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Leggi, contratti, lavoro: un esempio, la scuola (terza parte)

di Silvia R. Lolli

Altro esempio, rispetto al discorso che stiamo facendo, solidarietà per il diritto al lavoro di tutti in riferimento alla proposta di legge regionale del consigliere Alleva, può emergere guardando le ore settimanali dedicate all’insegnamento.

In genere sono 18, ma, da sempre, la cattedra di un docente può arrivare fino alle 24 ore settimanali. Succede spesso che alcune ore non vengano assegnate ai supplenti, ma agli stessi docenti della scuola che appunto aumentano le loro ore settimanali. Anche se oggi c’è una redistribuzione e, in base ai nuovi ammessi in ruolo, le cattedre all’interno delle scuole prevedono meno ore di insegnamento (è soltanto rispetto alla loro numerosità nelle diverse classi di concorso per la scuola superiore, quindi non è vero per tutti i docenti), dobbiamo sempre verificare le funzioni e le competenze diverse rispetto alla docenza, per alcune di queste attività. In questi anni si sono modificati i ruoli professionali senza una chiara definizione di essi, per legge.

Sarebbe dunque da rivedere la formazione delle cattedre per una distribuzione del lavoro fra più persone: aiuterebbe a diminuire ancora i precari, oltre ad allinearsi a questa proposta di legge regionale. Fra l’altro, nonostante la legge tanto sbandierata come “buona scuola” e obbligatoria per l’assunzione dei precari in genere molto “maturi” – poteva essere limitata solo ad essi – , assistiamo ancora a sacche di precarietà e di disfunzioni in questo inizio di anno scolastico: continua ad esistere il solito fenomeno di cattedre occultate ed opportunamente fatte uscire solo al momento di dare lavoro ai supplenti annuali.

Leggi, contratti, lavoro: un esempio, la scuola (seconda parte)

di Silvia R. Lolli

Se ora leggiamo, limitatamente al settore scuola, le normative degli ultimi anni, non ultima la così detta “Buona scuola” e quelle relative alla contrattualistica, verifichiamo che nella pratica è avvenuto l’opposto a ciò che la legge regionale proposta di Piergiovanni Alleva, con il contratto di solidarietà espansiva, ipotizza per il futuro: una distribuzione del lavoro fra molti più cittadini.

Sappiamo di non essere esaustive, ma vogliamo ricordare alcuni cambiamenti che, oltre a rendere la professione docente qualcosa di diverso a prima, vanno in direzione opposta alla diminuzione dell’orario di lavoro a favore della solidarietà espansiva. Fra l’altro è avvenuto, proprio con lo sviluppo della contrattualistica aziendale, nelle singole scuole, che ha ormai quasi sostituito da vent’anni i contratti nazionali del pubblico e con una riforma della scuola (legge sull’autonomia del 1999) rimasta a metà, ma continuamente rimaneggiata e sostituita da altre riforme, fino all’ultima del 2015.

Tutto con l’unico fine di privatizzare i contratti di lavoro e depauperare il valore del salario degli insegnanti, in nome di una demagogia che vede nel corpo insegnante una spesa corrente per lo Stato troppo alta. Ma le spese per l’educazione non dovrebbero essere considerate spese d’investimento per lo Stato? La risposta a questa domanda purtroppo ci viene data quando emergono ancora poche preoccupazioni per i laureati che vanno all’estero a lavorare non trovando occupazioni valide qui.

Leggi, contratti, lavoro: un esempio, la scuola (prima parte)

di Silvia R. Lolli

È interessante il progetto di legge regionale presentato dal consigliere Piergiovanni Alleva rappresentante di AER (Altra Emilia-Romagna) per facilitare l’entrata nel mondo del lavoro dei giovani. Titolo della proposta: Misure per il riassorbimento della disoccupazione tramite la promozione di contratti di solidarietà espansiva.

Interessante perché, se trovasse la stessa strada spalancata del consiglio regionale come ha fatto l’approvazione della recente legge sullo sport, potrebbe prospettare una risoluzione, almeno temporanea, degli epocali cambiamenti che stiamo vivendo. L’articolato è semplice, solo cinque articoli; non sarebbero neppure necessarie troppe discussioni su tanti articoli che spesso hanno solo il compito d’ingarbugliare gli effetti delle leggi; la proposta potrebbe così passare facilmente.

La prefazione del consigliere Alleva è ricca di riflessioni e di spiegazioni. Fra l’altro si sottolineano le finalità e gli obiettivi; per esempio la prima frase della premessa nella relazione introduttiva dice:

“L’idea che una riduzione importante dell’orario lavorativo settimanale possa consentire da un lato, di a nuove assunzioni e, dall’altro, migliorare le condizioni dei lavoratori già occupati sotto il profilo della conciliazione dei rispetto ai non è certo nuova ma, nel trascorrere degli anni non ha perso nulla del suo fascino, anche a causa della oggettiva constatazione della crescente velocità di sostituzione del lavoro umano con processi automatizzati”.

Privatizzazione della sanità: ma verso quale riforma si sta navigando?

a-sanita

di Gianluigi Trianni

La via contrattuale alla privatizzazione della sanità. Serve altro: un sindacato confederale parte attiva nella difesa del servizio sanitario nazionale. Lo scorso 26 novembre Fiom Fim Uilm hanno siglato con Federmeccanica una ipotesi di accordo che prevede tra l’altro dal 1 ottobre 2017 l’iscrizione al fondo sanitario integrativo “mètaSalute”, e che in data 29 novembre il direttivo della Fiom di Genova ha sottoposto a forti critiche tra l’altro per “L’introduzione nel CCNL di un welfare (carrello della spesa) sostitutivo degli aumenti salariali”.

Lo scorso 30 novembre è stata siglata una intesa Governo-Sindacati CGIL, CISL e UIL sul rinnovo dei contratti del pubblico impiego nella quale si legge tra l’altro: “Il Governo si impegna, inoltre, a sostenere la graduale introduzione anche nel settore pubblico di forme di welfare contrattuale, con misure che integrano ed implementano le prestazioni pubbliche di fiscalità di vantaggio – ferme restando le previsini della legge di bilancio 2016 – del salario legato alla produttività e a sostenere la previdenza complementare”.

Questi due episodi sono sintomatici di una scelta di politica sindacale di acquiescenza alle proposte delle controparti “datoriali” e governative tese alla diffusione nei contratti nel settore privato ed alla introduzione in quelli del pubblico impiego, di forme di welfare contrattuale, cioè di assistenza sanitaria e sociale integrativa dell’assistenza sanitaria e sociale pubblica finanziate dai datori di lavoro in detrazione degli aumenti salariali e dei contributi previdenziali.

Quando la scuola pubblica apre i cancelli ai finanziamenti privati

La buona scuola che non vogliamo

La buona scuola che non vogliamo

di Andrea Avantaggiato,
docente

Chiariamoci le idee: l’ingresso dei privati nella scuola pubblica sta già avvenendo e aumenterà esponenzialmente con le tante implicazioni che avrà la legge 107 approvata dal Pd di Renzi a luglio.

A Bologna, ad esempio, Unindustria sta proponendo per il secondo anno l’adesione ad un progetto da loro interamente finanziato destinato a classi (non a istituto) di scuole medie da loro scelte, in tutta la provincia. Il progetto prevede il potenziamento della lingua inglese (+ 2 ore con insegnante madrelingua), l’assistenza durante la mensa (+ 5 ore), attività laboratoriali (+ 2 ore) e assistenza ai compiti nel pomeriggio (+ 4 ore), per un totale di 13 ore in più rispetto al normale tempo scuola settimanale.

Unindustria offre anche tablet per tutti gli alunni della classe, una lavagna interattiva multimediale, nuovi arredi, banchi polifunzionali e persino l’assistenza postdatata nel primo biennio delle superiori per la lingua inglese a tutti coloro che frequenteranno il corso destinatario del progetto. Le scuole devono proporsi in questi giorni, poi sarà Unidustria-Bologna a decretare le classi e i territori che “vinceranno” il pacchetto di potenziamento.

Cosa chiedono in cambio? La possibilità di fare le loro lezioni laboratoriali al mattino con lo scivolamento di alcune ore curriculari al pomeriggio, la disponibilità degli stessi insegnanti della scuola ad effettuare l’assistenza ai compiti al pomeriggio, l’ingresso a pieno titolo nella progettazione didattica del consiglio di classe, la mensa obbligatoria per la classe coinvolta.