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Eternit: il disastro è prescritto

di Anna Maria Bruni

Ancora 20 morti l’anno, che il diagramma previsionale sulle ricadute dei danni da amianto indica ancora in crescita esponenziale, con un picco di 60 all’anno almeno fino al 2020. Nonostante l’Eternit di Casale Monferrato sia chiusa da 28 anni. Perché fino a quel momento è riuscita a far strage di 3000 persone, se consideriamo gli 800 malati. Ma dobbiamo, perché nel frattempo sono morti. E poiché la fabbrica è chiusa dal 1986, dobbiamo precisare che da 28 anni le persone che continuano a morire sono cittadini che non hanno mai messo piede in quella fabbrica.

Eppure al terzo grado di giudizio la sentenza della Corte di Cassazione ha decretato che il disastro ambientale non persiste, dal momento che la fabbrica è chiusa. Prevale quindi la prescrizione che nel 2012, al momento della sentenza di appello, era stata esclusa per “persistenza del reato connessa alla persistenza della malattia”. Sentenza ribaltata in Cassazione dunque, dove al contrario i giudici hanno dichiarato che se il tempo di latenza del mesotelioma (il tumore correlato all’esposizione da amianto) è di 20 anni non vuol dire che il disastro è in atto oggi, ma era in atto 20 anni fa. Nonostante, voglio ripeterlo, continuino a morire i cittadini di Casale Monferrato, non i lavoratori, dal momento che la fabbrica è chiusa. Dunque Shmidehiny è prosciolto, e sono annullati il rimborso Inail e i risarcimenti per le vittime.

A Casale Monferrato oggi è lutto cittadino. Non può essere altrimenti, anche perché la cittadinanza, doppiamente ferita, fa muro intorno ai tanti cari attualmente malati. Un bisogno di proteggersi, che è bisogno che prevalga l’umano sulla regola scritta. Per questo Guariniello, insieme all’Associazione vittime dell’Amianto non si arrende, e riparte con il processo “Eternit bis” il cui impianto questa volta si basa sull’omicidio. Per le 260 vittime degli ultimi 4 anni.
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Eternit: come si prescrive la giustizia

di Loris Campetti

La morte e il dolore si possono prescrivere per scadenza termini. Così ha deciso la Cassazione, sulla base del principio che qualora il diritto non sia in consonanza con la giustizia, è il primo e non la seconda che per il giudice deve prevalere. All’ombra del Palazzaccio, così, è stato commesso l’ennesimo omicidio e la nuova vittima, la giustizia, va ad aggiungersi ai tremila uomini e donne uccisi dall’amianto. Uccisi da Stephan Smidheiny, il magnate svizzero padrone dell’Eternit.

Forse l’hanno chiamato Eternit proprio perché procura la pace eterna a chi lo lavora, a chi lo tocca lavando vestiti impregnati di fibre velenose, a chi lo respira. Ma siccome dal 1986 in Italia gli stabilimenti – i campi di sterminio – dell’Eternit sono chiusi, gli omicidi di Smidheiny non sono più giudicabili e dunque i processi di primo e secondo grado e il lavoro straordinario del magistrato Raffaele Guariniello sono cancellati. Pazienza se l’amianto uccide ancora, con l’arma del mesotelioma pleurico, più di ieri e meno di domani. Uccide nel tempo, con anni di ritardo rispetto al momento dell’esposizione alle sue fibre. Pazienza se il picco degli omicidi si prevede addirittura nel 2025. Pazienza se tutti, proprio tutti anche dentro il Palazzaccio, ammettono che Smidheiny è responsabile di quegli omicidi perché conosceva le conseguenze dell’amianto sulla salute delle persone.

Reato prescritto. I parenti delle vittime che da decenni conducono la loro battaglia perché la verità sulla strage che ben conoscono venga riconosciuta e formalizzata e pretendono giustizia, se ne facciano una ragione: reato prescritto. Tanto, anche se non se faranno una ragione, molti di loro cesseranno di soffrire e incazzarsi, ammazzati anch’essi dal mesotelioma. Scriveva Stefano Benni in una delle sue prime poesie: “Chiedete giustizia, sarete giustiziati”.
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Aldo Perrini - Foto http://elmuertoquehabla.blogspot.it/

Uruguay. Il passato che non passa e il caso di un italiano

di Luigi Pandolfi

L’Uruguay fatica a fare i conti con il suo passato. È l’atteggiamento della giustizia nei confronti dei crimini commessi negli anni della dittatura militare a testimoniarlo. Ciò a dispetto del nuovo corso politico avviatosi nel paese, che vede protagonista l’austero presidente José Alberto Mujica, ex guerrigliero Tupamaros, per molti un’icona del riscatto politico e morale latinoamericano.

Ricordiamo che dal 1973 al 1985 l’Uruguay è stato tenuto col pugno di ferro da una feroce dittatura militare, responsabile di una repressione durissima nei confronti di ogni forma di dissenso, come in Argentina e in Cile. I casi di tortura in quegli anni si contarono a migliaia. Alcune centinaia furono i desaparecidos, tra cui almeno 100 che scomparvero in Argentina, per effetto della famigerata “Operazione condor”, il coordinamento segreto tra i servizi di intelligence delle dittature militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay, messo in piedi, sotto l’egida degli Usa, per reprimere il dissenso nei loro rispettivi paesi. Tra i cento scomparsi oltreconfine, vi furono anche dei bambini, quattro dei quali nati in carcere da madri detenute per reati politici.

A scuotere in questi giorni le coscienze nel paese latinoamericano c’è un caso che merita di essere preso in considerazione. Anche perché è stato recentemente oggetto di un appello rivolto alle massime cariche dello Stato italiano. La vicenda ha per protagonista un cittadino uruguaiano di origini italiane, Aldo Perrini, vittima della repressione di quegli anni. Il caso attuale riguarda invece la possibile prescrizione del reato che l’ha riguardato.
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