“Viene lanciata oggi la petizione dello Snals-Confsal che coinvolge il mondo della scuola, le famiglie e tutti i cittadini al di là di ogni appartenenza partitica o associativa. Con questa petizione lo Snals impegna i partiti a indicare chiaramente nei propri programmi elettorali misure e risorse per la scuola”. Una nota dello Snals Confsal ha ufficializzato un dato di fatto di questa lunga campagna elettorale. Lunga, ma sostanzialmente vuota in tanti ambiti.

Di certo in quello scolastico. Tutti a promettere tutto. Quasi tutto. La scuola non ha spazio. Fra tasse da togliere e aumenti retributivi da aggiungere, perché mai dovrebbe entrarci anche la scuola? A chi veramente interessa parlarne? Perché mai la politica dovrebbe interessarsene e proporre nei suoi programmi la “sua idea” sull’istruzione? Perché mai dovrebbe farlo se l’istruzione obbligatoria è un tema marginale per una buona parte del Paese. Per tanti genitori e per tanti alunni. Per tanti che pur non rientrando né nella schiera degli uni né degli altri, non lo ritengono nei fatti un tema rilevante.

La scuola non è una priorità della cosiddetta agenda politica. È evidente. Non lo è di chi, anche se con modalità differenti, ne fruisce. Figurarsi degli altri. Certo se ne parla, neppure tanto infrequentemente. Nelle occasioni più disparate. C’è l’ennesimo episodio di bullismo? La cronaca restituisce la notizia di una sparatoria tra baby gang? La xenofobia si affaccia in qualche parte del Paese? Emerge da una delle tante periferie italiane qualche storia di emarginazione? Il rimedio è sempre il medesimo.
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Tre mesi di Renzi: abbiamo così bisogno di credere a chi promette da non far caso al fatto che non mantiene?

Matteo Renzi
Matteo Renzi
di Rudi Ghedini

Era il 17 febbraio, esattamente tre mesi fa. Giusto tre mesi fa, Napolitano incaricava Renzi di formare un nuovo governo, dopo che Letta aveva presentato le sue dimissioni irrevocabili a seguito dell’approvazione a larghissima maggioranza di un documento da parte della direzione Pd. Era il 17 febbraio e Renzi scandiva: “Entro il mese di febbraio compiremo un lavoro urgente sulle riforme della legge elettorale e istituzionali, nel mese di marzo la riforma del lavoro, in aprile la pubblica amministrazione e in maggio il fisco” (agenzia Ansa).

Cominciava così il “governo del fare”. Sono passati 90 giorni. In questo periodo il Governo ha posto 9 volte la fiducia (su base annua, sarebbero 40): la compattezza della maggioranza ricorda molto i pentapartito degli anni Ottanta. Il 13 marzo, dopo il voto alla Camera sul cosiddetto Italicum, Renzi dettava: “Entro il 25 maggio dobbiamo riuscire a chiudere la partita della legge elettorale e la prima lettura della riforma del Senato”. Risultato: né l’una, né l’altro.

Da premier, Renzi ha detto che avrebbe fatto una riforma ogni trenta giorni, ne ha annunciata una ogni trenta minuti: l’elenco delle promesse – o degli annunci – si è gonfiato come la famosa rana. Dal pagamento di tutti i debiti (60 miliardi) della P.A. alla riduzione secca del 10% del costo dell’energia per le imprese, dal piano straordinario per l’edilizia scolastica all’abolizione delle Province, dalla nuova legge elettorale alla riforma del Titolo V della Costituzione, dall’abolizione del Senato elettivo a quella del Cnel, dal Jobs Act alla drastica riduzione dei compensi dei manager pubblici.
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