Caro diario, cercavo lavoro ma è finito

di Francesca Fornario 1991. Caro Diario, comincio il liceo. Papà e mamma non hanno completato gli studi perché sono andati in fabbrica. Dicono che io, invece, posso ambire a un impiego pubblico che è il più sicuro: “Ci sono tante aziende pubbliche: Iri, Eni, Enel, Italsider…”. 1992. Caro Diario, sono stata promossa. Papà e mamma […]

Martins, Mélenchon e Iglesias: per una rivoluzione democratica in Europa

di Catarina Martins (Bloco de Esquerda), Jean-Luc Mélenchon (La France Insoumise) e Pablo Iglesias (Podemos), traduzione italiana da ilcorsaro.info

L’Europa non è mai stata ricca come ora. E non è mai stata così diseguale. A dieci anni dallo scoppio di una crisi finanziaria che i nostri popoli non avrebbero mai dovuto pagare, oggi constatiamo che i governanti europei hanno condannato i nostri popoli a perdere un decennio.

L’applicazione dogmatica, irrazionale e inefficace delle politiche di austerità non è riuscita a risolvere nessuno dei problemi strutturali che causarono quella crisi. Al contrario, ha generato un’enorme inutile sofferenza per i nostri popoli. Con la scusa della crisi e dei loro piani di aggiustamento, hanno preteso di smantellare i sistemi di diritti e protezione sociale conquistati in decenni di lotte.

Hanno condannato generazioni di giovani all’emigrazione, alla disoccupazione, alla precarietà, alla povertà. Hanno colpito con particolare crudezza i più vulnerabili, quelli che più hanno bisogno della politica e dello stato. Hanno preteso di abituarci al fatto che ogni elezione diventi un plebiscito tra lo status quo neoliberista e la minaccia dell’estrema destra.
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Migranti a casa nostra

Migranti - Foto di Roberto Pili
Migranti – Foto di Roberto Pili

di Gianfranca Fois

I migranti che lavorano in Italia producono 127 miliardi di Euro di ricchezza, praticamente come l’intero fatturato Fiat. Il contributo economico dell’immigrazione si traduce in 7 miliardi di Irpef versata – evidenzia la Fondazione Moressa nel suo rapporto annuale presentato in questi giorni – da oltre 550 mila imprese straniere che producono in Italia, ogni anno, 96 miliardi di valore aggiunto. Di contro, la spesa destinata agli immigrati è pari al 2% della spesa pubblica italiana.

Basterebbero questi pochi numeri per capire che l’Italia ha bisogno dei migranti per tenere in equilibrio il suo sistema pensionistico, anzi ce ne vorrebbero decisamente di più. Il nostro paese ha infatti una popolazione sempre più vecchia e il tasso di natalità è uno dei più bassi al mondo.

Eppure non bastano nemmeno questi dati egoistici per rendere l’accoglienza e l’inclusione dei rifugiati e dei così detti migranti economici organizzate e condivise. Sicuramente la situazione è complessa e chiama in causa molteplici aspetti politici, sociali, economici e culturali che impediscono di affrontare in modo adeguato quella che, dopo vent’anni, non possiamo certo chiamare emergenza ma che continuiamo ad affrontare come tale.
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La buona scuola

Dae, Tfa, Siss, concorsi, graduatorie: tutti i nomi della precarietà scolastica

di Silvia R. Lolli

Qualche giorno fa il neo maestro ci catechizzava con l’aiuto di una lavagna, neppure LIM alla faccia della scuola 2.0 (!). La messinscena forse voleva ricordare il Maestra Manzi; povero Manzi se da lassù ha guardato questa caricatura. I primi due punti:

  • 1) alternanza scuola lavoro
  • 2) cultura umanistica

Non è una contraddizione nei termini? Tralascio ulteriori riflessioni. Intanto, dopo lo sciopero del 5 maggio, che ha fatto vedere ciò che il sondaggio ha continuamente nascosto, cioè i tanti contrari, c’è finalmente un titolo politico che dovrebbe essere lo slogan per chi ha cuore la scuola statale, quella della repubblica costituzionale: fermare il disegno di legge, stralciare le assunzioni.

A Radio Anch’Io il capo (ormai questo è il termine che si può utilizzare senza problemi) del Governo ribadisce che le assunzioni dei precari non verranno stralciate dal ddl della buona scuola. Ricordiamo ddl derivato dal sondaggio online e solo in parte off-line, perché l’ascolto non è stato ampio, ma solo indirizzato, quindi con scarso valore.

Le forze democratiche, molte di queste fuori dal Parlamento e certamente dall’attuale Governo, continuano a chiedere di tenere ben distinti gli obblighi europei (dovremmo pagare penali!) di assumere i precari della scuola. Renzi insiste, del resto il diktat del neoliberismo che da anni sta assediando i nostri principi costituzionali e democratici per i quali la scuola statale assume un’importanza fondamentale e sbandierata ormai solo per demagogia, gli impone tutto ciò.
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Apocalypse now reloaded: il libro di Alice Biagi su precarietà e giungla reale

Apocalypse now reloaded
Apocalypse now reloaded
di Noemi Pulvirenti

“Saigon. Merda. Sono ancora soltanto a Saigon. Ogni volta penso che mi risveglierò di nuovo nella giungla”. La protagonista di questo romanzo però, non si sveglia a Saigon come Martin Sheen nel celebre film di Francis Ford Coppola, ma a Bologna. In una giungla di precariato, fatta di contratti precari e a tempo determinato, di code all’Inps, di domande che assillano costantemente la mia generazione. Perché noi figli del benessere, delle opportunità, dell’Italia da cartolina, ci ritroviamo dopo aver conseguito con fatica gli studi, in un limbo senza uscita?

Queste e molte altre riflessioni accompagnano il romanzo Apocalypse now reloaded; dalla “fenomenologia di San Vitale” alle descrizioni sociologiche delle regole della vita d’ufficio. Per poi farsi addolcire dall’incontro con un vero amore come Love, o rinvigorire dal muay thai e scappare in posti lontani come la Thailandia per poi tornare indietro. Il tutto condito da uno slang bolognese e linguaggio pubblicitario.

C’è molto di vero e di vissuto in questo romanzo. Nato nel 2006, dalla costante abitudine dell’autrice di appuntarsi ogni suo pensiero, il romanzo è un collage che prende forma nel 2009, anno in cui Alice rimane senza lavoro. E che le fornisce il tempo, la sofferenza e la forza per trovare, come l’ha definita lei, la sua centratura.
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Prospettive - Foto di Krisis Magazine

Generazioni a confronto: i giovani dovrebbero essere molto di più arrabbiati

di Sergio Caserta

Cara Noemi-Fosca, anche i più bei romanzi terminano e così anche questo confronto a distanza, durante un non troppo caldo agosto di crisi, finisce. È servito a me sicuramente, per riflettere su fatti e passaggi della vita, raffrontandoli con le ansie di una giovane-giovanissima donna in precarietà.

Ti ringrazio degli attestati, affettuosi ma forse eccessivi. In effetti Fosca dovrebbe avere più distacco verso la generazione dei suoi genitori che l’hanno fatta crescere in un Paese decisamente sgradevole, per usare un eufemismo. Diciamola tutta in francese: dovreste incazzarvi molto di più e duramente, noi siamo la generazione che sta rovinando quel po’ di buono che avevano fatto i nostri padri, loro almeno avevano cacciato i fascisti e ci hanno regalato la democrazia, una bellissima Costituzione e anche circa trent’anni di benessere.

Noi che vi stiamo dando? Un paese avvilito e in declino, egoismo e cattiveria a piene mani, vi abbiamo fatto brillare negli occhi le luci colorate della TV spazzatura, dicendo: questa è la vita! Siamo genitori mezze tacche, non siamo nemmeno ancora stati in grado di cacciare il nano evasore! Scherzi a parte ma non troppo, capisco le paure e chi non le ha avute? Le tue-vostre sono più che giustificate, affrontate le maggiori difficoltà nel periodo più bello della vita quando si è disposti a spendere le migliori energie e vi tengono a fare altro.
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Generazioni a confronto: la ferocia della precarietà e il verbo del dio consumo

di Sergio Caserta

A Fosca, la condizione della vostra generazione è pesante, la vita è tornata a farsi difficile, impensabile fino a pochi anni fa, quando i “cantori della flessibilità” (Blair, Clinton e Schröder per intenderci) inneggiavano al new deal del capitalismo liberale e della rivoluzione informatica, il nuovo mondo 2.0…C’è rimasto quasi solo lo zero….

La flessibilità ha assunto il volto feroce della precarietà, la favola bella del cambiare tante volte lavoro, per fare esperienze senza fossilizzarsi tutta la vita, si è trasformato rapidamente nel suo inverso: passare da un periodo più o meno lungo di disoccupazione a un altro, con qualche parentesi di lavoro.

Quest’esercito di riserva dei disoccupati intellettuali, determinato dalla crisi del modello economico dominato dalla globalizzazione selvaggia, ha come contraltare le masse di migranti che arrivano dall’Africa e dall’Oriente per fornire braccia nei settori in cui manca manodopera, agricoltura, industria e particolarmente settore edilizio.

È un cambiamento profondo e irreversibile che condurrà inesorabilmente a un assetto sociale molto diverso. È già così (anche se la classe al potere non sembra essersene resa conto) e Fosca descrive con meticolosa precisione come risparmiare in ogni gesto quotidiano, nei trasporti, nel cibo, nel vestiario perfino nella cultura, sfruttando le opportunità che i margini del “mercato” lasciano a chi ha poche disponibilità.
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Generazioni a confronto: la stagione in Romagna, com’era lavorare solo qualche anno fa

Prospettive - Foto di Krisis Magazine
Prospettive - Foto di Krisis Magazine
di Sergio Caserta

Di nuovo a Fosca. Devo dire che il tempo non cambia certe sensazioni derivanti da esperienze, anch’io per alcune estati ho fatto il cameriere sulla costa romagnola, a Rivabella di Rimini per la precisione: lavoro massacrante, in una pensione a conduzione familiare, dove TUTTI ma dico proprio tutti i parenti sgobbano e tu non puoi assolutamente tirarti indietro; a vent’anni sei in forze, ma la sera i piedi mi si gonfiavano per la stanchezza di chilometri fatti avanti indietro, sotto e sopra tra sala da pranzo e camere, dal mattino a sera.

Non s’andava troppo per il sottile, l’organizzazione era militare, sveglia alle sei per le colazioni, allora non c’era il self service di oggi, naturalmente si sporcava tutto di caffè e latte, briciole e marmellate, quindi dopo a pulire, cambiare le tovaglie, spazzare e lavare per terra, meno male che almeno c’erano le asciuga piatti elettriche.

Alle 11, se avevamo terminato breve pausa, meno di un’ora, la spiaggia di fronte e si poteva fugacemente fare il bagno, a me toccava sempre servire ai tavoli perché dicevano che ero bravo con i clienti, così lavoravo più degli altri, ci vuole furbizia anche in queste mansioni ed Antonietta era una cameriera fatta, m’insegnava e anche un po mi sfruttava, perché LEI lo sapeva che si dovevano dosare le forze, per arrivare vivi fino a sera.

Il pranzo era il momento clou, tutt’insieme a tavola, allora si suonava la carica: la pasta precotta si metteva nelle pentole per l’ultima ripassata, poi giù a servire, tutto di corsa per non farla scuocere, allora dai tavoli arrivavano richieste di ogni tipo, il pane, l’acqua, un tovagliolo, la forchetta m’è caduta, un bicchiere rovesciato e su e giù a correre come una lepre perché l’orario era unico e tutto programmato al secondo.
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Generazioni a confronto: fare la cameriera oggi, colei che serve, voce del verbo servire

di Fosca Ranieri Parliamo invece di lavoro e di quello che al momento mi impegna più tempo. Fare la cameriera non è per nulla semplice, non tanto per il continuo sgambettio tra comande e cucina, ma perché la cameriera serve ed etimologicamente servire deriva da essere schiavo. Chi si presenta da te infatti pretende un […]

Principessa precaria - Foto di Marcella Tambuscio

Generazioni a confronto: identikit semiserio dei giovani che affrontano la crisi

di Fosca Ranieri

Ora passiamo ad oggi, a chi siamo e come viviamo. Bologna è sicuramente un caso atipico, complice la sua tradizione universitaria e la sua fama di paese dei balocchi, ogni anno porta tanti giovani a trasferirsi qui. Questo contesto urbano è costellato da varie tipologie, ognuno sicuramente a sé stante, ma rintracciabile a mio avviso, in una di queste categorie.

Cominciamo con il mio preferito; l’Eterno Studente. Questo tipo di individuo è parcheggiato ormai da secoli tra le aule di studio e le vie del centro, dove alloggia ovviamente, e spende il suo tempo con la preparazione di esami interminabili e si gode la socialità. Infatti presiede ad ogni tipo di manifestazione ricreativo-culturale, non perde mai gli appuntamenti fissi bolognesi e soprattutto lavora saltuariamente, quando ha voglia di sentirti indipendente da mammina e papino. Ogni tanto viene assalito da forti sensi di colpa e per qualche settimana si mette a capofitto, poi ripiomba nel turbine degli eventi.

Passiamo al Dottorando. Molto in voga qui, questo esemplare è dotato di un forte egocentrismo perché si sa, non tutti lo vincono e se ti garantisci la borsa di studio continui a mantenere lo status di studente per altri tre anni. Si godono i loro momenti di gloria durante gli appelli d’esame e le conferenze e poi per il resto dell’anno si rinchiudono nelle biblioteche e fanno i badanti ai loro docenti. Nonostante questo camminano a testa alta per le vie della città, e se ti capita di incontrarli citeranno sicuramente il loro ultimo articolo su qualche argomento tritoeritrito o pallosissimoeignoto.
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