Morti per amianto: ancora rinvii al “palazzo dell’ingiustizia”

del Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio

Di amianto si continua a morire, i processi ritardano e l’ingiustizia continua. Dopo ripetuti rinvii e cambiamenti di giudici al Palazzo di Giustizia di Milano (che noi, vittime dell’amianto il Palazzo consideriamo “il palazzo dell’ingiustizia” per le continue assoluzioni dei manager imputati delle morti d’amianto) si è tenuta finalmente l’udienza del processo per l’amianto al Teatro alla Scala, che vede come imputati rinviati a giudizio 5 dirigenti del Teatro, accusati della morte di 10 lavoratori a causa dell’amianto.

Davanti al pm Maurizio Ascione e al nuovo giudice Mariolina Panasiti, presidente della 9° sezione penale, si è finalmente aperto il processo, subito rinviato dopo che la giudice ha giustificato i ritardi con la mancanza di organico. La prossima udienza si terrà il 19 marzo alle ore 9,30 nell’aula 9 bis. Anche nel Teatro alla Scala, il tempio della musica noto in tutto il mondo, era presente una grande quantità di amianto che ha avvelenato diversi lavoratori uccidendone 10, fra cui macchinisti di scena, un orchestrale, un cantante del coro e un vigile del fuoco. Data la massiccia presenza della sostanza cancerogena, è probabile che siano stati contaminati, negli anni, anche spettatori del Teatro.

Quali parti civili in questo processo, oltre al nostro Comitato (sempre presente a tutte le udienze), Medicina Democratica e Associazione Italiana Esposti Amianto – difese dall’avvocata Laura Mara – sono state ammesse altre associazioni: il Comitato Ambiente e Salute del Teatro alla Scala, il sindacato CUB Informazione Spettacolo, la CGIL, INAIL e ATS (ex ASL), ANMIL. Presenti all’udienza anche i responsabili civili (Fondazione Teatro Scala e Centro Diagnostico Italiano).
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Ricostruzione di Gaza: zero costruzioni, massimi profitti

Palestina - Foto di Ryan Rodrick Beiler / Activestills.org
Palestina - Foto di Ryan Rodrick Beiler / Activestills.org
di Edo Konrad, traduzione di InvictaPalestina

L’ultimo attacco israeliano a Gaza ha lasciato almeno 2.000 palestinesi uccisi e 17.000 case distrutte, rendendo oltre 110.000 persone senza casa e trasformato gran parte della striscia di macerie. A seguito di palesi violazioni israeliane del diritto internazionale umanitario, la crisi umanitaria già esistente nella Striscia di Gaza assediata è stata ulteriormente peggiorata.

Non solo Israele è riuscito a evitare condanne per la sua responsabilità, ma ha anche beneficiato economicamente dalle rovine che ha causato. La ricerca sul caso Nesher, l’unico produttore di cemento israeliano, mostra come il mercato israeliano delle costruzioni trae profitto dalla distruzione che Israele ha provocato nella Striscia di Gaza.

L’accordo trilaterale delle Nazioni Unite: garantire profitto israeliano

Nel mese di settembre 2014, l’accordo trilaterale delle Nazioni Unite stipulato tra le Nazioni Unite, Israele e l’Autorità Palestinese ha fornito un quadro normativo temporaneo per l’industria di ricostruzione di Gaza. Questo accordo è stato indicato come un mezzo per superare l’embargo e alleviare la sofferenza umana nella Striscia di Gaza, in base all’accordo Israele avrebbe fornito con misure di sicurezza e di controllo sul movimento degli aiuti, le merci di ricostruzione e i materiale.
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“The ethical economy”: il valore del lavoro

The ethical economy
The ethical economy
di Adam Arvidsson e Nicolai Peitersen

Cos’è il valore, veramente? Mentre l’economia moderna ha messo da parte la questione del valore definendola come “non scientifica”, la teoria sociale moderna ha teso a considerare il valore come un fatto, come qualcosa ancorato alle realtà dei mondi fisici. Per quello che riguarda l’economia, proviamo a prendere in considerazione la “Teoria del Valore Lavoro”.

Sviluppata da “economisti politici” come Adam Smith e David Ricardo, che scrivevano durante la rivoluzione industriale del Diciottesimo e Diciannovesimo secolo (nel caso di Smith un po’ prima della “rivoluzione”), la “Teoria del Valore Lavoro” è divenuta il muro difensivo dell’economia e del pensiero politico marxisti. In estrema sintesi, essa afferma che tutti i valori nell’economia possono essere derivati dal tempo medio del lavoro necessario a produrli. E, conseguentemente, i profitti rappresentano un “furto” di questo tempo di lavoro.

In quanto teoria relativa a come sono formati i prezzi, la “Teoria del Valore Lavoro” poteva aver senso nelle realtà semplici della produzione in fabbrica della prima metà del ‘900. Ma come lo stesso Marx comprese negli anni attorno al 1850, il movimento verso una più alta complessità della cooperazione industriale e l’estensione delle catene di valore hanno reso progressivamente sempre più difficile isolare il contributo dato dal tempo di lavoro al prezzo. Nonostante ciò, la “Teoria del Valore Lavoro” è divenuta enormemente influente come modo di pensare al valore e per compiere scelte legate a questo nella società industriale.
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