Che cos’è la flat tax: maxi taglio fiscale per i ricchi, rischio beffa per i poveri

di Roberto Petrini

Nel gergo anglofilo della politica economica e delle tasse viene chiamata flat tax, significa tassa piatta, ma anche con la traduzione in mano non si capisce. “Piatta”, ma perché? L’aggettivo viene dal linguaggio degli economisti che parlano riferendosi ad un grafico con una curva dove sono rappresentati il reddito (ascisse) e il peso delle tasse (ordinate). Se la curva cresce al crescere del reddito, si parla di tasse progressive, se invece resta ferma al crescese del reddito appare piatta e dunque le tasse sono meramente proporzionali.

Detto questo dobbiamo spiegare che cosa sono le tasse progressive e quelle proporzionali. Il principio di progressività non è così intuitivo, perché prevede che chi guadagna di più paghi più che proporzionalmente, mentre nel sentire comune il termine “proporzionale” già sembra sinonimo di equità. Invece quando si parla di soldi non è così perché, come diceva Einaudi (un grande economista che è stato anche presidente della Repubblica) le stesse dieci lire non hanno lo stesso valore per il povero che ci compra la minestra e per il ricco che ci compra la poltrona al teatro, dunque il ricco può pagare di più. Quello che diceva Einaudi è talmente vero che la nostra Costituzione all’articolo 53 impone che che le tasse siano ispirate al principio di progressività.

La flat tax è stata mai applicata?

Il 19 novembre del 2004 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di ritorno da una visita ufficiale nella giovane democrazia della Repubblica slovacca, dove aveva esaltato le ricette dell’economista, consigliere di Reagan, Arthur Laffer, rilanciò l’idea della flat tax che del rasto, fin dal programma del 2001 era stato uno dei suoi cavalli di battaglia.
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Ex Telecom: gli occupanti di Bologna

Gli occupanti di Bologna che hanno resistito per 12 ore

di Bruno Giorgini

Manganellate i poveri del mondo e sarete beati. Questo sembra l’imperativo categorico dell’establishment economico politico. Con altro linguaggio: l’imperativo categorico delle classi dominanti. Contro profughi e migranti, come ogni giorno da mesi si vede sui nostri schermi. E contro i senza casa negando loro il diritto all’abitare. A cominciare da Bologna.

Martedì 20, alle 7.20 del mattino mi sveglia la voce di Giovanni Stinco, ottimo cronista di Radio Città del Capo (RCdC). Racconta l’inizio dello sgombero manu militari con circa duecento agenti delle forze di polizia che circondano uno stabile occupato in via Fioravanti, nel popolare quartiere della Bolognina. Dentro abitano oltre novanta famiglie, circa duecentocinquanta individui.

Erano settantasei il 14 dicembre del 2014 quando – coordinate dal collettivo social log – entrarono nel palazzone della Telecom, disabitato e abbandonato a se stesso. Ne fecero un luogo vivibile, addirittura piacevole con tanti bambini rumorosi e allegri, senza le beghe di condominio ma con una solidarietà la cui forza è emersa oggi a tutto tondo.

Sì, perché nonostante gli armati di stato schierati a difesa della proprietà privata, e soltanto di questa, i circa duecento occupanti hanno resistito per dodici ore, scendendo dai tetti gli ultimi cinquanta a testa alta con alcune garanzie di un ricovero per tutti, quanto credibili vedremo, perché allo stato attuale non c’è molto da fidarsi di nessuna delle istituzioni in campo.
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La condizione dello straniero nel Cie

Non è infrequente che lo straniero giunto al centro di identificazione ed espulsione, dopo aver vissuto l’esperienza carceraria, definisca la condizione di detenuto migliore e meno mortificante rispetto a quella che si trova a vivere da trattenuto. Ciò è dovuto principalmente al fatto che l’esperienza carceraria, per quanto definita come dolorosa e crudele e nonostante il sovraffollamento ed il disagio che la caratterizzano, rientra in una dimensione effettivamente “culturale”, essendo la punizione che quella società infligge a chi ha infranto le leggi, mentre, con il trattenimento all’interno di un Cie viene meno, da parte del trattenuto, la consapevolezza dei passaggi che legano l’azione alla punizione.
Il commento di Franco Pilati, responsabile del Progetto Sociale interno al Cie di Bologna
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