Le violenze maschili contro le donne: l’insoddisfacente logica della punizione

di Maria (Milli) Virgilio

Ha suscitato immediate proteste la riforma in senso favorevole al condannato della sentenza nei confronti di un uomo che aveva assassinato la sua compagna per “gelosia”. Così aveva motivato il suo gesto. Da 30 a 16 anni di reclusione il salto è forte.

Il Giudice della udienza preliminare di Rimini aveva condannato a 30 anni. A questa pena era arrivato ritenendo l’assassino responsabile di omicidio, aggravato per aver agito per motivi abietti o futili. La pena prevista per questo caso è quella dell’ergastolo, ma l’imputato aveva chiesto di procedere con il giudizio abbreviato, e questo comporta che l’ergastolo sia sostituito per legge dalla reclusione a trenta anni.

È una specie di sconto/premio che viene attribuito a chi chiede di procedere senza dibattimento, cioè più velocemente, sulla base dei soli atti di indagine. Era stata solo chiesta dalla difesa una perizia psichiatrica per valutare se l’imputato fosse al momento del fatto incapace di intendere e di volere, e dunque non imputabile e non punibile. Il perito psichiatra forense nominato dal giudice aveva escluso ogni causa di non punibilità, anche se aveva affermato che l’assassino aveva agito in preda a una “soverchiante tempesta emotiva e passionale”. Tale condizione era stata del tutto irrilevante per il giudice della prima sentenza, ma non è stato così per la Corte d’assise d’appello di Bologna.
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Catalogna, il caso speciale 20907/2017: cos’ha di tanto speciale?

di Fulvio Capitanio

Si è appena avviato a Madrid il processo per il caso speciale 20907/2017, il processo contro i prigionieri politici catalani. Facciamo un poco d’ordine in questa complessa vicenda e cerchiamo di capire chi sono le persone processate, quali sono i capi d’imputazione e le richieste delle accuse. Inoltre, per evitare confusione, sarà necessario spiegare alcune differenze importanti del procedimento penale spagnolo rispetto a quello italiano.

Ricordiamo innanzitutto chi sono gli imputati in questo processo. Oriol Junqueras, Jurdi Turull, Joaquim Forn, Raül Romeva, Dolors Bassa, Josep Rull, rispettivamente ex vice presidente ed ex membri del governo della Catalogna, Carme Forcadell ex Presidente del Parlamento della Catalogna, Jordi Cuixart, presidente della associazione culturale “Omnium Cultural” fondata nel 1961 con oltre 130.000 soci e infine Jordi Sanchez, ex presidente dell’associazione di promozione civica e politica Assemblea Nazionale Catalana fondata nel 2011 e con circa 100.000 soci.

Tutti attualmente in prigione preventiva, alcuni di loro da 15 mesi. Merixell Borràs, Carles Mundó, Santi Vila, tutti ex membri del Governo della Catalogna, imputati anche loro in questo processo sono invece in libertà condizionale sotto cauzione. Poi, essendo stato il processo sdoppiato in due tronconi, altri sei ex parlamentari in libertà condizionale saranno invece giudicati dal Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna.
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Il processo ai politici catalani: il caso speciale 20907/2017

di Fulvio Capitanio

Tra pochi giorni si avvierà a Madrid il processo per il caso speciale 20907/2017: non un caso qualunque, bensì un processo probabilmente destinato a segnare la storia europea contemporanea. Si tratta infatti del processo contro i prigionieri politici catalani. Perché sono in prigione preventiva da oltre un anno sei membri del deposto governo della Catalogna, la Presidente del Parlamento e due presidenti di associazioni civiche?

Per costoro il pubblico ministero ha formulato richieste di pena che vanno dagli 11 ai 25 anni di carcere. Come si spiega una richiesta di pene corrispondenti a quella di un omicidio? È giustificata una prigione preventiva così lunga e in che misura vengono lesi diritti umani, civili e politici delle persone imprigionate?

Inoltre vi sono altri sette politici catalani in esilio in Belgio, Svizzera e Regno Unito, spesso impropriamente definiti come “fuggitivi”, mentre invece hanno una residenza nota e sono liberi di circolare ovunque fuorché in Spagna, per i quali il giudice istruttore ha emesso ben due ordini di cattura internazionali. Entrambe le volte lo stesso giudice ha ritenuto opportuno annullare l’ordine di cattura.
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Morti per amianto: ancora rinvii al “palazzo dell’ingiustizia”

del Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio

Di amianto si continua a morire, i processi ritardano e l’ingiustizia continua. Dopo ripetuti rinvii e cambiamenti di giudici al Palazzo di Giustizia di Milano (che noi, vittime dell’amianto il Palazzo consideriamo “il palazzo dell’ingiustizia” per le continue assoluzioni dei manager imputati delle morti d’amianto) si è tenuta finalmente l’udienza del processo per l’amianto al Teatro alla Scala, che vede come imputati rinviati a giudizio 5 dirigenti del Teatro, accusati della morte di 10 lavoratori a causa dell’amianto.

Davanti al pm Maurizio Ascione e al nuovo giudice Mariolina Panasiti, presidente della 9° sezione penale, si è finalmente aperto il processo, subito rinviato dopo che la giudice ha giustificato i ritardi con la mancanza di organico. La prossima udienza si terrà il 19 marzo alle ore 9,30 nell’aula 9 bis. Anche nel Teatro alla Scala, il tempio della musica noto in tutto il mondo, era presente una grande quantità di amianto che ha avvelenato diversi lavoratori uccidendone 10, fra cui macchinisti di scena, un orchestrale, un cantante del coro e un vigile del fuoco. Data la massiccia presenza della sostanza cancerogena, è probabile che siano stati contaminati, negli anni, anche spettatori del Teatro.

Quali parti civili in questo processo, oltre al nostro Comitato (sempre presente a tutte le udienze), Medicina Democratica e Associazione Italiana Esposti Amianto – difese dall’avvocata Laura Mara – sono state ammesse altre associazioni: il Comitato Ambiente e Salute del Teatro alla Scala, il sindacato CUB Informazione Spettacolo, la CGIL, INAIL e ATS (ex ASL), ANMIL. Presenti all’udienza anche i responsabili civili (Fondazione Teatro Scala e Centro Diagnostico Italiano).
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Trieste: alla vigilia del 25 aprile si celebrano le camicie nere

di Claudio Cossu

Ed ora si è “ricreato” il mondo di Almerigo, con pannelli posti in bella mostra nel contesto di una ricca rassegna espositiva a Trieste, nella sala “Veruda” del neo-classico palazzo Costanzi, per ricordare Grilz (Almerigo) che in un volantino si era autoproclamato dirigente nazionale del tenebroso e cupo “Fronte della Gioventù”, nel lontano novembre 1980 (così recitava il “Dossier sul neofascismo a Trieste” a cura di Claudio Tonel, ed. Dedolibri, Trieste, 1991).

Ciò, ovviamente in tempi antecedenti all’esperienza filocolonialista con il Renamo, nell’Africa ancora in cerca di libertà ed indipendenza, ricordato su “Il Piccolo” del 20 aprile 2017 dall’amico dottor Brovedani. Al riguardo, molte cose interessanti sui trascorsi del concittadino Grilz ci possono riferire gli archivi della Digos triestina, tra una spedizione ostile agli studenti stranieri dell’Università tergestina, una manifestazione a Prosecco, Longera e un imbrattamento a Basovizza o a Santa Croce con gli elementi più neofascisti e nostalgici della gioventù triestina.

La libertà d’espressione è tutelata dalla nostra Costituzione e vale per tutti, d’accordo. Ma lo sa il prefetto che il nostro concittadino è stato processato, unitamente ad altri camerati dalle medesime insegne funeree, presso il tribunale di Trieste, tra l’altro, per gravi reati (non certo ragazzate) il 25 ottobre 1982? Le accuse: ricostituzione del partito fascista, propaganda sovversiva e apologia del fascismo” (con blocchi stradali, assalti avverso la comunità slovena e cose similari).
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Video intervista a Silvia Baraldini: gli ideali, l’arresto, il processo e gli scontri politici

di Raùl Zecca Castel

Il nome di Silvia Baraldini, in Italia, è legato in modo particolare alla vicenda giudiziaria di cui è stata – suo malgrado – protagonista e, soprattutto, richiama alla memoria lo scontro politico-parlamentare relativo alla sua estradizione dalle carceri statunitensi, avvenuta nel 1999. Ma il percorso di vita e l’esperienza rivoluzionaria che hanno segnato la sua gioventù rappresentano ancora oggi una preziosa testimonianza storica estremamente utile per la comprensione di un’intera epoca e restano, da ogni punto di vista, un esempio incorruttibile di abnegazione.

Nata a Roma nel 1947, Silvia Baraldini si forma negli USA, dove il padre lavora come diplomatico presso l’ambasciata italiana. Qui si avvicina ben presto al grande moto giovanile di protesta sorto per manifestare il proprio dissenso alla guerra in Vietnam, ma che trova nelle rivendicazioni femministe e anticolonialiste altrettante direttrici di opposizione ad un unico sistema capitalistico ed imperialista, riconosciuto come fonte di tutte le disuguaglianze sociali e dunque come nemico da combattere ma, soprattutto, da sconfiggere.
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Ilva e veleni, nessuna giustizia per Taranto?

Ilva

di Antonia Battaglia

La nota dei Commissari Straordinari dell’Ilva ha confermato l’accordo tra il gruppo Ilva, la famiglia Riva e le società ad essi riconducibili, accordi per un totale di 1,33 miliardi di euro, di cui 1,1 per “il piano ambientale” e 230 milioni per la gestione corrente dell’azienda.

Un accordo che sarà stipulato entro febbraio e che prevede contestualmente che siano rese disponibili alla società, con accordo dei Riva, le somme sotto sequestro penale custodite in Svizzera. Un patto tra il Governo ed i Riva, ma senza Taranto, che non potrà avanzare più nessuna pretesa nei confronti della famiglia Riva.

L’accordo, infatti, stipulato tra le Procure di Taranto e di Milano, con i Commissari straordinari (quindi con il Governo) e con la famiglia Riva dovrebbe consentire di “completare” il processo di ambientalizzazione dello stabilimento. Ma in realtà l’accordo e la proposta di patteggiamento fanno uscire l’Ilva dal processo “Ambiente Svenduto”. Sembrerebbe che il Governo, quindi, abbia rinunciato alle azioni giudiziarie contro i Riva, svendendo Taranto per 1.33 miliardi di euro.
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Erri De Luca - Foto di Lettera43.it

Erri De Luca, giustizia è fatta

di Paolo Flores d’Arcais

In un paese civile e democratico, una sentenza giusta non dovrebbe essere motivo di giubilo, perché dovrebbe costituire la normalità la routine la ovvietà. In Italia non è così: troppe assoluzioni per imputati colpevoli e troppe condanne per imputati innocenti.

Per ogni democratico è dunque motivo di gioia la sentenza con cui è stato assolto Erri De Luca dall’imputazione di istigazione a delinquere. Questo processo in realtà non avrebbe mai dovuto cominciare. La sentenza pone in chiaro la distanza abissale fra una libera opinione e quel reato specifico che è l’istigazione a delinquere.

L’Italia ha dovuto subire l’umiliazione di veder intervenire il Presidente della Repubblica francese e il ministro della Giustizia di quel paese. Erri De Luca ha ribadito in aula il diritto di invitare a sabotare come legittima difesa e la sentenza rende omaggio non solo alla libertà di espressione ma anche alla lingua italiana.

In Italia ogni giorno viene compiuto il reato di istigazione a delinquere da parte di razzisti e il delitto di apologia di fascismo, entrambi nella più sfacciata impunità, mentre si è voluto imputare di istigazione quella che era e resta solo una libera opinione. Giustizia è fatta, almeno questa volta.
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Gli operai dell'Isochimica

Amianto in Irpinia: Nicola e i 330 operai dell’Isochimica senza pensione né futuro

di Loris Campetti

“Ma io, Nicola, sono stato bravo? Nella nostra fascia d’età – cinquantenni senza presente né futuro che dal passato lavorativo hanno ereditato solo malattie – c’è la tendenza a colpevolizzarci, a dirci ‘forse è colpa mia che non sono stato capace…’. Io che dovrei aiutare i miei tre figli a sistemarsi in realtà non sono neanche riuscito a sistemare me stesso. Allora ti chiedi cosa sia successo, anzi, com’è possibile che sia successo quel che è successo. Dove vado a 54 anni? In Germania? In Svizzera? È dal 2011 che non riesco più a trovare un lavoro: arrivo a un colloquio, lo affronto positivamente, ma al momento della visita medica non mi danno il certificato di sana e robusta costituzione perché scoprono le mie difficoltà respiratorie e quella tosse maledetta. Per un po’ sono riuscito a camuffare i miei problemi di salute, poi, più niente da fare”.

“Maledetto amianto, che bel regalo mi ha fatto. Qualche giorno fa abbiamo seppellito Salvatore. È la ventesima vittima dell’amianto ingoiato scoibentando qualcosa come tremila vagoni ferroviari, senza alcuna protezione a parte una mascherina leggera con l’elastico per tenerla su. Grattavamo via quella merda con una sbarra di ferro, un lavoro che i ferrovieri giustamente non avevano voluto più fare, ma non sapevamo nulla dei rischi che correvamo. Quando cominciò ad arrivare un po’ d’informazione ci facemmo sentire con il padrone, ci rivolgemmo alla Asl, all’ispettorato del lavoro, alla magistratura: non si mosse una foglia mentre Elio Graziano, il padrone della Isochimica di Avellino, ci sfotteva: ‘Vi fa più male bere coca cola che respirare un po’ d’amianto'”.

“Ho una figlia piccola di 13 anni che va a scuola e altri due, rispettivamente di 22 e 24 anni, disoccupati. Viviamo con lo stipendio di mia moglie, sui 900 euro e non abbiamo neppure la casa di proprietà. Il bello è che per non scoraggiare i miei figli devo farmi vedere forte, minimizzare le difficoltà. Arrivo a dire loro: vedrete che con il jobs act qualcosa cambierà. Figuriamoci, con il jobs act! Mi hanno riconosciuto solo il 5% di invalidità e non mi danno una lira; non posso usufruire della legge sull’amianto per la pensione perché ho meno di dieci anni di esposizione; non riesco a trovare lavoro perché nessun medico mi firma più il certificato. Non sono solo in questa condizione, eravamo in 330 all’Isochimica, 20 li abbiamo già sotterrati e su 200 di noi sono state riscontrate sintomatologie legate all’esposizione all’amianto”.
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Processo Eternit: oggi la sentenza della Cassazione per la fabbrica della morte

Eternit
Eternit
di Noemi Pulvirenti

Oggi a Roma si aprirà il processo Eternit per la Corte di Cassazione, che dovrà decidere se confermare quanto è stato già emesso dalla Corte di Appello di Torino il 3 giugno 2013, ossia convalidare la condanna in primo grado a sedici anni e in secondo grado a diciotto anni di reclusione per lo svizzero Stephan Schmidheiny, accusato per reati di disastro doloso e omissioni di cautele infortunistiche. Per decenni, come ampiamente dimostrato dalla Procura di Torino, il cartello dell’amianto ha continuato a nascondere e mistificare la nocività e la cancerogenità della fibra mortale, provocando così malattie e morte di migliaia di lavoratori e cittadini ignari del pericolo. Il processo, iniziato nel 2009, è stato forse il primo caso nazionale per le silenziose morti causate dall’amianto che hanno coinvolto ben 2889 dipendenti dei quattro stabilimenti di Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia).

La sentenza definitiva della Corte di Cassazione sarà prevista per lunedì 24 novembre, nel frattempo oggi a Roma sarà organizzato da CGIL, CISL, UIL e AFeVA un presidio dalle 9 alle 18 nei pressi del Palazzo della Cassazione. Per raccontare questo travagliato iter processuale è stata allestita, dal 15 novembre a Casale presso il Labirinto di via Benvenuto Sangiorgio, una mostra fotografica di Paola Zorzi, realizzata grazie alla collaborazione con l’Associazione Voci della Memoria e con il patrocinio di Afeva, con le immagini realizzate dalla fotografa durante tutte le fasi in cui si è snodato il processo alla multinazionale.
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