Appunti di viaggio: e poi cosa resterà? – Terza parte

di Silvia R. Lolli

Negli Usa sembra di essere in Italia, dopo la prima e la seconda elezione di Berlusconi. Oggi, alla vigilia delle elezioni definite di metà mandato, sembra che nessuno abbia votato Trump. Quasi tutte le persone incontrate hanno manifestato di non avere nessuna stima per questo presidente; a questo punto non ci sentiamo di definirlo “loro”. Anche da noi con le accuse, i processi, ma per la verità soprattutto dopo gli scandali sulle escort, sembrava che le elezioni di Berlusconi fossero avvenute casualmente.

Per Trump un po’ lo è stato, ricordiamo il numero di voti assoluti ricevuto, minore rispetto alla Clinton; anche in questo le somiglianze: noi siamo i maestri a conoscere ed applicare le alchimie politiche prodotte per le elezioni e sappiamo ormai che quando i pochi decidono, tutto va bene; se poi le regole non portano ad una vera democrazia, fa lo stesso. Anche in Usa sembra ci sia qualche scandalo da tener nascosto simile a quello che aveva quasi causato l’impeachment a Clinton.

Un cittadino americano con famiglia originaria del centro America spiegandoci cosa si pensa del problema, ha definito Trump una marionetta in mano a Putin che lo sta tenendo sotto ricatto. Forse la politica ha sempre avuto questi “scuri”, ma ci sembra che il livello scenda sempre di più ed il pericolo per la maggioranza delle persone del mondo si dimostri già elevatissimo.
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La politica piegata a tutto

di Alfonso Gianni

Ci si potrebbe domandare come mai un provvedimento così blando, come il decreto sul lavoro, abbia potuto incontrare tale e tanta opposizione dalle forze padronali, da trasformarsi da «Waterloo del precariato» in «tripudio dei voucher».

La politica e tantomeno l’economia non spiegano tutto. È forse il caso di rivolgersi anche alla psicologia cognitiva. Recentemente la prestigiosa rivista Science ha pubblicato un originale studio partendo dalla seguente domanda: «come definireste un puntino blu?». Ai partecipanti all’esperimento sono stati mostrati centinaia di puntini il cui colore variava dalle tonalità del viola a quelle del blu scurissimo. Ognuno doveva riconoscere il puntino blu. Diminuendo il numero dei medesimi le stesse persone al contrario dichiaravano l’esistenza di un numero maggiore di puntini blu.

In sostanza tendevano a classificare come blu ciò che non lo era. Un fenomeno di concept creep, di estensione strisciante del concetto. Ovvero meno punti blu ci sono più se ne vedono. Il fenomeno pare tanto più evidente quando l’elemento che viene diminuito ha per gli osservatori una valenza negativa.

Se ora sostituissimo ai puntini blu i diritti dei lavoratori – e non è la sola analogia in campo sociale che si potrebbe fare, si pensi al tema dei migranti ad esempio – e scegliessimo tra i partecipanti all’esperimento prevalentemente datori di lavoro e loro sostenitori, otterremmo che più si diminuiscono i diritti e più quei pochi che sopravvivono diventano un problema insopportabile, ben al di là della loro reale consistenza. È esattamente il processo cui abbiamo assistito in queste settimane.
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Paura e povertà: l’Italia del dopo-voto

Povertà estrema

di Mario Pianta

La mappa dell’Italia che ha votato ritrae soprattutto due fenomeni: paura e povertà. Il centro-nord (Lazio compreso) si è affidato a un nuovo Centrodestra a egemonia leghista: nel nord della Lombardia e del Veneto è oltre il 50%, con la Lega che arriva a punte tra il 33 e il 38% nelle sue zone di insediamento tradizionale; nel Piemonte lontano da Torino il Centrodestra è vicino al 50%, con la Lega meno forte; nel resto del Nord è quasi ovunque oltre il 40%; in Emilia, Toscana e Umbria la percentuale è oltre il 35%; nel Lazio che esclude Roma è al 40%.

Il centro-sud (Marche comprese) vede dilagare i Cinque stelle: sfiorano il 50% in Sicilia e nel nord della Campania, sono oltre il 40% in Calabria, Basilicata, Puglia, Molise e Sardegna. Più articolata è solo la fotografia dei collegi uninominali delle grandi città. Il Centrodestra ha vittorie in collegi a Torino, Milano, Venezia, Palermo. I Cinque stelle conquistano alcuni collegi a Torino, Genova, Palermo, Roma e hanno Napoli. Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma lasciano qualche circoscrizione al Pd.

Il 37-38% (rispettivamente alla Camera e al Senato) ottenuto dal Centrodestra viene dal successo della Lega, passata dal 4% delle elezioni politiche del 2013, al 6% delle elezioni europee del 2014, al 18% di oggi, mentre Forza Italia scende dal 22% del 2013 al 17% del 2014 e al 14% attuale. Il 32-33% (rispettivamente al Senato e alla Camera, con un elettorato più giovane) dei Cinque stelle va misurato con il 26% delle politiche del 2013 e con il 21% delle europee del 2014. La partecipazione al voto è stata analoga a cinque anni fa, intorno al 75%, mentre alle europee era scesa molto, al 57%.
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I nuovi clochard d’Europa: con il lavoro, senza la casa

di Alessandro Principe

In Europa sono in forte aumento le persone senza casa. Barboni, clochard, homeless, chiamateli come vi pare: la sostanza non cambia. Di romantico c’è poco o niente. Per qualcuno che, forse, sceglie questa vita, c’è un esercito di poveri che una casa non se la può permettere. Aumenti a due cifre, anche in paesi mediamente ricchi, e con tradizione consolidate di welfare: Danimarca +85%; Belgio + 34%; Olanda +50%. In Italia l’aumento è tra i più bassi, “solo” del 10%. Sta emergendo una nuova tipologia di clochard: il “lavoratore senza dimora”. Persone che un lavoro ce l’hanno. Ma non gli basta.

Cristina Avonto è la presidente della Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, attiva dal 1985 e parte della Federazione europea che riunisce le associazioni nazionali.

“Sicuramente c’è in Europa un innalzamento nel numero delle persone senza dimora come tendenza generale. C’è però anche un problema di rilevazione statistica. In Italia ad esempio gli ultimi dati ufficiali sono quelli dell’indagine Istat che abbiamo realizzato insieme al ministero del lavoro nel 2014. Noi poi facciamo costantemente un monitoraggio attraverso le nostre associazioni. Da questo monitoraggio rileviamo un leggero aumento: circa il 10% in più negli ultimi 3 anni. Un dato tutto sommato confortante rispetto ad altri paesi europei”.
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Social Justice Index, l’Italia agli ultimi posti

di Bruno Montesano

Quest’anno la pubblicazione del Social Justice in the EU. Index Report 2017, curato da Daniel Schtraad-Tischer e Christof Schiller, è avvenuta il giorno prima del vertice di Goteborg, dove si è discusso del Pilastro sociale europeo. Nel rapporto elaborato dalla Bertelsmann Stiftung – un think tank legato alla Bertelsmann GA, colosso mondiale dell’informazione – si plaude alla proposta della Commissione di istituire un Pilastro sociale europeo, sostenendo che, assieme al rapporto stesso, il pilastro potrebbe fungere da guida per permettere ai governi di affrontare i problemi sociali dei rispettivi paesi.

Il Pilastro sociale europeo dovrebbe essere basato su pari opportunità e accesso al mercato del lavoro, condizioni di lavoro eque e inclusione sociale. Tra le principali proposte c’è il salario minimo in ogni paese dell’Unione Europea, a cui Emma Marcegaglia, presidente di Business Europe (l’associazione delle imprese europee), si è subito detta contraria sentenziando che “Non è con nuovi interventi legislativi a livello europee che si possono creare nuovi posti di lavoro”. Al contrario, la Confederazione europea dei sindacati (ETUC), pur nell’attesa di vedere come verrà messa effettivamente in pratica, ha accolto positivamente la proposta.
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Tepito: barrio bravo nel cuore indomito del Messico

di Fabrizio Lorusso

La sala riunioni del Centro Studi sul quartiere di Tepito, nel cuore antico e dimenticato di Città del Messico, è un vero museo della memoria di una delle zone più famigerate dell’America Latina. Stigmatizzato dai mass media come covo di delinquenti, evitato da messicani e stranieri per la sua presunta pericolosità e considerato il tempio della merce di contrabbando, chiamata fayuca, Tepito è in realtà un’enclave di resistenza e creatività culturale senza pari.

È formato da 56 isolati e cinquantamila abitanti, i tepiteños, distribuiti su un’area urbana dal tracciato trapezoidale e formalmente è parte del centro storico, dato che si trova solo a una decina d’isolati dalla cattedrale e dal zocalo, l’immensa piazza che è tappa obbligata del turismo tradizionale. Il Centro culturale si dedica a far conoscere le tradizioni, il lavoro e le peculiarità di tanti commercianti e artigiani, di cuochi sopraffini e matriarche, di mitici pugili e ballerini che hanno fatto la storia di questo pezzo del Messico antico e dimenticato.

Vi si accede dall’Eje 1 Norte, una caotica arteria cittadina che collega il ponente e l’oriente della capitale, e le sue pareti raccontano la vita del barrio, del rione, in cui “tutto si vende tranne la dignità”, come si legge su un poster giusto all’entrata. Dal mattino presto le vie brulicano di ambulanti e commercianti, staffette e commessi, compratori e cercatori d’occasioni che vivificano quello che è considerato il mercato a cielo aperto, o tianguis, più grande del continente.
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Si adotti un modello di economia umana al servizio di tutti e non dell’1%

a-ofxam

di Elisa Bacciotti [*]

Otto uomini. Facile immaginarli insieme attorno un tavolo, magari nella sala riservata di un ristorante esclusivo. Sono otto, nessuna donna tra di loro: i più ricchi. Più ricchi, da soli, di 3,6 miliardi di persone: la metà degli abitanti più poveri del pianeta.

Non la crisi migratoria, non la crisi finanziaria del mondo occidentale, è questa la vera crisi dei nostri giorni. Una disuguaglianza di ricchezza e di reddito sempre più estrema a livello globale, tanto da dover essere ormai considerata un effetto patologico piuttosto che fisiologico del sistema economico.

Perché con questi livelli di disuguaglianza, con l’1% del pianeta che ormai è più ricco del restante 99% (e in Italia: con l’1% che possiede il 25% della ricchezza nazionale netta), la crescita economica non riesce più a raggiungere e beneficiare, come invece è stato in passato, fasce sempre più ampie di popolazione.

Ceti e segmenti sociali ormai pienamente coscienti di questo stato di cose, e sempre più orientati a esprimere il proprio malcontento: in Italia (dati Oxfam-Demopolis) il 67% dei cittadini è contro le disuguaglianze in materia di accesso e qualità dei servizi educativi e sanitari.
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Brasile: un Paese per tutti contro la povertà

Un Paese per tutti di Gianfranco Cordisco
Un Paese per tutti di Gianfranco Cordisco

di Sergio Palombarini

Nel libro Un paese per tutti è esposto uno studio interdisciplinare sull’impatto della Bolsa Família, il programma statale in corso da tredici anni in Brasile per ridurre la povertà che prevede l’erogazione di un sussidio in denaro a favore delle famiglie con basso reddito a condizione che i bambini e i ragazzi che ne facciano parte frequentino regolarmente la scuola, siano vaccinati e sottoposti a periodiche visite mediche.

Lo scopo dell’iniziativa è interrompere la trasmissione generazionale della povertà, cioè evitare che i figli di persone povere abbiano la loro esistenza segnata dall’analfabetismo o da malattie contratte nei primi anni di vita, attraverso un reddito minimo di cittadinanza che stimoli il comportamento attivo di tutto il nucleo famigliare. La Bolsa Família è la più grande iniziativa di contrasto alla povertà mai promossa da uno Stato poiché coinvolge oltre 50 milioni di persone.
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Povertà estrema

Ddl povertà: un’analisi delle norme del governo

Elena Monticelli e Mario Nobile

Pochi giorni fa il Governo Renzi ha approvato lo “Schema di disegno di legge di delega recante le norme relative al contrasto alla povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali”, cosiddetto “ddl povertà”. Lo schema di disegno di legge si pone in continuità con la Legge di Stabilità, all’interno della quale, come già analizzato, è previsto un Fondo di 600 milioni di euro per l’anno 2016 e 1 miliardo per il 2017.

In realtà, però, il modello proposto da questo disegno di legge affonda le proprie radici in una misura proposta da un precedente esecutivo, ossia il Sostegno all’Inclusione Attiva (S.I.A.) approvato durante il Governo Letta, scomparso dal dibattito pubblico e sostituito, con un errore del tutto consapevole, da diciture che rievocano direttamente il reddito minimo.

Il SIA, lo ricordiamo è una misura caratterizzata da principi di “universalismo selettivo” [1], da scarsità di risorse per singolo beneficiario, da un impianto familista. Pur essendo una misura differente dal reddito minimo, si configura come il modello normativo di riferimento di tutte le successive proposte nazionali e regionali chiamate con il nome di reddito minimo, anche l’ultima appena approvata dallo scorso Consiglio dei Ministri.
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Chiara Saraceno: “La povertà in Italia è una emergenza sociale. Ecco cosa fare”

Chiara Saraceno
Chiara Saraceno
di Ignazio Dessì

Il tema è pressante, anche se inspiegabilmente se ne parla poco. È stato Tito Boeri a lanciare l’ultimo allarme parlando del pericolo povertà che incombe in Italia su talune fasce di popolazione. Il presidente dell’Inps ha denunciato la mancanza di strumenti efficaci di sostegno e ha parlato di sperequazioni sociali, a livello pensionistico e occupazionale. Ha rilevato come di questo passo saranno soprattutto i giovani e coloro che perdono il lavoro dopo i 55 anni a incontrare difficoltà. Ma com’è davvero la situazione nel nostro Paese? Ne abbiamo parlato con Chiara Saraceno, una delle sociologhe italiane più note e apprezzate.

Professoressa, negli ultimi 8 anni la povertà in Italia è aumentata. Crede siamo vicini ad una vera emergenza sociale?

“Non siamo ‘vicini’, siamo già in una emergenza sociale, anche se i nostri politici sembrano non accorgersene, o comunque non la considerano una priorità. L’Italia è uno dei paesi in cui la povertà è aumentata di più durante la crisi. In particolare, dal 2008 al 2013 è raddoppiata la povertà assoluta, passando dal 4 a quasi l’8% della popolazione che non riesce a consumare un paniere di beni essenziali. Si è anche riallargato il divario tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno”.

Chi riguarda più precisamente tale emergenza? Il presidente dell’Inps fa riferimento a certe categorie e in particolare a chi perde il lavoro dopo i 55 anni.
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