Bologna: da “hanno rubato un tram” a “un tram che si chiama desiderio”

di Paolo Natali Le vicende che riguardano la programmazione in materia di trasporto pubblico negli ultimi vent’anni ed oltre, a Bologna, possono essere racchiuse tra i titoli di questi due film (il primo è una commedia del 1954 ambientata a Bologna, il secondo è un dramma americano del 1951): dal tram progettato sul finire degli […]

Corno alle Scale, Abetone e Doganaccia: impianti sciistici e i soliti mega progetti folli

Corno alle Scale

di Claudio Corticelli

In questi giorni si parla di rilancio turistico dell’Appennino, attraverso un progetto sovra regionale che vuole unire le tre stazioni sciistiche di Corno alla Scale, Doganaccia e Abetone, rispolverando un’idea del 1963 che prevedeva una funivia Doganaccia-Scaffaiolo e un impianto di seggiovia con partenza da Tavola del Cardinale ed arrivo sotto al vecchio rifugio del lago.

Quindici milioni di euro la spesa prevista per la realizzazione delle opere, di cui 11 milioni reperibili da un possibile finanziamento nazionale con fondi destinati al rilancio dell’Appennino Tosco-Emiliano, gli altri 4 da trovare chissà dove. «Il percorso per il finanziamento di queste opere è cominciato qualche giorno fa, ora si tratta di realizzarlo in tempi brevi» è, secondo i presenti, l’annuncio fatto dal dirigente del settore Turismo della Regione Emilia Romagna a Vidiciatico, in occasione di un convegno tenutosi negli scorsi giorni.

In pieno periodo di cambiamenti climatici, di tagli ai bilanci pubblici e di riflessione sull’economia verde appare assurdo che a cavallo di Emilia Romagna e Toscana si stia parlando di un progetto di implementazione della rete di seggiovie e funivie per sviluppare il turismo sciistico invernale. Se si dà uno sguardo a piovosità e temperatura media dal 1961 al 2008 a Lizzano in Belvedere, si nota come la temperatura media annuale sia aumentata di 1 grado e la piovosità media annuale sia diminuita di 117 mm all’anno.
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Vivere da precari significa vivere un perenne stato di eccezione

Vita precaria - Foto dell'Anpi
Vita precaria - Foto dell'Anpi
di Azzurra Sottosanti

Quando ero bambina mia madre mi diceva che da grande avrei dovuto stare attenta a non diventare mai schiava di due cose: un uomo e un lavoro. Lei che, prossima alle nozze, aveva lasciato il fidanzato perché si sentiva soffocata dall’idea del posto fisso. Aveva paura della stasi – diceva – dell’assenza di cambiamenti. Abbandonò l’impiegato comunale e sposò mio padre, elettricista con ambizioni da cantautore. Sono tra scorsi decenni: di un marito nella mia vita neanche l’ombra, men che meno di un lavoro fisso. Sono arrivati gli Anni Zero, gli anni della rivoluzione digitale, di Internet, della democratizzazione del sapere.

Oggi ho 30 anni, una laurea con lode in filosofia, due master in marketing e comunicazione, diverse esperienze di lavoro all’estero, tre stage, numerosi corsi di recitazione e una significativa formazione professionale. Sono l’emblema della mia generazione, quella per cui la precarietà non è una circostanza, ma una condizione esperita quotidianamente. Sei anni fa mi sono trasferita dalla Sicilia a Roma. Ho fatto la commessa, l’insegnante, la cameriera, l’addetta stampa, la consulente d’impresa, l’aiuto-regista, la babysitter, la comparsa, l’attrice, la giornalista, l’organizzatrice di eventi, la segretaria, l’animatrice.
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Luigi Pintor

L’eredità di Pintor e i progetti per il futuro a un anno dalla nascista del sito IlManifestoBologna.it

di Mauro Chiodarelli

La giornata del 15 maggio scorso in ricordo di Luigi Pintor a Cagliari, seppur vissuta con un dolore sottile dentro tutti noi, non è stata una commemorazione ma, almeno per me, un’occasione di ripresa di consapevolezza sul nostro compito e sulla fatica di portarlo avanti. La rilettura di alcuni suoi scritti di 40 anni addietro (vengono i brividi solo a pensare al tempo trascorso) di una attualità spaventosa, le sue parole pacate, ironiche mai inutili, di alcune interviste fanno tornare la voglia di rimboccarsi nuovamente le maniche, non per il radioso futuro che ci attende bensì per l’immane lavoro che ci attende i cui frutti, se sapremo ben seminare, saranno altri a raccogliere; non i nostri figli, forse i nostri nipoti. Per noi, tra un’impresa e l’altra, la gratificazione di un buon bicchiere di vino (o di fresca acqua per gli astemi) con chi fatica al nostro fianco.

Leggendo e rileggendo l’ultimo scritto di Pintor, mi sono convinto che scrivendo di “una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d’istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un’area senza confini”, parlasse a noi indicandoci un nuovo comportamento.
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