Una ricetta per dare lavoro ai giovani

di Piergiovanni Alleva

È assolutamente importante in questa fase politica, che la sinistra assuma su di sé il compito di porre rimedio ai guasti della fallimentare legislazione del lavoro del governo Renzi, che ha ulteriormente precarizzato, e di molto, il mercato del lavoro senza raggiungere alcun stabile miglioramento occupazionale. Il compito non è solo quello della rivisitazione e ripristino delle tutele fondamentali, devastate dal Jobs Act, ma anzitutto di incidere sulla disoccupazione, in primo luogo giovanile, con una proposta pratica, efficace e finanziariamente sostenibile.

Questo è lo scopo di un Progetto di L. R. dell’Emilia-Romagna, presentata dal Gruppo assembleare L’Altra Emilia Romagna, e cofirmato dai gruppi Sinistra Italiana e Art.1 MDP, in tema di diffusione dei cosiddetti contratti di solidarietà espansiva, che contiene una formula per una rilevante riduzione della disoccupazione giovanile.

Cercheremo quindi di illustrarlo al meglio. È opportuno ricordare anzitutto che i contratti di solidarietà espansiva, ora ridefiniti dall’art.41 del Dlgs. 148/2015, sono contratti collettivi aziendali con i quali viene ridotto l’orario di lavoro settimanale, senza futura perdita pensionistica, al fine di «creare spazio» per l’assunzione di nuovi lavoratori. Per esempio, riducendo su base volontaria la settimana lavorativa da 5 a 4 giornate, si apre lo spazio per l’assunzione di un nuovo lavoratore per ogni 4 lavoratori richiedenti tale riduzione.
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Lavoratori Electrolux - Foto di Milano Today

Il nuovo regalo del governo alle imprese

di Maria Luisa Pesante

Il governo si appresta nuovamente ad aggredire le pensioni pubbliche. Per bocca del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Nannicini e del viceministro all’economia Morando ha confermato lunedì scorso l’impegno a tagliare di 6 punti i contributi previdenziali, 3 per i datori di lavoro e 3 per i lavoratori neoassunti.

Si tratterebbe di una misura strutturale in sostituzione della decontribuzione sui nuovi assunti deliberata lo scorso anno. La metà della somma resa così disponibile spetterebbe al lavoratore, che potrebbe o incassarla in busta paga o destinarla alla previdenza integrativa. Poiché il governo non compenserebbe il mancato versamento di contributi all’Inps, ne derivano due ordini di conseguenze, per l’Inps e per i lavoratori. All’istituto viene a mancare immediatamente una parte dell’incasso con cui, nel nostro sistema a ripartizione, eroga le pensioni attuali, dunque avrebbe un peggioramento nel bilancio.

Nannicini ha scritto (l’Unità, 18/8/2015), che questo «avrebbe sì costi (di cassa) nel breve periodo, ma ridurrebbe il debito previdenziale implicito nel lungo periodo». La frase è ingannevole, a dir poco. Con l’attuale sistema contributivo l’Inps paga a ogni lavoratore tanto quanto ha ricevuto in contributi, quindi le minori entrate inciderebbero sull’equilibrio di bilancio per tutto il periodo di transizione dal vecchio al nuovo livello di contributi: davvero breve? Nel lungo periodo, cioè a regime, il debito previdenziale diminuisce solo se per esso si intende non il passivo di bilancio, lo squilibrio tra entrate e uscite del sistema, ma l’ammontare delle pensioni che lo stato è impegnato a pagare.
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Pensioni, le riforme che Boeri non propone

Pensioni e pensionati
Pensioni e pensionati
di Carlo Clericetti

È dal 1992 che le riforme della previdenza si succedono senza soluzione di continuità: praticamente nessun governo ha rinunciato a metterci le mani, vuoi con modifiche profonde, vuoi con “aggiustamenti” sempre tendenti allo stesso scopo, ossia ridurre il peso della spesa previdenziale. Oggi abbiamo uno dei sistemi più sostenibili che esistano, ma il prezzo è che le pensioni future saranno molto basse, per la maggior parte certamente insufficienti – anche per motivi legati ai mutamenti del mercato del lavoro – a garantire quell'”esistenza dignitosa” che pure la nostra Costituzione promette.

Tutti lo sanno, ma al momento non si vedono iniziative concrete per mettere riparo a questa preoccupante prospettiva. Ancora adesso di altre riforme si continua a parlare, ma semmai la tentazione è quella di togliere a “chi ha avuto troppo” e usare quei soldi per altre iniziative sociali. Ora, anche dando per scontato che quei soldi sarebbero usati bene (e proprio scontato non è), si è ormai appurato che mancano i dati per eventuali ricalcoli: e questi ricalcoli non si possono fare con dati stimati o presunti, né con il meccanismo ultimamente ipotizzato basato sulla differenza dei coefficienti di trasformazione al momento del pensionamento, perché un diritto maturato in base alle leggi non può essere leso sulla base di ipotesi. Qualunque giudice annullerebbe una iniziativa del genere, e d’altronde la Corte Costituzionale si è pronunciata più volte al riguardo.
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