Lo scontro Italia-Ue in un vicolo cieco

di Alfonso Gianni

Come era prevedibile, alla Commissione Europea la risposta del governo italiano che intende mantenere inalterati i dati riguardanti i saldi e la crescita non è piaciuta affatto. Finisce così miseramente l’improbabile tentativo di mediazione del ministro Tria, con l’incerto e inefficace sostegno del presidente del Consiglio. Vasi di coccio finiti tra vasi di ferro, quali, per ora, sono Salvini e Di Maio.

I primi a chiedere che all’Italia non si conceda nulla e che anzi bisogna aprire una procedura d’infrazione nei nostri confronti sono stati paesi come l’Austria e l’Olanda. L’internazionale nazional-sovranista è una contraddizione in termini, peggio che un ossimoro. E infatti alla prima prova più che liquefarsi non si è neppure appalesata. Durissimo il ministro delle Finanze di Vienna, Hartmut Loeger – membro di un governo nel quale i popolari governano con il partito dell’ultradestra guidato da Strache – con una dichiarazione che come si sa ha l’effetto di mandare in bestia i nostri governanti: “L’Italia corre il rischio di scivolare verso uno scenario greco”. Con la rilevante differenza che il peso dello Stivale è assai maggiore di quello del paese ellenico e i pericoli di contagio ancora maggiori. Infatti lo stesso ministro austriaco ha aggiunto che “non si tratta di una questione italiana, ma europea”. Avendo in questo caso del tutto ragione, ma in un senso ben diverso da quello che intende.
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Ponte Morandi, perché l’Italia decise di privatizzare: la vera storia di una tragedia assurda

di Loretta Napoleoni

Il crollo del ponte Morandi a Genova è una catastrofe da terzo mondo, impensabile nella terza economia di Eurolandia o in una nazione che far parte del G7. Eppure è successo. Quei cadaveri seppelliti sotto le macerie di un ponte che doveva essere antisismico, ma guarda caso non lo era, che avrebbe dovuto essere ricostruito, ma non è stato fatto e così via, confermano ciò che da decenni ci rifiutiamo di sentire: che il nostro è un Paese corrotto, mal governato, impoverito da una classe dirigente che ne ha fagocitato la ricchezza, una nazione dove le diseguaglianze sono la regola e dove tutto, ma proprio tutto, anche la democrazia è in vendita per chi ha i soldi per acquistarla.

L’incipit della tragedia risale al 1992 quando politici e poteri forti iniziano a tessere la favola del benessere sullo sfondo dell’implosione della lira che non regge la banda di oscillazione dello Sme, e della minaccia della mafia che fa fuori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Stiamo calmi, è il messaggio che arriva dai vertici del potere, esiste una soluzione e si chiama euro. In altre parole la moneta unica viene venduta ai cittadini come il biglietto d’ingresso al club delle nazioni ricche del Nord Europa, come se bastasse quella monetina a rilanciare l’economia, sconfiggere la mafia e fare dell’Italia un Paese ricco e solido. Grazie al tam-tam della stampa e alla propaganda della casta questa certezza assurda, specialmente alla luce del fiasco del serpente monetario, si fa strada nel subconscio della maggior parte degli italiani e ci rimane fino alla crisi del debito sovrano degli anni 2011 -2012.
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Bologna: tra privatizzazioni, Tper e il marketing

di Silvia R. Lolli

Certamente si può essere molto felici quando arriva una pubblicità di Tper indirizzata “ai genitori di Silvia Lolli”. Peccato che non sia più studente da troppi anni e che i miei genitori siano morti da più di 15 anni. Tra l’altro nello stesso indirizzo è riportato un numero chiaramente sbagliato: 159/76, invece di 159/6.

Una lettera per la campagna abbonamenti 2017/18 con l’informazione delle convenzioni che Tper ha stipulato, per i possessori di abbonamento annuale personale, con associazioni, istituzioni e aziende di Bologna e Ferrara. Può far piacere sentirsi ringiovaniti di quasi cinquant’anni. Ci chiediamo però quale tipo di indirizzario usi Tper, settore marketing, e se in questa azienda, sulla via della definitiva privatizzazione, i vari settori operino collaborando fra loro, oppure siano scollegati e senza apporti tecnologici per costruire un data base senza errori.

Da quest’anno non siamo solo in possesso di abbonamento annuale personale, ma abbiamo e già da parecchi anni un contratto di car sharing. L’abbiamo rinnovato anche quest’anno e, avendo l’abbonamento annuale, ci è sembrato opportuno recarci direttamente agli uffici di car sharing, oggi non più nella stessa sede dell’ex Atc. La sua nuova localizzazione è poco distante da Via Saliceto, ma ci è sembrato un corpo annesso all’azienda e non più direttamente dipendente da essa. Non abbiamo ancora capito se anche questo servizio sia stato esternalizzato, ma abbiamo notato la difficoltà degli uffici a ricevere il pubblico e a dare risposte immediate.
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I veri piromani: li si cerchi all’interno dei palazzi, non solo nei boschi

di Raniero La Valle

Che l’Italia sia devastata da un esercito di piromani e di untori è una leggenda metropolitana come quella dell’incendio di Nerone. Ma un tempo è finito. La storia secondo la quale all’Italia sarebbe stato appiccato il fuoco dalle Alpi alla Sicilia (quattordici incendi solo nella città di Messina) da un esercito di piromani, mafiosi, camorristi speculatori e padroncini di Canadair, è come la favola dell’incendio di Roma appiccato da Nerone.

Fa comodo a tutti dare la colpa ai piromani quando i piromani sono loro. Il vero piromane è Trump che rompe il timidissimo e solo preliminare accordo mondiale sul clima, piromani sono gli interessi petroliferi e finanziari che hanno bloccato fin qui le tecnologie già pronte per il passaggio alle energie alternative, per le quali già oggi il parco delle automobili potrebbe essere formato da auto elettriche e la motorizzazione su autostrada potrebbe essere sostituita dalle ferrovie, piromani sono le economie speculative che hanno fatto inaridire la terra, rinsecchire il verde, hanno privatizzato le acque, abolito le guardie forestali, burocratizzato le procedure antincendio, messo in ferie forzate guardie ambientali e vigili del fuoco; piromani sono quelli che non battono ciglio quando già intere isole sono sommerse, terre fertili sono diventate un deserto, i tropici avanzano e dalle riserve frigorifere dei poli si staccano iceberg grandi come la Sardegna; piromani sono quelli che non permettono l’immigrazione se non clandestina e ammassano fuggiaschi infelici in campi di detenzione dove basta una bombola, una lite o una spedizione punitiva di difensori dell’identità bianca per scatenare un inferno.

In questa situazione, quando il sole brucia la terra fino a 45 gradi, basta un frammento di vetro, una bottiglia abbandonata, un rifiuto di plastica per concentrare i raggi e accendere il fuoco alle stoppie, ai campi riarsi, ai cigli delle strade inariditi, alle città stesse.
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Due o tre cose che so di lei: Margaret Thatcher e il neoliberismo

Margaret Thatcher
Margaret Thatcher
di Vincenzo Maccarrone

“Privatizziamo il suo funerale, facciamo un’asta e accettiamo l’offerta più economica, è quello che avrebbe voluto”. Amante delle frasi ad effetto in vita (“La vera società non esiste. Ci sono uomini e donne. E le famiglie” è forse la più celebre), era destino per Margaret Thatcher essere ricordata da frasi come quelle di Ken Loach, regista britannico da sempre critico nei suoi confronti, o da altre ancor più prosaiche, come quella che potete apprezzare in questa foto.

A qualche mese dalla sua scomparsa possiamo ragionare meglio sul fatto che il trapasso della “Lady di Ferro” casualmente con un periodo di crisi economica che potrebbe segnare la fine dell’era cosiddetta “neoliberista”, aperta proprio dalla sua elezione nel 1979, insieme alla nomina del “falco” monetarista Paul Volcker alla presidenza della FED e alla vittoria di Reagan negli USA nel 1981.

Parola molto spesso abusata, nel lessico politico italiano (specie quello di sinistra) “neoliberismo” è usato per definire indistintamente l’eccessiva finanziarizzazione, la fede nel mercato, le privatizzazioni e l’odio per lo “stato ladro”. La mancanza di chiarezza riguardo a cosa sia effettivamente il neoliberismo è quindi causa di errori nella formulazione di possibili visioni e politiche alternative. Un nuovo New Deal e un vago keynesismo vengono invocati dalle forze politiche “progressiste” come soluzione alla crisi, senza rendersi conto che la cosiddetta età dell’oro del capitalismo (il trentennio 1945-1975) si fondava su condizioni storiche oggi irripetibili, primo fra tutti il fatto che si fosse usciti da una guerra mondiale e che vi fosse quindi spazio per enormi investimenti. Ad esempio il già citato Ken Loach nel suo ultimo lavoro, “The spirit of ’45”, contrappone agli anni della Thatcher il felice periodo post-bellico, in cui nasceva il welfare state, senza rendersi conto che riproporre sic et simpliciter un nuovo ’45 non è possibile.
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Messico - Foto di Michele Mazzone

Messico: il suo petrolio nazionalizzato e l’assalto dei privati

di Maurizio Matteuzzi

Il Messico e il “suo” petrolio. Come scrisse il grande Carlos Fuentes, “in Messico la nazionalizzazione assoluta è una vacca sacra: è Pemex, senza che importi se è inefficiente o obsoleta. Credo fermamente che non abbiamo bisogno di de-nazionalizzare Pemex e consegnare il petrolio alle compagnie private. Quello che dobbiamo fare è conservare la proprietà pubblica però permettendo che gli affari privati operino dentro il settore pur mantenendo l’industria petrolifera in generale come patrimonio nazionale”.

Fuentes, morto poco più di un anno fa, è stato uno dei massimi scrittori del boom latino-americano della seconda metà del ‘900, autore fra gli altri di “In morte di Artemio Cruz” e “Il gringo vecchio”, condensa in queste poche righe le contraddizioni irrisolte, e probabilmente irresolubili, del grande paese meso-americano.

Il petrolio, la sua “nazionalizzazione assoluta” e il suo simbolo – Pemex, “la vacca sacra” – restano il mito fondativo per eccellenza (e, finora, il tabù) che definisce il nazionalismo messicano. Un mito e un tabù che non si capiscono se non risalendo agli anni ’30 del ‘900 quando il Messico cercava di consolidarsi dopo i terribili sconquassi della grande rivoluzione del 1910. Fu il presidente Lazaro Cardenas, l’icona del nazionalismo messicano, che nel ’36 fece approvare la Ley de Expropriacion e nel ’38, per decreto presidenziale, costituì Petroleos Mexicanos, la compagnia parastatale a cui attribuì il monopolio assoluto in materia di idrocarburi. Una proprietà “inalienabile e imprescrittibile”, quella della “Nazione” sul “suo” petrolio, e un monopolio, quello di Pemex, che Cardenas nel ’40 fece scrivere nella Costituzione.
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