La Francia in piazza. Ma sarà un nuovo maggio?

La collera francese
La collera francese
di Bruno Giorgini

Una parte della società civile, politica e dell’informazione francese sta rifiutando il contratto della paura di Hollande e Valls fondato sullo stato d’eccezione permanente che secondo i loro desiderata avrebbe dovuto essere inserito nella Costituzione. Nonché, profittando con cinismo dell’oppressione e paura sociale dovuta agli attentati terroristici, con la proposta di una legge sul lavoro modellata secondo i dettami del liberisomo più aggressivo contro i diritti dei lavoratori.

Speravano che gli andasse liscia, e invece ecco gli scioperi, le manifestazioni, gli studenti universitari in rivolta, i liceali arrabbiati, mezzo PS dissidente, e tutti si chiedono più o meno a bassa voce se si tratti di un fuoco di paglia oppure d’une lame de fond, un’onda di fondo. Col che, in Francia, capita che in molti pensino al maggio ’68, a quel sommovimento la cui onda lunga arrivò fino alla vittoria di Mitterand e della sinistra, PS e PCF uniti nel programma comune, alle elezioni presidenziali del 1981. Però invece di domandarci se il quartiere latino si riempirà di barricate – a occhio pare improbabile – cercheremo di mettere in fila una serie di fatti.
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Milano, 1 maggio 2015 - Foto di Internazionale

Ancora sul Primo maggio a Milano: il conflitto e la coalizione sociale

di Sergio Sinigaglia

Sul 1° maggio a Milano se ne sono dette e se ne stanno dicendo, inevitabilmente, tante. Non è la prima volta che una manifestazione importante e partecipata viene oscurata per la volontà di poche decine di prendersi la platea mediatica, nascondendo il lavoro sociale di una intera rete, vaneggiando, senza senso del ridicolo, su “Baltimora” e rivolte sociali vere, le quali non hanno a nulla a che fare con l’esposizione muscolare di pochi specialisti dello scontro.

È accaduto il 15 ottobre del 2011 a Roma e purtroppo si potrebbe ripetere in futuro. Anche perché è una questione a cui non è semplice dare una risposta efficace. Chi sollecita servizi d’ordine o controlli vari rischia di proporre soluzioni peggiori del problema. Forse ha ragione quel mio amico che, commentando il tutto, rilevava che i casseurs ci saranno sempre e sottolineava la necessità di riflettere sul rapporto tra chi manifestava, diverse miglia di persone, e il contesto.

Oggi la retorica dei bravi cittadini che il giorno dopo si sono messi a ripulire la città devastata dai vandali è sulle prime pagine dei giornali, così come le relative immagini sommergono i telegiornali. Una retorica insopportabile e plastificata. È sin troppo facile rilevare che le nostre città sono da anni devastate dalla cementificazione, dalla dittatura dei suv e del traffico, dalla speculazione edilizia e da tutto ciò che le ha rese invivibili e sempre più estranee a chi ci abita, una devastazione sociale spesso ignorata o distorta dai mass media.
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Il murale di Giuseppe Di Vittorio

Il Primo maggio di Giuseppe Di Vittorio: un discorso ancora attuale

di Giuseppe Di Vittorio, dal numero 17 del «Lavoro» uscito il 26 aprile 1953

Se la celebrazione del Primo maggio diviene, ogni anno, più grandiosa nel mondo gli è perché il suo significato esprime le aspirazioni più profonde e più vive dell’uomo. Il Primo maggio, infatti, esalta la potenza del lavoro e le priorità e la nobiltà della sua funzione nella vita d’ogni società umana.In pari tempo, questa giusta esaltazione pone in maggior luce l’ingiustizia rivoltante del fatto che, in tanta parte del mondo, il lavoro non è libero, essendo sottoposto al giogo del capitale e subordinato alla legge barbarica del profitto di pochi, a detrimento di tutti. Non essendo libero, il lavoro non può espandersi, secondo i crescenti bisogni dell’uomo; non può utilizzare tutta la sua potenza creatrice, per soddisfare le incessanti esigenze di vita e di progresso dell’umanità. Ogni possibilità di lavoro e di produzione è condizionata e limitata dalla convenienza o meno dei detentori del capitale, dei loro trust, dei loro monopoli.

Di qui, le mostruosità inumane del sistema capitalistico: immense estensioni di terre incolte o malcoltivate e masse enormi di braccianti disoccupati; fabbriche che si chiudono e milioni di famiglie prive dei prodotti più necessari; tonnellate di grano buttate a mare – per mantenere elevati i prezzi – e milioni di uomini e di donne e di bambini che scarseggiano o mancano del pane.Da questo sistema di predominio del capitale, da questo sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sorgono le crisi, la disoccupazione, la miseria, di cui soffrono le popolazioni.

Da questo sistema d’ingiustizia e di sopraffazione, sorgono le cupidigie e le brame di rapina dei grandi monopoli su altri Paesi, su altri mercati, su altre fonti di materie prime. Di qui, sorgono le guerre imperialistiche, coi loro inseparabili e terribili cortei di massacri, di distruzioni, di lutto, di carestia.Il Primo maggio, pertanto, i lavoratori del mondo intero, celebrando la potenza invincibile del lavoro, rivendicando il loro diritto alla conquista di migliori condizioni di vita riaffermano la loro volontà collettiva di accelerare la marcia verso l’emancipazione del lavoro, che libererà tutta l’umanità dal timore delle crisi, dalla paura della fame, dall’incubo della guerra, ed aprirà ad essa la via radiosa del benessere crescente e d’un più alto livello di civiltà.
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Expo, il Primo Maggio delle multinazionali

Expo a Milano
Expo a Milano
di Vittorio Agnoletto

“Allo stato attuale la produzione agricola mondiale potrebbe facilmente sfamare 12 miliardi di persone… Si potrebbe quindi affermare che ogni bambino che muore per denutrizione oggi è di fatto ucciso”: così scrive Jean Ziegler, già Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo.

Expo, stando allo slogan che lo qualifica: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, dovrebbe rappresentare un’occasione unica per avviare una riflessione globale, sociale e istituzionale su questa enorme contraddizione che produce un miliardo di affamati e 800 milioni di obesi. Due facce dello stesso problema che abitano questo nostro tempo: la povertà, in aumento non solo nel Sud del mondo, ma anche nelle nostre periferie sempre più degradate.

Occasione che, se ben utilizzata, avrebbe potuto fare piazza pulita delle ragioni esposte da coloro, come il sottoscritto, che erano contrari alla realizzazione a Milano di tale evento, temendo che si trasformasse in un inestricabile intreccio di tangenti, consumo di suolo e in una indecorosa vetrina per le grandi multinazionali del cibo.

Purtroppo lo spettacolo al quale stiamo assistendo conferma tutti i timori di chi fin dall’inizio si è mostrato più che scettico su tale evento. In questa sede mi limiterò ad analizzare quanto sta avvenendo sul tema oggetto di EXPO; tralascio, per questioni di spazio, tutto quanto riguarda gli aspetti della legalità o meglio della corruzione che, per altro, sono ampiamente documentati quotidianamente sui media.
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