Clima e migranti, dal Rojava una svolta

di Guido Viale Si fanno le guerre per appropriarsi del petrolio e poi si usa il petrolio per fare altre guerre (le emissioni mondiali degli apparati militari ammontano al 15% di quelle totali, ma non sono contabilizzate nell’accordo di Parigi). Le guerre producono profughi e per respingere i profughi si fanno altre guerre, come oggi […]

Come sarà l’Italia in mano ai razzisti

di Guido Viale

Come sarà l’Italia in mano a partiti razzisti? Bisogna cominciare a chiederselo. Combattere la solidarietà verso profughi e “stranieri” non la rafforza tra i “nativi”, ma distrugge anche quella: promuove il sospetto, l’invidia, l’insensibilità per le sofferenze altrui, la crudeltà.

E affida “pieni poteri” a chi governa: non solo per reprimere e tener lontane le persone sgradite, ma anche per giudicare sgradite tutte quelle che non obbediscono. La società che respinge e perseguita gli stranieri non può che essere autoritaria, intollerante, violenta. La storia del secolo scorso ci ha insegnato che questo è un piano inclinato da cui è sempre più difficile risalire.

Ma che risultati possono raggiungere i governi impegnati a fare “piazza pulita” di profughi e migranti? Nessuno. La pressione dei profughi sull’Europa continuerà, perché continueranno a peggiorare le condizioni ambientali dei paesi da cui centinaia di migliaia di esseri umani sono costretti a fuggire a causa del saccheggio delle loro risorse e dei cambiamenti climatici che colpiscono soprattutto i loro territori.
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Migranti: sono indignato per quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi

di Alex Zanotelli

Sono indignato per quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi verso i migranti, nell’indifferenza generale. Stiamo assistendo a gesti e a situazioni inaccettabili sia a livello giuridico, etico ed umano. È bestiale che Destinity, donna nigeriana incinta, sia stata respinta dalla gendarmeria francese. Lasciata alla stazione di Bardonecchio, nella notte, nonostante il pancione di sei mesi e nonostante non riuscisse quasi a respirare perché affetta da linfoma. È morta in ospedale dopo aver partorito il bimbo:un raggio di luce di appena 700 grammi!

È inammissibile che la Procura di Ragusa abbia messo sotto sequestro la nave spagnola Open Arms per aver soccorso dei migranti in acque internazionali, rifiutandosi di consegnarli ai libici che li avrebbero riportati nell’inferno della Libia.

È disumano vedere arrivare a Pozzallo sempre sulla nave Open Arms Resen, un eritreo di 22 anni che pesava 35 kg, ridotto alla fame in Libia, morto poche ore dopo in ospedale. Il sindaco che lo ha accolto fra le sue braccia , inorridito ha detto :”Erano tutti pelle e ossa, sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti”.

È criminale quello che sta avvenendo in Libia, dove sono rimasti quasi un milione di rifugiati che sono sottoposti – secondo il il Rapporto del segretario generale dell’ONU ,A. Guterres – a “detenzione arbitraria e torture, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale , a lavori forzati e uccisioni illegali”. E nel Rapporto si condanna anche “la condotta spregiudicata e violenta da parte della Guardia Costiera libica nei salvataggi e intercettazioni in mare”.
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La preziosa “dote” dei migranti

di Guido Viale

Accogliere è una parola che viene dal latino: ad-cum-ligare, legare insieme. Ma più che cercare il suo significato nel passato, dobbiamo costruirne uno nuovo, adatto ai tempi in cui viviamo, ai problemi con cui ci confrontiamo, alle persone che oggi sono al centro dello scontro politico e sociale: i profughi.

Innanzitutto accogliere non ha niente a che fare con le «rilocalizzazioni» pretese e non realizzate dalla Commissione europea che trattano i profughi come «pezzi» (Stücke, una parola che richiama ricordi atroci) da smistare. E con ciò, a prescindere dalla «selezione» (Selektion, altro termine dai rimandi atroci) con cui l’Unione europea pretende di accettarne alcuni e di scartare gli altri, attacca loro l’etichetta di «ingombri», problemi. Questo produce insofferenza, rancore e razzismo e spinge i Governi a inseguire le parole d’ordine delle destre.

Al di là delle false professioni di spirito umanitario, con i migranti la Commissione europea è più feroce di Trump. Inserita in questa cornice, anche la migliore «accoglienza» riservata a persone trattate come ingombri umilia sia loro che noi: sono esseri (umani?) di cui «non si sa che cosa fare»; Untermenschen di cui sbarazzarsi.

L’ospitalità, che un tempo era sacra, ci può indicare un’altra strada: l’ospite, lo «straniero», veniva trattato come un membro della famiglia (come il naufrago Ulisse nell’isola dei Feaci); poi veniva preparato e attrezzato per continuare il suo viaggio. E qual è la meta del viaggio dei profughi del nostro tempo?
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Uguali diritti e contro la ghettizzazione di migranti e profughi: l’appello e la manifestazione nazionale

Siamo quelle donne e quegli uomini che attraversano il pianeta, decine di milioni di persone strappate alla loro terra e ai loro cari dalle scelte geopolitiche, economiche e ambientali dei potenti, costrette ogni giorno a combattere contro i fili spinati e i muri fisici e ideologici. Siamo i dannati della globalizzazione e delle politiche antisociali imposte dall’Unione europea e dalla Banca centrale europea (BCE) alle popolazioni d’Europa e d’Italia, che privano le persone del reddito, del lavoro e dell’alloggio indipendentemente dalla provenienza geografica.

Basta parlare di noi, su di noi, contro di noi, o al posto nostro. Basta fare affari sulla nostra pelle, basta guadagnare voti sulla scelta di accoglierci o di cacciarci. Non abbiamo bisogno di retorica interessata, abbiamo bisogno di fatti. Il razzismo, lo sfruttamento sociale e lavorativo che viviamo concretamente non è possibile batterlo con la carità né speculando sulle nostre vite. Il razzismo si sta diffondendo proprio tra chi sta più in difficoltà, tra le persone più povere. Il cambiamento che vogliamo non può riguardare solo la nostra condizione ma anche quella di quanti soffrono uno stato di ingiustizia e di privazione.

È grazie ai tagli allo stato sociale e alla ghettizzazione di ampie fasce della società che molti territori, secondo una logica di confino e militarizzazione, sono stati trasformati in discariche di bisogni e depositi di ingiustizie sociali.
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Roma: nel palazzo di via Curtatone, prima dello sgombero

di Elettra Santori

Sulle facciate del Palazzo di via Curtatone, a Roma, è ricomparso l’anonimato di una volta, dopo i giorni tumultuosi dello sgombero dei migranti. Si presentava così, dismesso e apparentemente disabitato, anche quando lo frequentavo io, il Palazzo della Federconsorzi, sul finire del 2014. Lavorando nel campo dell’intercultura, avevo saputo da due colleghe, vicine ad ambienti parrocchiali, dell’occupazione di quel grosso edificio anni Cinquanta da parte di rifugiati eritrei scampati al grande naufragio di Lampedusa nell’ottobre 2013; ma, come seppi poi, vi si erano insediati anche eritrei da lungo tempo qui in Italia, e altri migranti, etiopi e somali per lo più.

All’epoca erano circa 400 persone in tutto, non ancora le 500 (secondo alcuni 800) di cui si è parlato in questi giorni. Le Istituzioni pagavano agli occupanti l’acqua e l’elettricità, e questo dava una parvenza di legalità alla loro incongrua presenza in un edificio razionalista vincolato dalla Sovrintendenza dei Beni culturali. Z., una mia collega, anche lei rifugiata eritrea, giunta in Italia ai tempi della guerra di indipendenza dall’Etiopia, aveva contatti con alcuni dei rifugiati di via Curtatone tramite la sua parrocchia, e aveva organizzato, assieme ad un’altra collega, una raccolta volontaria per i suoi connazionali, coinvolgendomi nel reperimento e nella distribuzione degli aiuti.

Ci davamo appuntamento il sabato pomeriggio e partivamo con la macchina carica di roba proveniente dai centri parrocchiali di raccolta dell’usato o smaltita dalle nostre case. Via Curtatone ci accoglieva silenziosa e intorpidita dal relax del fine settimana. Dall’esterno del palazzo, nulla lasciava trapelare la presenza di 400 migranti, come ci fosse in loro l’intento di non dare nell’occhio, di scivolare in sordina nella vita di un quartiere di uffici e sedi prestigiose.
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Crisi dimenticate e razzismo mediatico

di Vincenzo Vita

La sociologia dei media, a cominciare dal frequentatissimo manuale «Teorie della comunicazione di massa» di Mauro Wolf (1985), cita la vecchia «legge di McLurg», dal nome di colui che inventò lo schema delle classificazioni dominanti: un europeo equivale a 28 cinesi, 2 minatori gallesi a 100 pakistani.

Può darsi che l’annotazione sia stata scritta con English humour, ma purtroppo ci racconta la verità, e in difetto. Ad esempio, senza ovviamente volere sottovalutare l’uragano del Texas e le sue vittime, il tempo dedicato dai media occidentali a Houston è di gran lunga superiore a quello concesso alle 2000 persone morte per il colera in Yemen o ai 1000 deceduti per frane e inondazioni in Sierra Leone, o al valore assegnato ai disastri del conflitto rimosso dell’Afghanistan, o all’aggiornamento sulla Siria.

Per saperne qualcosa è indispensabile guardare la rete televisiva araba «all-news» Al Jazeera, che – non per caso – corre il rischio di essere chiusa. Gli esempi potrebbero essere numerosi. Si tratta, infatti, di una sorta di regola generale che ha oggi, dopo la fine dell’alibi del «muro» e dell’equilibrio del terrore, un sapore di vero e proprio «razzismo mediatico».
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I migranti di Piazza Indipendenza, il diritto alla casa e le occupazioni

di Alessandro Somma

Il violento sgombero dei migranti accampatisi nei giardini di Piazza Indipendenza a Roma, dopo essere stati allontanati dal palazzo che occupavano, ha ispirato innumerevoli commenti e prese di posizione. In massima parte l’operato delle forze dell’ordine è stato contestato, o al limite condiviso, dal punto di vista della sua equità o della sua opportunità politica. Non si è invece analizzata la vicenda dal punto di vista delle regole destinate a dirimere un conflitto che tradizionalmente agita la vita delle nostre città: quello tra i diritti dei proprietari di case e quelli di chi è senza casa.

Il diritto di proprietà è sicuramente un diritto fondamentale, forse il più risalente tra i diritti fondamentali, se è vero che i padri del liberalismo classico lo hanno considerato il fondamento primo della libertà individuale [1]. Peraltro, nel corso degli anni, il diritto di proprietà è stato ridimensionato nel suo carattere assoluto: come si dice nella Costituzione italiana, essa viene “riconosciuta e garantita dalla legge”, che tuttavia la disciplina in modo tale da “assicurarne la funzione sociale” e “renderla accessibile a tutti” (art. 42). Nel contempo si sono affermati i diritti sociali come strumenti per promuovere l’uguaglianza sostanziale, ovvero per rimuovere quanto sempre la Costituzione italiana definisce gli “ostacoli di ordine economico e sociale” che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3).

Tra i diritti sociali occupa un posto di primo piano il diritto alla casa, che non viene definito in termini espliciti dalla Costituzione italiana, e che tuttavia è considerato implicito nella protezione della famiglia e dell’infanzia (art. 31) e nel diritto dei lavoratori a una retribuzione sufficiente a condurre una vita dignitosa (art. 36). Comunque sia, il diritto alla casa trova riscontri numerosi e puntuali nel diritto internazionale. Già la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 ha infatti precisato che “ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo… all’abitazione” (art. 25).
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Migranti, chi infligge colpi mortali al codice morale

di Marco Revelli

Negli ultimi giorni qualcosa di spaventosamente grave è accaduto, nella calura di mezza estate. Senza trovare quasi resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’«inumano» è entrata nel nostro orizzonte, l’ha contaminato e occupato facendosi logica politica e linguaggio mediatico. E per questa via ha inferto un colpo mortale al nostro senso morale.

L’«inumano», è bene chiarirlo, non è la mera dimensione ferina della natura contrapposta all’acculturata condizione umana. Non è il «mostruoso» che appare a prima vista estraneo all’uomo. Al contrario è un atteggiamento propriamente umano: l’«inumano» – come ha scritto Carlo Galli – «è piuttosto il presentarsi attuale della possibilità che l’uomo sia nulla per l’altro uomo».

Che l’Altro sia ridotto a Cosa, indifferente, sacrificabile, o semplicemente ignorabile. Che la vita dell’altro sia destituita di valore primario e ridotta a oggetto di calcolo. Ed è esattamente quanto, sotto gli occhi di tutti, hanno fatto il nostro governo – in primis il suo ministro di polizia Marco Minniti – e la maggior parte dei nostri commentatori politici, in prima pagina e a reti unificate. Cos’è se non questo – se non, appunto, trionfo dell’inumano – la campagna di ostilità e diffidenza mossa contro le Ong, unici soggetti all’opera nel tentativo prioritario di salvare vite umane, e per questo messe sotto accusa da un’occhiuta «ragion di stato».
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La Libia, le Ong, la politica del caos nel Mediterraneo

Intervento militare in Libia

di Barbara Spinelli [*]

Il Parlamento italiano ha autorizzato l’invio di navi da guerra nelle acque territoriali libiche con il compito di sostenere la guardia costiera di Tripoli nel contrasto ai trafficanti di uomini e nel rimpatrio di migranti e richiedenti asilo in fuga dalla Libia. La risoluzione, affiancata al tentativo di ridurre le attività di ricerca e soccorso di una serie di Ong, è discutibile e solleva almeno sei interrogativi:

  • 1) Come può la Libia, la cui sovranità sarà, secondo il governo italiano, integralmente garantita, «controllare i punti di imbarco nel pieno rispetto dei diritti umani», quando non è firmataria della Convenzione di Ginevra, dunque non è imputabile se la viola?
  • 2) Come può dirsi rispettata la sovranità in questione, quando di fatto quest’ultima non esiste? È infatti evidente che il governo di Fayez al-Sarraj non esercita alcun monopolio della violenza legittima – presupposto di ogni autentica sovranità – come si evince dalla condanna dell’operazione militare italiana ed europea da parte delle forze politiche e militari che fanno capo al generale Khalifa Haftar.
  • 3) Come può esser garantito il pieno “controllo” dell’Unhcr e dell’Oim sugli hotspot da costruire in Libia, e rendere tale controllo compatibile con la sovranità territoriale libica affermata nella risoluzione parlamentare? E come possono Unhcr e Oim gestire “centri di protezione e assistenza” in un Paese in cui, stando a quanto dichiarato il 16 maggio dallo stesso direttore operativo di Frontex, Fabrice Leggeri, «è impossibile effettuare rimpatri», visto che «la situazione è tale da non permettere di considerare la Libia un Paese sicuro»?

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