L’immaginario del Lavoro e il lavoro da immaginare secondo la Rete degli Archivi del Presente

di Silvia Napoli Una nuova seppur non formalizzata realtà si aggira nel panorama storico-culturale del nostro territorio, a scanso di rischi di presbiopia sulla nostra storia comunitaria più prossima. Una rete di una decina e più di archivi che riserva qualche sorpresa per diversi aspetti, a partire dalla sua composizione, che è variegata e comprende […]

Suburbicon: un film sul passato per i dilemmi del presente

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Suburbicon, di George Clooney, Usa 2017

Siamo negli anni Cinquanta del secolo scorso, nel pieno del periodo di crescita economica e di diffusione del benessere successivo al secondo conflitto mondiale. Suburbicon è uno di quei quartieri dorati, sorti ai margini delle città americane, nei quali si trasferiscono i membri della borghesia più facoltosa, rigorosamente bianca. Li abbiamo visti in tanti film, tanto che ci appaiono quasi familiari: ordinate e linde casette a schiera (tutte uguali), circondate da giardini perfettamente curati e vialetti percorsi da fiammanti Cadillac o Buick. Qui tutto sembra scorrere nel migliore dei modi possibili.

Fino a quando la quiete del quartiere è turbata dall’arrivo di una famiglia di colore, sulla quale si concentra la diffidenza dei vicini. Il pregiudizio offusca la lucidità dello sguardo, e così sfugge quanto sta accadendo dentro una delle belle casette di Suburbicon, quella abitata dalla famiglia Gardner: un padre, stimato dirigente d’impresa (Matt Damon), una moglie (seduta su una sedia a rotelle dopo un rovinoso incidente), una cognata (entrambe interpretate da Julianne Moore) e un figlioletto.
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In ricordo di Paolo Prodi: un amico e un interlocutore di cui sentiremo la mancanza

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di Amina Crisma

Ero andata a trovarlo con Vittorio il giugno scorso. Lo avevamo incontrato a casa sua in Via Galliera, insieme a sua moglie Adelaide, e mi avevano colpito la sua costante attenzione agli altri, la sua generosa disponibilità al dialogo, la sua cortesia, e, soprattutto, la sua inesausta energia intellettuale dentro un corpo che stava diventando fragile.

Ci eravamo ripromessi di incontrarci di nuovo prima delle vacanze di Natale, anche con l’intenzione di fargli un’intervista per Inchiesta sui temi dei suoi libri più recenti, come Profezia vs utopia (Il Mulino 2013), Homo europaeus (Il Mulino 2015), Occidente senza utopie (Il Mulino 2016, con Massimo Cacciari). Soprattutto, ci interessava la questione fondamentale che li attraversa tutti, e che riassumerei così: quale futuro ci attende se va perduta, come oggi accade, la capacità di immaginare e progettare un mondo diverso da quello esistente che ha incessantemente animato per più secoli la storia dell’Occidente?

In quell’occasione gli avevo consegnato il mio Neiye, il Tao dell’armonia interiore, ed era proseguita fra l’altro la conversazione sul suo libro Il tramonto della rivoluzione (Il Mulino 2015) a cui avevo dedicato un articolo su Inchiesta (a. 45/n. 189/2015,”Fine della rivoluzione e tramonto dell’Occidente: a chi andrà il Mandato Celeste?”), che più sotto viene riprodotto. Qualche giorno dopo mi aveva scritto una lettera gentile che qui trascrivo:
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