Il partito: perché si è persa la sua dimensione collettiva – Terza e ultima parte

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di Sergio Caserta

Quando l’attacco al «centralismo democratico» del Pci diventa, come è diventato, attacco ai partiti in quanto tali (alla così detta «forma-partito»); quando si condanna tutto ciò che non sia puro movimento d’opinione; quando l’attacco è diretto a denigrare ogni sforzo teso a organizzare la società attorno a un fine, è diretto contro ogni scala di valori che non sia quella gratuita e imprevedibile che viene confusamente e contraddittoriamente espressa dal moltiplicarsi degli appetiti egoistici dei singoli, dallo sfarinarsi della società in una miriade di nuclei corporativi e delle lotte al loro interno, dall’accentuarsi dell’induzione al consumismo; ebbene quando awiene tutto questo, e questo sta avvenendo, non dovrebbe essere difficile capire che l’attacco non riguarda solo il Pci ma tutti i partiti che tendono ad organizzare le masse e a ordinare in modo nuovo la società in vista di certi ideali.
Enrico Berlinguer (Articolo su Rinascita 1979)

Nel periodo della sua massima ascesa, il decennio degli anni ’70, il Pci rappresentò un fenomeno di straordinario interesse, una novità clamorosa nel panorama politico dell’Italia, fino ad allora dominata dalla “tranquilla” centralità democristiana. Non che negli anni precedenti il Pci non avesse contato nelle vicende politiche, tutt’altro.

Se c’era un partito influente e comunque incisivo nell’ottenere risultati era quella “giraffa” togliattana che sapeva essere dura opposizione allo strapotere democristiano ma anche sapiente mediatrice degli equilibri costituzionali che avevano rappresentato l’ancoraggio democratico inattaccabile delle Repubblica nata dal crollo del fascismo e dalla Resistenza. Giova ricordare per tutti le vicende del tentativo sventato di golpe del piano Solo del Sifar, le dimissioni de governo Tambroni dopo i fatti di Genova e Reggio Emilia e quelle del presidente della Repubblica Leone, fatti che dipesero anche, se non soprattutto, dalla forte influenza del Pci sul quadro politico istituzionale.
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Il partito: perché si è persa la sua dimensione collettiva – Seconda parte

a-pci03di Sergio Caserta

Il Partito comunista non è soltanto l’avanguardia della classe operaia. Se il partito vuole dirigere veramente la lotta della classe operaia, esso deve esserne anche il distaccamento organizzato. In regime capitalista esso ha dei compiti estremamente importanti e vari. Esso deve dirigere il proletariato nella sua lotta tra difficoltà di ogni sorta, condurlo all’offensiva quando la situazione lo esige, sottrarlo, guidandolo alla ritirata, ai colpi del suo avversario quando esso rischia di essere schiacciato da quest’ultimo, inculcare nella massa dei senza partito i principi di disciplina, di metodo di organizzazione, di fermezza necessari alla lotta. Ma il partito non verrà meno a questi suoi compiti soltanto se sarà esso stesso la personificazione della disciplina e dell’organizzazione, se sarà il distaccamento organizzato del proletariato. Altrimenti esso non potrà pretendere di conquistare la direzione delle masse proletarie. Il partito è dunque l’avanguardia organizzata della classe operaia.
Antonio Gramsci

La forza dei partiti della cosiddetta “Prima Repubblica”, fin quando sono rimasti in vita, è stata nell’organizzazione e nei sistemi di regole interne accettate e rispettate. Era così per il Pci innanzitutto, lo è stato anche, in modo diverso, per la Dc, mentre gli altri partiti – socialisti, repubblicani, liberali – erano organizzati su basi meno rigide. Il Pci era costituito sul principio del centralismo democratico e della “sacralità” dell’unità, sul disconoscimento del frazionismo e il divieto assoluto di formare correnti organizzate; la DC si basava all’opposto sul riconoscimento di correnti culturali e sulla loro regolamentazione politica, utilizzando il cosiddetto manuale Cencelli, vero e proprio prontuario di gestione del potere nel partito, attraverso la lottizzazione degli incarichi rigidamente (e in un certo senso democraticamente) regolata sulla base di volta in volta dei mutati rapporti di forza.
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Il partito: perché si è persa la sua dimensione collettiva – Prima parte

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di Sergio Caserta

Il Partito è un uragano denso di voci flebili e sottili e alle sue raffiche crollano i fortilizi del nemico. La sciagura è sull’uomo solitario, la sciagura è nell’uomo quando è solo. L’uomo solo non è un invincibile guerriero. Di lui ha ragione il più forte anche da solo, hanno ragione i deboli se si mettono in due. Ma quando dentro il Partito si uniscono i deboli di tutta la terra arrenditi, nemico, muori e giaci. Il Partito è una mano che ha milioni di dita strette in un unico pugno. L’uomo ch’è solo è una facile preda, anche se vale, non alzerà una semplice trave, né tantomeno una casa a cinque piani. Ma il partito è milioni di spalle, spalle vicino le une alle altre e queste portano al cielo le costruzioni del socialismo, il Partito è la spina dorsale della classe operaia. Il Partito è l’immortalità del nostro lavoro. Il Partito è l’unica cosa che non tradisce.
Vladimir Mayakovsky

Oggi si fa un gran parlare della crisi dei partiti, che non ci sono più i partiti di una volta, esistono ormai solo partiti dei leader e partiti per i leader, la politica si è personificata, dominata dal bisogno dell’immagine vincente del capo senza il quale il partito appare un guscio vuoto, una nave senza timoniere. La legge inesorabile dell’onnipotenza mediatica, impone che la leadership sia incarnata dall’uomo (ancora da noi la donna non c’è arrivata) vincente a tutto campo.

I partiti non erano così appena trent’anni fa, vale la pena ricordare che con tutto il negativo che la cosiddetta “prima Repubblica” ha proiettato di sé all’indomani di Tangentopoli, fino ad allora i partiti, intesi come organismi collettivi, avevano goduto di rispetto e perfino di considerazione.
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Giulio Andreotti - Foto di greo77

Andreotti: parabola della politica italiana attraverso le storie nere della Repubblica

di Pasquale Cuomo, Università di Pisa

Ho aspettato un po’ prima di scrivere sulla morte di Andreotti, ascoltando la lettura degli articoli imbarazzati e laudatori su di lui, come di quelli critici ma distaccati. Scoperto da De Gasperi mentre preparava la tesi di laurea sulla marina pontificia, il giovane dirigente della Fuci ha ricoperto quasi ininterrottamente incarichi di governo dal 1946 al 1992. È stato il sottosegretario di De Gasperi con delega alla censura cinematografica scagliandosi contro il neorealismo perché i “panni sporchi vanno lavati in casa”. Frase ripresa per criticare il Divo da parte di un’elegante signora che vanta come merito quello di essere la compagna di un fascinoso industriale-finanziere che è riuscito a semi-distruggere l’azienda dell’ex suocero.

Andreotti ha sempre rappresentato il sacramento del potere con quell’atteggiamento curiale e cinico che ricordava la Roma papalina e le sue frequentazioni vaticane. Filo atlantico da sempre, ha strizzato l’occhio più volte alla destra fascista nel suo collegio elettorale (il frusinate) e a Roma. Da ministro della difesa per sei anni ha plasmato le forze armate negli anni sessanta e poi ha fondato la sua corrente basandola su due pilastri: il Lazio e la Sicilia. Per questo motivo ha sempre avuto ottimi rapporti con i palazzinari e con ambienti mafiosi.

A fare da contorno c’erano poi alcuni giovani politici campani, calabresi e anche lombardi. Per questo motivo non ha mai ambito a diventare il segretario della Dc ma ad essere l’ago della bilancia e scalare il potere ministeriale. Ha rappresentato l’essenza più alta della democristianicità: il potere per il potere, il rapporto con la chiesa, il cinismo, l’affarismo mai esibito, la cattiveria condita di sapidità e una certa civetteria. È stato il grande difensore di Sindona, addirittura appellandolo “salvatore della lira”, mentre il banchiere siciliano era intento in pericolose e fallimentari speculazioni valutarie.
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