Le aste dei discount che svendono il latte dei pastori sardi

di Stefano Liberti e Fabio Ciconte

Mentre i pastori sardi versavano il loro latte in strada per protestare contro i bassi prezzi d’acquisto, il gruppo Eurospin lanciava un’asta al buio per assicurarsi al minor prezzo possibile una partita da diecimila quintali di pecorino.

Proprio quando la protesta era appena cominciata, nei primi giorni di febbraio, il discount ha convocato i produttori di pecorino romano chiedendogli di fare un’offerta, al massimo ribasso, per una fornitura di formaggio grattugiato, porzionato e in forma intera. La gara d’asta – fatta online – è durata circa mezz’ora ed è stata vinta da due importanti imprese dell’isola a un prezzo di poco superiore a cinque euro al chilo.

“Così la grande distribuzione organizzata orienta tutto il mercato al ribasso”, dice Salvatore Palitta, presidente dimissionario del consorzio per la tutela del formaggio pecorino romano. “Attraverso le aste, le insegne dei supermercati strozzano una filiera che è già pesantemente in affanno”.

Finito al centro delle polemiche per le responsabilità attribuite ai trasformatori per la sovrapproduzione che ha fatto crollare il prezzo, il presidente del consorzio cerca di spostare l’attenzione su quello che definisce il “vero dominus del mercato”, ossia i gruppi della grande distribuzione organizzata (gdo), attraverso i quali passa oggi il 70 per cento degli acquisti alimentari in Italia.
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La crisi dei partiti della sinistra secondo Srnicek e Williams

di Gianfranco Sabattini

Nick Srnicek e Alex Williams al loro “Manifesto accelerazionista” (scritto nel 2013) hanno fatto seguire, nel 2015, il volume “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro”. Il libro contiene uno sviluppo delle tesi già esposte nel “Manifesto”, articolato in una severa diagnosi della crisi dei partiti tradizionali della sinistra, con la formulazione di una proposta per una loro rivitalizzazione, attraverso l'”invenzione” di un possibile futuro, che il capitalismo, nella sua coniugazione neoliberista, ha rimosso dall’immaginario collettivo.
Mentre la diagnosi della crisi dei partiti della sinistra è nella sostanza condivisibile, la proposta, rispetto al modo in cui è formulata e alle modalità della sua realizzazione, risulta ridondante, sino a comprometterne la desiderabilità e la fattibilità.

Sulla crisi della sinistra, Srnicek e Williams esordiscono col dire che la debolezza che attualmente la affligge non è attribuibile esclusivamente a cause esterne; una diagnosi onesta – essi affermano – deve essere formulata assumendo la presenza anche di cause esterne, la principale delle quali è individuata nella diffusa e acritica accettazione di un pensiero basato su quella che gli autori chiamano “folk politics”.

Questa espressione viene adottata per indicare “un insieme di idee e intuizioni che, all’interno della sinistra contemporanea, guida il senso comune da cui discendono organizzazione, azione e pensiero politico”; si tratta in sostanza di un complesso di presupposti strategici che hanno indebolito la sinistra, “rendendola incapace di nutrire ambizioni di crescita, di generare cambiamenti duraturi e di espandere l’orizzonte dei propri interessi”. Adottando la folk politics, i partiti della sinistra si sono illusi di poter rispondere alle crisi ricorrenti provocate dal capitalismo contemporaneo, riportando l’attività politica ad una scala umana, quindi “enfatizzando un’immediatezza che è contemporaneamente temporale, spaziale e concettuale”.
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Ilva, il dietrofront del M5S: a Taranto si continuerà a morire

di Antonia Battaglia

Il nuovo accordo di governo sull’Ilva, dopo mesi di rimbalzi istituzionali e di dichiarazioni fuorvianti rese alla stampa, ha restituito una soluzione che non prevede nessuna novità sul piano tecnologico e gestionale dello stabilimento e che non apporta alcun elemento migliorativo al problema della città di Taranto. Inoltre, viene anche archiviata la necessità dell’indicazione di strumenti di legge – più o meno coercitivi – con i quali poter obbligare un gruppo privato a divenire l’attore primario di un cambiamento risolutivo nella condizione dello stabilimento e degli abitanti di Taranto.

Il parere richiesto dal Ministero dello Sviluppo Economico all’Avvocatura dello Stato confermava in pieno il precedente, ovvero che la cordata AcciaItalia non poteva gareggiare contro AM Investco perché addirittura cancellata dal Registro delle Imprese. Una grave empasse di mesi, quella causata dal governo, quando si era già in possesso di tutti gli elementi istituzionali per continuare con la procedura in corso, che non ha mantenuto neanche la promessa di un cambiamento profondo nell’operatività dell’Ilva.

I diritti dei cittadini e la politica industriale del Paese sono stati gestiti entrambi con colpi di scena a fini puramente propagandistici. Non rendere pubblico il parere dell’Avvocatura dello Stato, e anzi aver messo in dubbio l’iter, è stata una mossa teatrale che ha usato il nome di Taranto per fini strumentali di campagna elettorale. Un abuso inutile vista la conclusione dei negoziati.
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La campagna elettorale nel nordest anticipa il futuro dell’Italia

di Annalisa Camilli

“Quando pareva vinta Roma antica, sorse l’invitta decima legione, vinse sul campo il barbaro nemico, Roma riebbe pace con onore”. Le parole della marcetta della decima flottiglia Mas – un corpo militare della Repubblica sociale italiana (Rsi) – sono scandite da una trentina di reduci e simpatizzanti: sono tutti avanti con l’età e sono venuti nel municipio di Gorizia per celebrare il 73° anniversario della battaglia di Tarnova della Selva contro l’esercito jugoslavo. È la prima volta che gli è concesso entrare nella sala della giunta comunale.

È il 20 gennaio, un sabato mattina: è freddo, ma c’è il sole. Un gruppo di militanti di CasaPound in picchetto sotto al municipio è venuto a sostenere quelli della Decima Mas, mentre un centinaio di antifascisti che protestano contro l’evento sono tenuti a distanza dalle forze dell’ordine. “Onore a chi non ha tradito”, c’è scritto in fasciofont sullo striscione tenuto da alcuni ragazzi di CasaPound.

I cappelli grigioverdi da combattenti calzati sulla testa e in mano i vessilli dell’Rsi: una bandiera con al centro un’aquila che artiglia un fascio, all’apice un fiocco azzurro, il colore della Decima Mas. I reduci del battaglione fascista che collaborò con la Germania nazista sono accolti nel municipio di Gorizia dal consigliere di Forza Italia Fabio Gentile, famoso perché risponde all’appello del consiglio comunale alla maniera fascista: alzando il braccio destro.
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Le bombe fabbricate tra gli ulivi della Sardegna

di Dario Borso

Per le vie del centro di Domusnovas c’è silenzio. Sui marciapiedi stretti si incontrano poche persone e basta distrarsi un attimo e svoltare all’incrocio sbagliato per ritrovarsi affacciati sulla campagna, davanti alle colline chiazzate da ulivi. Secondo le statistiche ufficiali, nel piccolo centro del sud della Sardegna vivono circa seimila persone, ma i numeri non tengono conto di tutti quelli che se ne sono andati per studiare o lavorare, senza però spostare la residenza. Qui, molti hanno un parente che ormai vive da qualche parte in Lombardia o in Veneto, a Roma, a Torino o all’estero.

Ma non è sempre stato così. In queste campagne, un tempo le miniere occupavano migliaia di persone. Da inizio ottocento a metà novecento, quasi cinquanta siti assorbirono la tradizionale forza lavoro dell’area, fatta di agricoltori e pastori. Alla fine dell’ottocento, circa diecimila persone lavoravano nelle cave. Il capoluogo di provincia, Carbonia, fu fondato negli anni del ventennio fascista proprio per ospitare chi avrebbe lavorato nelle miniere di carbone da cui prende il nome.

Il declino cominciò nel dopoguerra a causa della diminuzione dei prezzi dei metalli estratti e degli alti costi di produzione. Le miniere sono state sostituite dalla grande industria, quella chimica e metallurgica, ma poi anche queste sono andate in crisi durante gli anni novanta e duemila tra fallimenti e delocalizzazioni. Il risultato è un vuoto occupazionale che, accentuato dalla crisi economica mondiale cominciata nel 2007, ha fatto della provincia del Sud Sardegna una delle più povere d’Italia.
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Slessico familiare: se le cose sono parole

di Bruno Giorgini

Secondo Democrito le cose sono parole, e da qui nasce l’ipotesi atomica di costituzione della materia. Se le cose sono parole, allora così come le parole sono composte di lettere, per definizione indivisibili, le cose devono essere composte di particelle indivisibili, gli atomi (atomos=indivisibile). Non so se Guido Viale scrivendo Slessico Familiare avesse in mente questa storia, certo che il suo libro attorno alle parole si struttura facendone una praxis rivoluzionaria (Gramsci), ovvero prefigurando la creazione di un nuovo mondo (un ordine nuovo).

Meglio, seguendo Wittgenstein, laddove scrive “immaginare un nuovo linguaggio significa immaginare una forma di vita”, Viale pagina dopo pagina immagina una nuova forma di vita che ci propone, non inventando dal nulla ma dando nuovo senso e pregnanza a parole note, e spesso usurate. Il libro assume delle parole capostipite, i capitoli, che generano delle filiere, i paragrafi, dove prende corpo un’altra messe di parole che costituiscono i mattoni “elementari”, che spesso elementari non sono e così invece di restarsene acquattati lì in fondo alla scala gerarchica, rimbalzano fino a emergere al fianco dei capostipiti, guizzando qua e là come delfini.

Se vogliamo dirla in altro modo, Viale ha costruito qualcosa di molto simile a un sistema critico che si autorganizza, il capostipite di una larga collezione di sistemi complessi. Ma vediamo più da vicino. Alcuni capitoli: Territori del Patriarcato, Deserti della Vita, Poteri dell’Anima, Natura e cultura, Potenza del Capitale, Bracieri Spenti, L’Aldilà delle Merci, Uso e Riuso, e altri sei, in tutto quattordici capostipiti. Se ora andiamo ai paragrafi, troviamo Soggetto, Sorellanza, Atomi, Conoscenza, Ascolto, Ecologia della Mente, Profughi, Razzismo, Diritto alla Città, L’Uomo Indebitato, Sopraffazione, Autogoverno, Aura, Apocalisse, Saperi Ignoranti, Vite di Scarto, Ricreare oltre a molti altri.
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Logistica, le nuove catene dello sfruttamento

di Simone Fana

La cronaca degli ultimi mesi è costellata da storie di ordinario sfruttamento del lavoro, che si diffondono in forme capillari lungo le nuove filiere della produzione materiale e immateriale. In questo scenario, il settore della logistica diviene il nodo fisico e simbolico di una trasformazione più ampia che attiene alle strutture regolative e ai rapporti che queste intrattengono con l’intero assetto sociale e produttivo.

In una formula particolarmente felice, la logistica è stata definita the physical internet, ossia una gigantesca rete che integra la dimensione della produzione globale con la sfera del consumo. Dai grandi mari internazionali sino alle infrastrutture via terra, la circolazione delle merci, il loro stoccaggio e la distribuzione delle stesse si articola sull’organizzazione di una catena logistica mondiale.

In questa centralità si riconoscono i temi di fondo che interrogano la forma e i processi di globalizzazione, dalla disarticolazione e ricomposizione dei luoghi della sovranità politico- statuale sino alla natura dei flussi migratori nella divisione internazionale del lavoro. Fare i conti con il settore della logistica significa, parafrasando Wallerstein, fare i conti con il sistema mondo, collocando lo sguardo oltre i confini ristretti in cui si dimena la discussione politica italiana.
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Automazione e riduzione dell’orario di lavoro: politiche da ripensare

di Simone Fana

La cronaca degli ultimi mesi ha riportato al centro del dibattito pubblico il nesso che lega i processi di innovazione tecnologica e le dinamiche del mercato del lavoro, attualizzando tendenze che stanno modificando alla radice gli assetti produttivi e i modi di produzione capitalistici. Elementi comuni collegano le vertenze dei lavoratori di Almaviva, in seguito al piano di ristrutturazione produttiva e agli esuberi del personale addetto ai call center, le proteste dei tassisti contro il colosso della sharing economy Uber e le rivendicazioni dei lavoratori impiegati nella Grande Distribuzione.

Un elemento che svolge un ruolo centrale nel ricollocare le specificità settoriali in un terreno unitario è legato alla rapida ascesa dei colossi dell’economia digitale e al ruolo di avanguardia del processo produttivo esercitato dagli oligopoli privati. Amazon, Uber, AirBnb non sono semplicemente leader nei settori del trasporto o degli alloggi, ma sono gli attori che stanno modificando la geografia degli assetti produttivi, agendo nella direzione di un’ unificazione dei processi di lavoro e dell’organizzazione della produzione.

Ed è in quest’ottica che vanno collocate le tensioni che si producono nei confini della catena globale del lavoro, a partire dall’intensificazione dei ritmi, dall’iper sfruttamento della forza lavoro impiegata e dal massiccio ricorso alle innovazioni tecnologiche come leva di ristrutturazione della produzione e di indebolimento dei conflitti produttivi.
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Socialismo e imprese cooperative: un connubio ancora possibile?

a-cooperative

di Gianfranco Sabattini

In un articolo apparso sul n. 116/2015 di “Studi Economici”, Gaetano Cuomo (“Imprese cooperative e democrazia economica”), recensendo un saggio di Bruno Jossa (“Un socialismo possibile. Una nuova visione del marxismo”), afferma che la tesi di quest’ultimo “sul socialismo possibile può apparire a prima vista come un contributo tutto interno al dibattito marxista sull’attualità del socialismo e sulle forme che esso dovrebbe assumere alla luce di quanto è accaduto a partire dalla caduta del muro di Berlino”. Ciò, però, a parere di Cuomo, sarebbe solo un aspetto del contenuto del saggio di Jossa, in quanto ad esso sotteso vi sarebbe una “parte del dibattito teorico che, nell’ultimo secolo, ha impegnato gli economisti sulla compatibilità tra mercato e socialismo e sulla teoria economica dell’impresa autogestita o cooperativa”.

Su questo tema si sono impegnato molti economisti, tra i quali risalta il nome del premio Nobel James Meade; questo economista, nella sua “opera summa” sull’argomento (“Agathotopia: l’economia di compartecipazione”), a differenza di molti altri economisti che, impegnati nel dibattito marxista, sostengono la realizzabilità di istituzioni perfette per cittadini perfetti, propone, la realizzazione di un “buon posto in cui è conveniente vivere” (traduzione etimologica di Agathotopia), all’interno del quale risolvere “al meglio” il problema distributivo del prodotto sociale che il socialismo burocratico ed accentratore, ma anche il libero mercato del capitalismo, non sono riusciti a risolvere.
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La tragedia dell’utilitarismo: il caso dell’acqua, diritto umano e bene comune pubblico / 3

Acqua Pubblicadi Riccardo Petrella

(Prima e parte)

Il predominio della concenzione utiliitarista. La costruzione del muro

Il fondamento teorico, ideologico, della concezione utilitarista sta nella tesi che il valore di un bene, di un servizio, di ogni cosa è strettamente legato al binomio rarità/utilità. Da qui il principio – elemento chiave del marginalismo- che il valore di un bene diminuisce con la quantità disponibile. Più il bene è raro, più esso ha valore. Pertanto, più un bene è utile ed è richiesto, più il suo valore aumenta ed il  prezzo di mercato ne dà la misura.

Contrariamente alle tesi dell’economia detta classica che ha cercato di definire il valore dei beni sulla base di elementi soggettivi (la terra, le risorse naturali, il lavoro incorportato nei prodotti…,) la svolta introdotta dal marginalismo sta nell’aver messo l’accento su elementi soggettivi (i bisogni individuali, le preferenze e le scelte personali, i desideri, i comportamenti degli investitori, dei consumatori, delle autorità pubbliche…).

Così facendo i promotori del marginalismo hanno dato forza non solo alle politiche di esaltazione del ruolo del mercato e dei meccasnismi di domanda/offerta, ma anche alle strategie di rarefazione dei beni da parte dei detentori di capitali come mezzo per aumentare il valore (e, quindi, i profitti) delle imprese da loro possedute e/o controllate. [5]

Come illustrato dalla figura 1, il ciclo socio-economico e politico dell’acqua secondo la concezione utilitarista comincia con la visione dell’acqua considerata essenzialmente come una risorsa naturale vitale d’importanza strategica per l’economia e la crescita economica. È cosi che è definita l’acqua nei primi documenti della Banca Mondiale e dell’ONU in occasione della prima conferenza internazionale dell’ONU sull’acqua del 1977 a Rio de la Plata. [6]
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